Crescere, lavorare e sognare
con Bruce Springsteen

Crescere, lavorare e sognare <br>con Bruce Springsteen
© Frank Stefanko

Pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Alessandro Portelli a BADLANDS. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni (Donzelli Editore). Portelli conosce bene, anzi benissimo le canzoni di Bruce Springsteen. Le ascolta, ne traduce i testi e le racconta mescolando il lavoro del musicista con il lavoro che divora le vite dei suoi personaggi (operai, cameriere, addette all’autolavaggio, cassiere, braccianti, disoccupati). Sono racconti che parlano di vite di seconda mano, di rabbia, di ribellione, di sogni infranti e di promesse non mantenute. E poi c’è la musica, il sound travolgente, disperatamente orgogliosa, meravigliosamente coinvolgente. Quella musica che va ascoltata dal vivo almeno una volta nella vita per sentirsi vivi. Almeno una volta nella vita.

di Alessandro Portelli

Bruce Springsteen è in campo ormai da più di quarant’anni. La sua musica ha fatto da colonna sonora a due o tre generazioni e ha tenuto viva la memoria di un paio di generazioni precedenti. Per questo, ognuno incrocia Bruce Springsteen in tempi diversi della propria vita e della sua, con effetti e vibrazioni diversi.
«Per ogni fan di Springsteen – scrive Christopher Phillips – c’è una storia di origini… la storia di come ciascuno ha scoperto una passione che è parte essenziale della sua storia personale come un primo bacio».
«Il suo primo concerto per me – racconta Marina Petrillo – è stato quello di San Siro dell’85. Sebbene avessi cominciato ad ascoltarlo a tredici anni, il mio battesimo con la musica (che, come si sa, può avvenire solo dal vivo) ha coinciso con il suo primo tour commerciale e di massa». E sottolineerei «battesimo».
Daniel Cavicchi ha notato come i fan siano molto consapevoli del momento della loro «conversione» al «culto» di Bruce Springsteen, al punto che una data di origine più antica diventa, negli ambienti della fandom più appassionata, un vero e proprio simbolo di status.
Mi scrive un’amica: «Ero ai primi anni di scuola superiore a quel tempo [1974] e la mia più cara amica (si era appena trasferita in Massachusetts dal New Jersey) suonava i suoi dischi continuamente. Sapevamo tutte le parole. Poi è uscito Born to Run e ci è toccato condividerlo con tutti gli altri».
Io sono uno di questi «altri» che sono venuti dopo. Non avevo mai sentito Bruce Springsteen finché non ho comprato The River nei primi anni ottanta. A scusante e consolazione, posso aggiungere che personaggi ben più qualificati di me sono arrivati anche più tardi.
Racconta Tom Morello, il chitarrista dei Rage Against the Machine, che collabora con Springsteen nei suoi ultimi dischi: Io sono un ritardatario. Sono cresciuto con lo heavy metal e poi il punk e poi lo hip-hop, e non mi ero accorto di niente fin verso l’86 o ’87. La prima volta che ho pensato che qui c’era qualcosa è stato col tour di Amnesty International, uno special da Buenos Aires, lo guardai perché ero un fan di Peter Gabriel e vidi con sorpresa che un certo Bruce Springsteen era l’attrazione principale. Fu un concerto epico, e mi resi conto della profondità e della potenza – era intelligente, era coinvolgente ed era un rock da stadio, e il giorno dopo mi sono comprato la cassetta di Darkness on the Edge of Town e ho capito che c’era da godere andando a scavare nel catalogo.
Anch’io ho esplorato Springsteen a ritroso, risalendo nel catalogo; a differenza dei fan della prima ora, non ho vissuto i suoi primi dischi come una rivelazione ma come un antefatto. Quando comprai The River alla Coop di Harvard Square avevo quarant’anni, facevo il professore di letteratura americana, ero intriso di politica. Se ne avessi avuti diciotto, mi avrebbe forse fatto lo stesso effetto che mi facevano Little Richard, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison quando ce li avevo davvero, nel 1960, a Los Angeles; mi avrebbe dato la stessa eccitazione di sentirsi diversi dagli adulti («Growin’ Up»). Ma a diciotto anni avevo scoperto Pete Seeger, il primo Bob Dylan, poi Woody Guthrie, e da allora avevo praticamente smesso di ascoltare il rock and roll per dedicarmi alla musica popolare, americana prima e poi anche la nostra; avevo scritto una tesi e un libro su Woody Guthrie e avevo attraversato il ’68 e l’impegno. Era la musica popolare, mi pareva, quella che parlava di vite concrete, di lavoro, di conflitto, di resistenza… Quello che mi attrasse in The River furono le ballate dolorose e problematiche – «The River», «Independence Day», «Point Blank»… Il lato oscuro della forza, per così dire – la Darkness on the Edge of Town, che non avevo ancora sentito. Ma anche la riscoperta, dopo tanti anni, del potere del rock and roll.
