L’occhio indiscreto della tata più famosa d’America

L’occhio indiscreto della tata più famosa d’America

Un racconto esistenziale per lo più in bianco e nero, una commedia agrodolce fatta di piccoli-grandi storie senza troppa importanza quella raccontata negli scatti di Vivian Maier, in mostra al MAN di Nuoro fino al 18 ottobre. Di lei non sappiamo molto. Si sa che era nata a New York nel 1926, che era di origini francesi (sua mamma era nata nelle Alpi provenzali) e che si guadagnava da vivere facendo la bambinaia per le famiglie bene di New York e Chicago. Fino alla sua morte nel 2007. Eccentrica, curiosa, dura e riservata, questa era “tata Vivian” che per oltre cinque decadi, a partire dai primissimi anni Cinquanta, ha fotografato tutto quello che colpiva la sua attenzione per le strade delle città in cui ha vissuto, senza mai far conoscere il proprio lavoro. Mai una mostra, mai una pubblicazione: un archivio sterminato, con più di 150.000 negativi, una miriade di pellicole non sviluppate, stampe, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, appunti, documenti, Un “tesoro” che lei accumulava e custodiva gelosamente nelle camere sempre chiuse a chiave delle case dei bambini di cui si prendeva cura. Confinato infine in un magazzino, tutto questo “materiale” è stato confiscato nel 2007, per il mancato pagamento dell’affitto, e quindi scoperto dal giovane John Maloof in una casa d’aste di Chicago. Grazie a questo ritrovamento casuale oggi possiamo ammirare quelle fotografie scattate per lo più nel tempo libero: le strade, le persone, più raramente le architetture, gli oggetti e i paesaggi. Vivian fotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti, che fosse strano, insolito, degno di nota, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano “gli altri”, gli sconosciuti, le persone anonime delle città, con cui entrava in contatto per brevi momenti. Ogni tanto, tra i tanti scatti si rendeva visibile anche lei, nel riflesso del volto su un vetro, nella proiezione dell’ombra sul terreno.
«Di Vivian Maier – afferma Lorenzo Giusti, Direttore del MAN – si parla oggi come di una grande fotografa del Novecento, da accostare ai maestri del reportage di strada, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro, vuoi perché, in tutta una vita, non ebbe una sola occasione per mostrarlo, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli “hobbisti”». Ma i musei, si sa, arrivano sempre un po’ in ritardo.