Una strana domenica di luglio

Una strana domenica di luglio

La giornata è cominciata così, in un’atmosfera di attesa, sovrastata da un cielo color di latte e ammantata in un’aria immobile, quasi pesante. Ho cercato la serenità per settimane e adesso che finalmente posso rimanere sola con i miei pensieri, tutto questo silenzio mi disorienta. E forse un poco mi spaventa.
Parto alla volta di Firenze. Ho deciso che l’unico modo per uscire dalla confusione che mi trascino dentro da mesi, è quello di staccare da una quotidianità fatta di discorsi sempre uguali, di ore di tensione, di discussioni senza fine, di rancore livido.
Oggi è l’ultimo giorno di apertura di una mostra che avevo deciso di non andare a vedere. Vi sono esposte le opere di Pontormo e di Rosso Fiorentino, due pittori che conosco bene. Molte le ho già viste dal vivo. Eppure un istinto che pensavo ormai sopito mi sprona a passare questa domenica di metà luglio nuovamente in loro compagnia.
Per fortuna la coda che incontro alla biglietteria è breve e ordinata, ma soprattutto, ciò che più conta, poco rumorosa. Ancora bisogno di silenzio, di pace, di vuoto. Mentre aspetto il mio turno, leggo distratta il volantino della mostra. Non mi ricordavo che entrambi si fossero formati alla bottega di Andrea del Sarto: due artisti che ricevono gli stessi stimoli ma che raggiungono risultati così diversi? È proprio vero, si può passare un’intera vita con la stessa persona, lavorare insieme a progetti e visioni, condividere sogni, letture, persino tazze di tè, e mantenere tuttavia idee contrastanti, punti di vista opposti, esigenze a volte inconciliabili. Siamo diapason che vibrano su scale diverse, ma i nostri “la” possono dare vita ad una sinfonia solo se riusciamo a corrisponderci al di là delle divergenze, delle dipendenze.
Il percorso espositivo si presenta subito chiaro, cronologico, dialettico. La prima tela che attira la mia attenzione è un capolavoro di Andrea del Sarto. Ho visto dal vivo la sua Annunciazione molte volte nelle mie visite agli Uffizi, l’ho studiata a fondo, ma mai mi aveva tanto colpito l’espressione della Madonna. Avevo sempre interpretato quel suo ritrarsi all’apparizione dell’Arcangelo come una reazione di spavento, sorpresa, pudore, riservatezza. Ora quello che colgo sul suo volto è uno sguardo altero, quasi scostante. Infastidito? Frequentemente sono stata accusata di alterigia: di snobismo nel migliore dei casi, di disinteresse, disprezzo e senso di superiorità nel peggiore. Quanto di più lontano dal vero. Semmai la maschera di distacco che indosso è spesso dettata da un non sentirmi all’altezza. E se anche Maria, ascoltate le parole di Gabriele, non si fosse sentita abbastanza brava e capace dell’impegno che le veniva annunciato? Se anche lei avesse avuto paura di non riuscire a farcela? Di non avere abbastanza “talento”? Forse anche lei avrebbe avuto come me un’aria di distacco e di fastidio. O forse quello che vedo oggi sul suo viso è solo quello che ho bisogno di vedere. Con queste considerazioni che mi affollano la mente, mi sposto nella sala successiva. Ed eccola lì, la tela che ha fatto bella mostra di sé sul podio delle preferite di una me ragazzina, introversa e dannatamente troppo romantica. Il “mio” Angiolino Musicante del Rosso Fiorentino. Giovane, molto giovane. Ingenua, molto ingenua. Tanto da credere che Amore e Bellezza fossero le due metà di una monade indissolubile. Espressioni di un talento naturale (di nuovo la mia ossessione, il talento) che avrebbe dovuto toccarci in dote alla nascita, in percentuali più o meno generose. Oggi dopo tanti anni e tanto disincanto, so che l’amore non è qualcosa di perfetto che ci viene donato, immutabile, eterno, inattaccabile. L’Amore è fragile e prezioso, qualcosa che dobbiamo coltivare, a cui dobbiamo dedicarci con pratiche quotidiane e abnegazione. Con riconoscenza. E la Bellezza, non è degli uomini. È della natura. Eventualmente attende al talento (sempre lui, ahimè) degli uomini e si manifesta sotto forma di un dipinto, di una scultura, di parole che diventano storie, di note che si fanno musica. Eppure nel rivederlo ora, questo piccolo angelo dalle ali piumate di rosso, ho percepito il mio cuore fare un lieve sussulto: ricordo di un’eco lontana o sentire rinnovato nella speranza? Forse che Amore e Bellezza sono riusciti a superare la crisi e rimanere una coppia, bella e innamorata?
Col sorriso sulle labbra continuo la visita. Dipinti meravigliosi si susseguono, si parlano in un gioco di specchi e rimandi. Nelle loro diversità molto coerenti gli uni con gli altri: santi, madonne, Gesù bambini, grassocci san Giovannini, ritratti di austeri dignitari, vescovi, giovani uomini. E poi quasi ad emergere dall’ombra, la Cleopatra morente del Rosso. Peccatrice e voluttuosa anche nell’attimo estremo. Forme, carne, pelle bianca sembrano animarsi e farsi tangibili. E quell’ultimo respiro di vita che si trasforma per un momento in un’estasi di piacere. Lei, donna vera tra santi e madonne, che scelse di porre fine alla propria esistenza per non soccombere ad una quotidianità misera che non sarebbe stata in grado di rappresentarla. Seduta su un divanetto, la vista di lei e della sua pelle luminosa, mi viene oscurata dai tanti visitatori che si soffermano davanti alla sua tela. Quasi come se il richiamo della carne andasse oltre la spiritualità delle altre opere sconfiggendo persino la morte. La vita ha sete della vita: è una frase che mi ripeto spesso ultimamente.
Ancora carne, ancora voluttà ancora piacere dei sensi, ancora umanità. Anche se questa volta si tratta di divinità classiche. Nell’ultima sala mi soffermo su due quadri: Bacco, Venere e Amore del Rosso e Venere e Amore di Pontormo. Il primo è posto in un angolo della stanza, in posizione defilata rispetto al secondo che campeggia al centro della parete di fondo. Sono stati collocati male, forse l’unico errore di tutto l’allestimento. Queste due opere “naturalmente” hanno qualcosa da dirsi, è inevitabile una loro corrispondenza. Ma come possono parlare liberamente se l’una vede l’altra solo di spalle? Come fanno due persone a ritrovare un dialogo perduto se non abbandonano le posizioni di arroccamento in cui si sono rifugiate e non ritornano a guardarsi negli occhi? Quanto è importante imparare ad ascoltarsi di nuovo? Ad ascoltare le parole dell’altro con nuove orecchie?
La mia visita si è conclusa. Tappa finale (obbligatoria) al bookshop. Un po’ misero e anche questo male organizzato, sarà perché è l’ultimo giorno. Ho bisogno di un ricordo da accompagnare alle parole. Un segnalibro. Lo metterò tra le pagine di un volume della mia libreria e quando mi capiterà di aprirlo a caso, mi ritornerà alla memoria di una strana domenica di luglio, passata in compagnia di donne e artisti, di vita e di morte, di ricordi e di parole.

(di Claudia Tani)