Per voi che non sapete nulla di Bruce

Dire che Born in the Usa è un inno patriottico americano, fidatevi: è come dire che La locomotiva di Guccini è l’inno ufficiale delle Ferrovie dello Stato

 

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( di Gianluca Morozzi)

La prima cosa da sapere su Bruce Springsteen, è che non sapete niente su Bruce Springsteen. La seconda cosa da sapere su Bruce Springsteen, è che non sapete niente su Bruce Springsteen. Lo so, mi dispiace: non siete mai usciti dagli anni ottanta e vivete ancora in un mondo bellissimo in cui Mike Francis sussurra le sue canzoni e Prince si circonda di stupende musiciste e i Doctor & The Medics leccano microfoni arrangiando un vecchio blues in chiave moderna. In questo rassicurante mondo, Bruce Springsteen è un incrocio tra Rocky e Rambo che urla tutto il suo orgoglio americano con una bandana in fronte, una specie di camionista sorridente che sculetta sul palco mentre invita a ballare una ragazzina del pubblico. Disgustoso, nevvero?

Beh, amici, dato che prima degli anni ottanta ci sono stati i settanta, e ormai siamo negli anni dieci del nuovo secolo, insomma, tutto quel che avete creduto di capire da quei due video è sbagliato. Dire che Born in the Usa è un inno patriottico americano, fidatevi: è come dire che La locomotiva di Guccini è l’inno ufficiale delle Ferrovie dello Stato.

Non sapete niente di Bruce Springsteen, davvero. La conoscete The new timer?

Il protagonista della canzone lascia la Pennsylvania e la sua famiglia per ricominciare tutto da capo e cercare lavoro da qualche parte. La sua scelta lo porta sulla strada, dove incontra Frank, in uno scalo merci spazzato dalla neve.

Frank è clandestino sui treni fin dalla Grande Depressione, vagabondo da mezzo secolo. Gli insegna dunque tutto quel che serve per sopravvivere, compresa la massima “Se non pesti i piedi a nessuno non ti succederà mai niente di male”.

Lui (il protagonista) e Frank vagabondano dal New Mexico al Colorado, dalla California al mare, e Frank gli insegna poco alla volta come sopravvivere con le sue forze. Lui zappa barbabietole da una parte, raccoglie pesche dall’altra, lavoratore più che precario ammassato in una stalla con altri cento disgraziati come lui. Lui e Frank si perdono di vista; si incrociano in una notte di pioggia, quando gli appare su un treno di granaglie. Fa solo in tempo a urlare il suo nome prima di sparire nella pioggia e nel vento.

Poi, Frank viene trovato ammazzato vicino Stockton. Il suo corpo è disteso nel fango, senza che niente sia stato rubato. Ucciso solo per il gusto di uccidere.

Il protagonista continua a vagare, sempre più solo e isolato da tutto. Attraversa le pianure del Texas in treno, e a un certo punto gli appare una visione: una casetta vicino ai binari, l’immagine fugace di una donna ai fornelli, un ragazzino a tavola con suo padre…

Ripensa a suo figlio, senza sapere se il ragazzo sente la sua mancanza o chiede di lui.

Poi pianta la tenda fuori dallo scalo merci di Sacramento, raccoglie la legna e accende il fuoco nelle tenebre del primo inverno. Si stringe nella giacca mentre il vento fischia gelido, scalda un po’ di caffè e si guarda intorno nella notte nera. Poi si stende, sveglio, e con il machete a portata di mano.

Gesù mio, dice l’ultima strofa, il tuo amore e la tua misericordia, mi spiace, stanotte non riempiranno il cuore quando un buon fucile e il nome di chi dovrei ammazzare.

Ecco: io non so l’inglese. Grazie alle canzoni e ai fumetti so come dire posacenere, cavatappi, ventre, asfalto, ma The new timer, mi ero chiesto, cos’è un new timer?

Mi ero risposto: timer come il conto alla rovescia che precede lo scoppio di una bomba. Mi ero immaginato il protagonista della canzone che si stende vicino al fuoco fuori da questo scalo merci, vagabondo, indurito, solo, il suo machete stretto tra le dita, e mi era parso quasi di sentirlo, il ticchettio, il conto alla rovescia dentro di lui, che trasformava poco a poco un disoccupato in un pazzo assassino dei deserti.

