C’è ancora Bob Dylan

C’è ancora Bob Dylan

Mentre i fan di tutto il mondo stanno aspettando il suo nuovo album da studio, “Shadows in The Night” – il trentaseiesimo della sua lunghissima carriera – dopo l’uscita a novembre del cofanetto “The Basament Tapes Complete” con le mitiche registrazione del 1977 realizzate con la Band, rileggiamo la biografia di un uomo che forse più di ogni altro ha cantato e sfidato il passare del tempo per oltre cinquanta anni

 

(di Claudia Tani)

The Times They Are A-Changin‘, i tempi stanno cambiando, canta Bob Dylan. La ragazza sembrerebbe troppo giovane per essere su quel prato a cantare quelle canzoni e a vedere quell’ormai vecchio signore con un cappello bianco da cowboy in testa che mette energia e sonorità rock e blues ai suoi versi. Già, sembrerebbe davvero troppo giovane. Ma di ragazze troppo giovani per essere lì ce ne sono tante, conoscono i versi di tutte le canzoni, si vede che non sono lì per caso, o per sbaglio. Sono proprio venute a vedere e sentire Bob Dylan, il vecchio Bob che sta per compiere settanta primavere. Strana cosa la musica, annulla i tempi, avvicina le generazioni. “Venite intorno gente dovunque voi vagate / ed ammettete che le acque attorno a voi stanno crescendo / ed accettate che presto sarete inzuppati fino all’osso. / E se il tempo per voi rappresenta qualcosa fareste meglio ad incominciare a nuotare / o affonderete come pietre perché i tempi stanno cambiando”. La voce è bassa, gratta le parole come se non volessero più uscire dal cuore, dai polmoni del vecchio cantautore, il ritmo non si riconosce, non ha più nulla della ballata folk di un tempo, se non fosse per quello che dice, si stenterebbe a riconoscere uno dei più grandi capolavori del Novecento: “Venite scrittori e critici che profetizzate con le vostre penne / e tenete gli occhi ben aperti l’occasione non tornerà / e non parlate troppo presto perché la ruota sta ancora girando / e non c’è nessuno che può dire chi sarà scelto. / Perché il perdente adesso sarà il vincente di domani perché i tempi stanno cambiando”. Il perdente di oggi sarà il vincente di domani, versi di una immensa religiosità laica (ah gli ossimori!) che profetizzano il tempo in cui i tempi cambieranno. Ma sono cambiati? Stanno cambiando? Cambieranno domani? Si rivolge ai senatori, ai membri del congresso, a chi comanda, li invita ad aprire la porta al cambiamento. A non fermare la rivoluzione. Poi si rivolge ai padri e alle madri: “Venite madri e padri da ogni parte del Paese / e non criticate quello che non potete capire / i vostri figli e le vostre figlie sono al di là dei vostri comandi / la vostra vecchia strada sta rapidamente invecchiando. / Per favore andate via dalla nuova se non potete dare una mano perché i tempi stanno cambiando”. Scritta poco tempo prima dell’assassinio di John Kennedy, The Times They Are A-Changin’ ha identificato il passare del tempo con il cambiamento, la rivoluzione. “Questa era decisamente una canzone con uno scopo”, disse Dylan. “Sapevo esattamente cosa volevo dire e per chi lo volevo dire. Volevo scrivere una grande canzone, con brevi strofe concise che si accatastavano l’una sull’altra in un modo ipnotico… Il movimento dei diritti civili e il movimento della musica folk furono molto vicini e alleati per un po’ a quel tempo. Tutti conoscevano quasi tutti gli altri. Ho dovuto suonare questa canzone la stessa notte che il Presidente Kennedy è morto. In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo”. Infatti anche questa sera è la prima canzone del concerto. Anni dopo compose un’altra canzone, Things have changed, per dire che forse le cose erano cambiate o forse era cambiato solo lui: “La gente è pazza ed i tempi sono strani. Sono legato stretto, sono fuori portata / Ero solito preoccuparmi, ma le cose sono cambiate”.

Eccolo Bob Dylan, il mito, l’icona della musica rock, l’uomo più conosciuto al mondo dopo il Papa (lo ha detto una importante università inglese), nominato lo scorso anno per il premio Nobel per la Letteratura (e prima o poi lo vincerà, siatene certi), il musicista più schivo, impossibile da intervistare, avaro di parole, incapace persino di salutare con generosità il suo pubblico che accorre sempre numeroso e fedele ai suoi concerti… Eccolo finalmente, Bob Dylan arrivato alla ormai ragguardevole età di chi ha deciso di raccontarsi fin da quando, arrivato ventenne a New York dal Minnesota solo con la chitarra e neanche un soldo in tasca, voleva mettere per iscritto le cose che aveva visto e le persone che aveva incontrato. “In realtà da ragazzo non potevo considerare me stesso felice o infelice. Ho sempre saputo che c’era qualcosa da qualche parte di cui avevo bisogno e sapevo che non l’avrei trovata dove vivevo in quel particolare momento”. Quel qualcosa non era nel Minnesota, era a New York, la capitale del mondo. Lui in quella città ci arriva dopo un lungo viaggio in automobile: “La grossa automobile si fermò sull’altro lato del fiume e mi fece scendere. Chiusi bene la portiera, salutai con la mano e mi incamminai sulla neve indurita. Sentii subito in faccia il morso del vento. Finalmente ero arrivato a New York, città ragnatela, troppo difficile da capire, e io non ci volevo nemmeno provare (…) New York, la città che avrebbe dato forma al mio destino. La moderna Gomorra…”

