Passeggiando con Kundera

Passeggiando con Kundera

Milan Kundera

Leggo nell’aria quello che voglio sapere. Dopo aver letto riletto “Amori ridicoli” di Milan Kundera quello che racconto l’ho solo immaginato oppure l’ho veramente vissuto?
Dovevamo vederci alle sei del pomeriggio. Io stavo seguendo a distanza il progetto che avevamo consegnato due giorni fa e che oggi veniva presentato ai finanziatori. Tu dovevi fare altro. Stavamo correndo come matti in quelle settimane. Quel giorno quindi aspettavamo notizie facendo altro e speravamo fossero davvero buone notizie. Avevamo lavorato bene, il progetto assomigliava molto a quello che volevamo rappresentare. E quando troviamo le parole giuste, di solito vinciamo noi.
Le notizie erano arrivate sul mio telefono. Non erano state buone, erano state ottime. Il nostro modo di presentare l’idea era stato decisivo, mi avevano detto. Ero così orgoglioso del nostro lavorare insieme e del nostro modo di stare insieme. Ci nutrivamo di attese e risposte, domande e conferme. Scrivo nell’acqua quello che non voglio dire. Mi prendo un appunto
Le mie riunioni per fortuna erano finite prima del previsto. Avevamo chiuso altre piccole cose da fare. Forse dovevo scrivere, ma non ne avevo voglia. Decido di uscire e di non chiamarti, stacco il telefono. Volevo concedermi il lusso di sorprenderti. Mi piace vedere come si accendono i tuoi occhi quando sai di aver avuto successo con le tue idee. Ed è tutto merito tuo, questa volta. Lo sai.
Quindi sono in anticipo e passeggio. La città dopo aver dormicchiato incerta sul suo falsopiano, ad un certo punto scende improvvisamente verso il porto. Le scale diventano strette e ripide, gli scorci sul mare che si intravedono dai vicoli sono sempre più avari. Ti avvicini al mare, ma lui si nasconde. La nostra città è fatta così. Scendo sino al terrazzo da dove si vede in lontananza il caffè con i tavolini accanto alla panchina sotto il lampione dove abbiamo il nostro appuntamento. È presto, ho dei mocassini morbidi grigi, una giacca blu leggera e molta voglia di camminare. Voglio stancarmi. Salgo, scendo, risalgo. C’è un negozio di libri usati. Entro, cerco e trovo un vecchio Camilleri un po’ sgualcito. Forse non ce l’abbiamo, forse si, ma inizia con una scena strepitosa di Montalbano al telefono con Livia. Scopro che lui ha la mia età e lei la tua. È la serata giusta per le coincidenze, penso. Poi dentro una cesta vedo una copia di “Lettere a Milena” di Kafka. Quel libro o lo trovi così o non lo trovi. Lo apro, c’è scritta una dedica semplice e un po’ incerta nella forma e nella calligrafia, “Ti amo amore”. Ricordo di aver letto la stessa cosa su un muro del centro qualche minuto prima.
“Conosco la storia di quel libro”, mi dice il libraio alla cassa. E senza aspettare un qualsiasi cenno di incoraggiamento da parte mia mi racconta di un giovane avvocato penalista andato via troppo presto e di quel piccolo libro con quella scrittura incerta che aveva regalato alla sua compagna . “Era il più bravo di tutti nel suo lavoro in città, ma aveva un difetto, era troppo emotivo”. Difetto grave per un avvocato penalista, commento. “Ma perché quel libro è qua e non sul comodino della sua compagna? Chiedo. Lui mi sorride. Si aspettava la domanda. Era una logica conseguenza. Ma è preparato.
Lei è venuta da me e mi ha detto più o meno così: “Questo è un libro prezioso, racconta una storia privata che è diventata la storia di tutti. Io però non ho bisogno di rileggerlo per ricordare le mie lettere ricevute, io sono stata Milena. Le chiedo solo un favore, guardi negli occhi chi lo compra. Se non ha gli occhi giusti, lo tenga lei, si inventi una scusa qualsiasi, ma non lo lasci andare via. Se entro un anno non lo venderà, lo ricompro io”. Chi poteva essere la persona giusta? “Un uomo che sa scrivere una lettera a Milena”. Semplice da dire. Difficile da trovare. Il libraio mi guarda. So cosa sta per dire, ma gli faccio cenno di tacere. Ho capito, non serve aggiungere altro. Pago il libro e me lo metto in tasca insieme al Montalbano anagraficamente corretto. Stasera ce li leggiamo insieme tutti e due, se ti va.