La traduzione giusta, avevo scoperto poi, era invece qualcosa tipo L’uomo dei tempi nuovi. Più terrificante ancora della mia.

La conoscete Highway 29, la canzone che si gioca per metà nella voce di Bruce e per metà nella testa dell’ascoltatore.

Ci sono un lui e una lei che si incontrano nella prima strofa. Lei è una donna bellissima e fatale, intuiamo, lui il commesso di un negozio di scarpe. Mentre lui le prova la scarpa, iniziano una conversazione “che sarebbe stato meglio interrompere subito”. Lei fa scivolare un biglietto col suo numero di telefono nella mano di lui, lui fa scivolare la sua mano nella camicetta di lei, e tutto scivola via dalla sua testa, in quell’emporio sulla Highway 29.

La scena dopo vede un salto temporale: lui e lei stanno rapinando una banca. Combinano un guaio, lui spara, qualcuno muore. Lui e lei scappano insieme verso sud.

Cos’è successo tra la prima e la seconda strofa? Sembra quasi di vederli questi due, trascinati da una passione diabolica, frutto di quella conversazione che sarebbe stato meglio interrompere subito, cercare altra eccitazione in una rapina in banca…

E poi sono in un motel deserto, nell’aria calda e pulita, in fuga, prima di scappare ancora verso sud, verso la Sierra Madre, mentre il sole invernale sfreccia tra le ombre nere degli alberi… e lui sente che c’è qualcosa di strano in lei, c’è qualcosa di strano in lui, qualcosa che era lì in attesa già da tanto tempo… c’è la colpa, la debolezza, il senso di morte, che accompagna i due fuggiaschi lungo la Highway 29…

E dopo c’è un altro salto fino all’ultima strofa, quando troviamo la strada piena di vetri rotti e di benzina, e non si capisce se lei che non dice niente è morta accanto a lui, se la fuga è finita tragicamente, se è solo un sogno… e il vento arriva attraverso il parabrezza rotto, e tutto quel che si vede è neve, cielo e pini, e lui chiude gli occhi e corre, corre e poi vola…

Insomma: la conoscete Born in the Usa, alla fine? Lo avete letto il testo di Born in the Usa? No, davvero, lo avete mai letto?

La storia è: ci sono due fratelli, nati in una città di morti, di quelle in cui prendi il primo calcio appena tocchi terra –è già una bella descrizione patriottica, no?-, di quelle in cui diventi come un cane che passa tutto il tempo a nascondersi, bene, questi due fratelli vengono mandati a combattere in Vietnam.

Uno dei due muore nella terribile battaglia di Khe Sahn, e di lui non rimane che una foto con una donna vietnamita. L’altro, il narratore, riesce a tornare a casa. Cerca di riottenere il posto alla raffineria in cui lavorava, ma solo per ritrovarsi senza più un lavoro. Il Responsabile dei Reduci a cui si rivolge scuote la testa, gli dice Figliolo, non riesci a capire?, che è una gran bella risposta da dare a un reduce che ha perso il lavoro da parte del rappresentante di quello stesso governo che gli ha ficcato un fucile in mano, no? Lui ha combattuto l’unica guerra che l’America abbia mai perso! E’ una vergogna, lui, per l’America! Così il protagonista si ritrova a vagare per il paese senza più farne parte, dice Sono dieci anni che brucio lungo queste strade, non ho un posto dove fuggire, non ho un posto dove andare…

Patriottica molto, eh, che dite? Quale parte di è-una-canzone-su-un-reduce-del-Vietnam! non avete capito? Vi siete fatti assordare dal riff iniziale, dalle urla del ritornello?

Visto che non sapete niente su Bruce Springsteen?

Ma, su, coraggio. Non è mai troppo tardi. Lo dice anche lui: Lo so che è tardi, ma possiamo farcela se corriamo.

Siamo nati per correre, noi, del resto.

Che si tengano Lady Gaga, tutti gli altri.