Siamo al Greenwich Village, dove tutto si trasforma in mito, tra scantinati polverosi, parole in libertà, locali fumosi, mitiche sale di registrazione, mostre d’avanguardia, molto sesso, troppa droga e allucinazioni. Il giovane Dylan lì si sente a casa sua, conosce Woody Guthrie in un letto di ospedale, Joan Baez, scopre Brecht e Rimbaud, il produttore John Hammond che lo inizia al blues di Robert Johnson. Bob Dylan è diventato Bob Dylan grazie a queste atmosfere, questi incontri, questi suoni, questi odori. Poi ci sono altri luoghi dell’anima prima che fisici, Woodstock, San Francisco, New Orleans. Lui ha scritto più di cinquecento canzoni, vive on stage grazie all’idea assolutamente epica e rivoluzionaria del never ending tour, l’infinito concerto che lo porta da sempre in giro per il mondo (“Un tributo doveroso al mio destino, un modo per dire che non è ancora finita”). Eppure a leggere Chronicles la sua unica autobiografia uscita qualche anno fa si scopre un uomo la cui vita viene cambiata prima di tutto dall’arrivo dei figli e persino da eventi come le morti di Kennedy, Martin Luther King e Malcolm X. Bob dice che non li vedeva come leader politici uccisi ma come padri di famiglia che lasciavano mogli e figli feriti. Si diceva che con lui era nata una nuova generazione, adesso scopriamo che in fondo non si era mai preso troppo sul serio: “Ero solo un cantante folk e non un predicatore che faceva miracoli”. Quando ogni tanto concedeva qualche intervista (“Perchè non mi buttassero giù la porta”) diceva ai giornalisti:“Non sono il portavoce di niente e di nessuno”. Ma era inutile: “Mi guardavano negli occhi come se cercassero la prova di bourbon e di anfetamine e poi scrivevano titoli come: Spokesman Denies That He’s a Spokesman. (Il Portavoce nega di essere un Portavoce)”. Lo hanno definito, nell’ordine, Leggenda, Icona, Enigma, Poeta, Messia, lui ci racconta di quali fossero da sempre le cose che amava fare. il baseball, le feste di compleanno, portare i figli a scuola, il campeggio, andare in barca, in zattera, in canoa, a pesca. Nessuna attività da redentore, insomma.

A proposito di una delle sua canzoni più note Blowin’ In The Wind, che la leggenda narra sia stata scritta in soli dieci minuti, ha detto: “E’ semplicemente venuta fuori da… come se… come se fosse venuta fuori da una sorta di magica fonte perpetua di creatività”. Erano i tempi in cui le canzoni uscivano fuori dalla sua chitarra come per magia. E Adesso “Beh, non si può essere in grado di fare una cosa per sempre, ed io una volta l’ho fatto. Ora posso farne altre, ma non quella”. Della sua vocazione musicale parla come una sorta di predestinazione: “Ascoltavo moltissimo la radio, me ne andavo in giro nei negozi di dischi suonando la chitarra a più non posso, e suonavo il pianoforte, ed imparai canzoni che venivano da un mondo che non esisteva intorno a me. C’era un destino che mi aspettava. E’ quella sensazione che tu hai di conoscere qualcosa di te che nessun altro conosce… l’immagine che hai di te stesso e che sai che si realizzerà. E’ un tipo di sensazione che in qualche modo devi tenerti dentro perché è molto fragile e se la esterni qualcuno la distruggerà. Meglio dunque tenerla per sé stessi”. Insomma non c’è spazio per Robert Zimmerman (“Alcune persone nascono con nomi sbagliati, genitori sbagliati… Succede”), era nato Bob Dylan (“Ognuno si dà il nome che più gli piace. La nostra è la terra della libertà”). La fama, la celebrità, il non essere capito. Questo è il lato oscuro della sua militanza poetica e musicale: “Era un po’ come ritrovarsi in un racconto di Edgar Allan Poe in cui tu non sei affatto la persona che tutti pensano che tu sia, sebbene ti chiamino così in continuazione, profeta, redentore… Non ho mai pensato di essere un profeta o un redentore. Forse Elvis. Potrei forse più facilmente vedere me stesso diventare lui, ma profeta no. Quello che scrivevo erano canzoni, non erano sermoni. (…) La percezione comune che si aveva di me in pubblico era quella per cui ero un ubriacone o un pazzoide, o un Sionista, o un Buddista, o un Cattolico, o un Mormone, tutto quanto era meglio di arcivescovo dell’anarchia o portavoce di una generazione… “ e ancora: “La cosa divertente della celebrità è che nessuno crede a quel che tu sei. La gente dice: Sei quello che penso che tu sia?, ed io rispondo, non lo so… E allora la gente dice: Tu sei quello lì!, e tu dici: Ok… E la cosa seguente che dicono è: No! Sei davvero quello lì?!!, No, tu non sei lui! e… sai possiamo andare avanti all’infinito”.