Far quadrare il mondo su fogli volanti

Far quadrare il mondo su fogli volanti

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Diletta e Daniele in un blog raccontano il mondo attraverso linee che si incontrano in un quadrato o, come dicono loro: “far quadrare il mondo su fogli volanti”. Hanno risposto in maniera davvero sorprendente alle domande dell’autoritratto culturale di MEMO e quello che vedete qua di fianco è il post-it con cui ci salutano. Buona lettura

(di Claudia Tani)

squadrati-post-it“Squadrati nasce una sera d’estate, nel bar sbagliato, su un tovagliolo unto.” Da qui l’idea di un blog che tenta di mettere in forma logica la quotidianità (politica, società, consumi, cultura e spettacolo) attraverso uno sguardo semiotico, condito da una buona dose di ironia. Ingredienti: due ricercatori semiotici (a tratti cacasenno), poche parole, una serie di quadrati semiotici (ibridati con mapping di posizionamento) per un blog sostanzialmente visivo (http://www.squadrati.com/)

 

La  vostra  personale definizione di cultura?

Un piacevole modo di salvarsi dalla natura e (dunque) dalla morte.

In un ipotetico quadrato dedicato alla cultura, cosa troveremmo al centro del foglio?

La narrazione: la capacità di raccontare, di inventare, tramandare e trasformare storie.

Qual è il segno che ha cambiato il mondo?

La prima parola.

E quello che ha cambiato un po’ anche la vostra vita?

Il quadrato.

Perché è importante la semiotica?

La semiotica è una chiave che permette di aprire i testi senza usare il piede di porco.

La più bella frase che avete letto in un libro?

Diletta: Il faut être leger comme l’oiseau, et non comme la plume. Calvino che cita Valéry in Lezioni Americane

Daniele: Gin a body meet a body. Coming thro’ the rye, Gin a body kiss a body. Need a body cry? Salinger, The catcher in the rye

L’ultimo libro che avete regalato e quello che state leggendo?

Diletta: Regalato: Le streghe di Roal Dahl. Leggendo: La ragazza dai capelli strani di Wallace

Daniele: L’ultimo regalo: White Teeth, Zadie Smith. Mentre Just Kids di Patti Smith è la copertina che mi guarda dallo scaffale.

La scena di un film che avreste voluto vivere?  

Diletta: La corsa nel Louvre o il balletto nel café di Band à Part

Daniele: Il viaggio verso Giove di 2001: The Space Odissey

Qual è il quadro dove vorreste abitare?

Diletta: La tempesta di Giorgione

Daniele: Francis Bacon, Autoritratto

La musica che non vi ha mai abbandonato?

Diletta: Il fruscio delle compilation incise su musicassetta. Quelle che ci registravamo da adolescenti.

Daniele: La Kosmische musik tedesca e la trilogia berlinese di David Bowie.

Il concerto che vi ha cambiato la vita

Diletta: Quello dell’armata russa a Firenze. Avevo 4 anni e le ballerine erano matrioske volanti.

Daniele: Il mio primo concerto: i The Platters nei primi anni ’90 in un quartiere popolare cosentino

Il  vostro primo incontro con la cultura?

Diletta: I libri di Gianni Rodari

Daniele: L’abaco. Lì ho capito che era meglio lasciar perdere i numeri.

Che senso ha  combattere la battaglia degli analogici contro i digitali?

Diletta: Dimostrare che possono felicemente convivere.

Daniele: Perché c’è una battaglia?

A cosa servono i social network?

Servono a costruire la nostra identità attraverso gli altri, più che a comunicare con gli altri. E sono purtroppo il nuovo indice del nostro essere al mondo.

L’oggetto che ha cambiato di più la vostra  quotidianità?  

Ahinoi, il cellulare.

Cosa significa essere italiani?

Avere una delle tradizioni culturali più ricche al mondo e non sapere come usarla.

Elogio della parola più importante, citazione della parola più inutile?

Diletta: Ironia. Assolutamente.

Daniele: Leggerezza. Pronto?

La più bella frase letta su una t-shirt o sul muro di una città?

Diletta: Assaggio pedoni (segnaletica sul muro di una città)

Daniele: Fare l’amore con te è stato come lanciare un salame nel corridoio

La domanda più importante a cui avete dovuto rispondere?

Diletta: Tu in cosa credi?

Daniele: Dove vorresti essere adesso?

Io sono cultura. Perché?

Non potrei essere altrimenti