Adesso è tardi e sono in ritardo. Scendo i gradini velocemente, devo darti una bella notizia, regalarti un piccolo libro e un sorriso scritto su un altro piccolo libro. Destra, sinistra, ancora giù. Profumo di pitosforo, mare annoiato e farinata. Eccomi di nuovo sulla terrazza. Sei arrivata, jeans scuri, maglia grigia, ballerine ai piedi. Ti vedo laggiù, in piedi davanti al lampione, hai appoggiato la borsa sulla panchina, è pesante perché c’è dentro il tuo computer. Improvvisamente ti guardo, non so perché ma è come se ti vedessi per la prima volta. Quasi non ti riconosco. Sei davvero tu? Abbasso la mano che stava per salutarti. Intanto prendi il telefono e ti guardi intorno, mi cerchi mentre metti l’apparecchio all’orecchio e stai ferma senza parlare, poi abbassi la mano. Sbuffi, ma sorridi. Stai provando a chiamarmi, ma sono staccato. Ti siedi al tavolo del bar, ordini un caffè e un bicchiere di acqua gasata, apri la borsa e tiri fuori il giornale. Ormai sono molto in ritardo, troppo. Ma non scendo le scale, rimango lì a guardarti. Provi a chiamare di nuovo, ricevi una telefonata che chiudi velocemente, sottolinei qualcosa sul giornale, scrivi sulla tastiera un messaggio veloce, ti alzi e inizi a camminare. Mi hai sicuramente scritto una roba del tipo, “ti ho aspettato, sei staccato, tutto bene? Ci vediamo a casa”. Ti seguo da lontano, sei tranquilla, riposata, serena. Mi piace guardarti, sei attratta da quasi tutte le vetrine che incontri. Ti fermi. Guardi. Chiedi. Davanti ad un negozio di carabattole fai una foto, armeggi con la testiera, la stai caricando. Passo anch’io davanti alla vetrina e so che hai fotografato una litografia di una vignetta di Snoopy che dice “Ti amerò per sempre, ma iniziamo dopo cena, per favore”. La compro. Te la faccio trovare in ufficio.
Adesso telefoni e sorridi. Sento piccoli frammenti di parole portate dal vento. C’è una pasticceria, ti fermi. Poi entri. Tortina di ricotta e cioccolata. Ci scommetto. Ancora il telefono, stavolta è di lavoro, sei meno rilassata, ma sorridi, forse ricevi anche tu buone notizie, forse sono le stesse, forse sono altre. Non c’è ansia nelle nostra passeggiata, la lontananza è solo un paesaggio che ci unisce. Sono importanti quei piccoli passi, ti guardo da lontano e vedo finalmente la donna che divide questo pezzo di vita con me e mi piace quello che vedo. Nei momenti brutti, difficili, nuvolosi che arriveranno perché quelli arrivano sempre, ricorderò quei passi sugli scalini sopra il tuo vicolo e quella sensazione di calore e vicinanza che mi ispirava il vederti camminare dentro il tuo mondo sapendo che un po’ di quel mondo era anche il mio. Affretto il passo, cambio strada, salgo le scale, sono sempre più ripide, ripidissime. Sono in forma, ma inizio ad essere stanco. Arrivo in cima e mi siedo sull’ultimo gradino, so che passerai da qua. Passa un po’ di tempo, troppo tempo. Prendo il vecchio libro e lo sfoglio, leggo alcune frasi che il giovane avvocato penalista troppo emotivo aveva sottolineato. Le conosco quelle frasi, e le conosci anche tu. Sei finito in buone mani, stai tranquillo caro vecchio libro, non ti deluderemo. Sento finalmente la tua voce che mi chiama, mi hai visto. Scusa il ritardo, balbetto. Hai il telefono staccato, mi dici con quella voce che sa di rimprovero, ma bonario. Oddio scusa, ero in riunione e ho dimenticato di accenderlo. Lo accendo. C’è un tuo messaggio di cinque minuti fa. “Ti sto guardando da lontano. Volevo dirti che mi piace l’uomo vestito di blu seduto sulla scalinata. Che libro stavi leggendo?”

Ps
Amica mia, sto facendo davvero un po’ di confusione. Devo rileggere urgentemente alcune pagine di “Amori Ridicoli” di Milan Kundera. Ti ho appena scritto ma non so se quello che ti ho raccontato l’ho vissuto davvero o se ho “solo” ricordato quella pagina letta di un vecchio libro. Può darsi che le due cose coincidano, ma ho davvero bisogno di ritrovare quel romanzo. Mi aiuti?
(Paolo Marcesini)