Il colpo di grazia me lo diede il disco quintuplo (oggi, tre cd) dal vivo, Bruce Springsteen & the E Street Band Live / 1975-85. L’attacco del terzo long playing era folgorante: «There’s a book out right now…» – «è uscito un libro…». Mi fece un grande effetto – in fondo, mi guadagnavo la vita parlando di libri. Ma chi aveva mai sentito un rocchettaro parlare di libri dal palco di un concerto? Per di più, il libro che Bruce citava era Woody Guthrie. A Life, di Joe Klein e Bruce Springsteen spiegava che la canzone più famosa di Woody Guthrie, «This Land Is Your Land», non era l’inno patriottico cantato allegramente dai bambini delle elementari ma «an angry song», una canzone arrabbiata, una risposta al nazionalismo di «God Bless America». Springsteen l’avrebbe poi cantata, anche con tutte le strofe spesso censurate, dal palco del Lincoln Center per celebrare insieme con Pete Seeger l’elezione del primo presidente afroamericano. Ma già allora stava inseguendo un’idea di patriottismo, di amore per il proprio paese, alternativa al nazionalismo sciovinista degli anni reaganiani. Se ne sarebbe riparlato di lì a poco, con Born in the U.S.A.
Quanto a me, l’incontro di Bruce Springsteen con Woody Guthrie era una quadratura del cerchio, che riportava a casa tutto quello che avevo ascoltato fino allora, sia il rock and roll sia la musica popolare e la canzone di protesta, e le collocava in una storia condivisa. Davvero, il rock and roll a quarant’anni. C’era già stato Nebraska (che io però scoprii solo dopo Born in the U.S.A.) e molto più tardi The Ghost of Tom Joad. Bruce Springsteen aveva cominciato ad ascoltare Woody Guthrie e la country music di Hank Williams e Jimmie Rodgers – un po’ lo stesso percorso che avevo fatto io, scoprendo la serietà della musica country in Merle Haggard e Johnny Cash, poi in Nashville di Altman. Ero l’unico o quasi, in Italia,  a cui queste cose piacessero e non le prendesse stolidamente per fasciste. Forse, senza rendermene conto, anche prima di ascoltare Nebraska sentivo sotterraneamente quelle influenze nella musica e nel mondo di Springsteen (a parte accorgermi della citazione di Roy Acuff in «Wreck on the Highway» e di quella un po’ più criptica di Hank Williams in «The River»). Anni dopo, quando uscì We Shall Overcome: The Seeger Sessions, in cui Bruce Springsteen rende omaggio a Pete Seeger e ne riprende il repertorio, è stato come se tutto si ricomponesse – Pete Seeger, Woody Guthrie, Hank Williams,
Elvis Presley, John Steinbeck, John Ford e Bruce Springsteen. Ebbi l’impressione di non avere del tutto sbagliato vita. Però nel 1983, quando feci una trasmissione alla radio sulla canzone politica degli anni settanta, non scelsi i lati oscuri e impegnati di The River, ma il più leggero e luminoso: «Sherry Darling», un party rocker da diciottenni con tutti gli ingredienti canonici della mia adolescenza – le macchine, il sole, le ragazze, la spiaggia…. E però – c’era qualcosa in «Sherry Darling» che non avevo trovato nei miei idoli di teenager (e la cui assenza mi aveva fatto allontanare e cercare altre strade). In un’intervista con Robert Hilburn, Springsteen dice: «Come poteva coesistere una canzone allegra [“a happy song”] come “Sherry Darling” con “Point Blank” o “Darkness on the Edge of Town”?». Il fatto è che «Sherry Darling» è una canzone allegra, e per questo mi piace, ma lo è fino a un certo punto. Certo, la macchina, il sole, la spiaggia, la ragazza… Però: fermi tutti. È un lunedì mattina (siamo già lontani dalla febbre del sabato sera) e prima di andare al mare devono accompagnare la madre della ragazza alla «unemployment agency», l’ufficio di collocamento. L’ufficio di collocamento?
Ma quanto spesso capita nel rock di sentir parlare di una cosa del genere, di uffici di collocamento, di disoccupazione, di una normale quotidianità di gente che fatica ad arrivare a fine mese? La voce petulante della suocera nel sedile posteriore è quasi una metafora delle voci e delle realtà spinte ai margini del discorso ma insopprimibili e fastidiose, destinate a farsi sentire comunque con tutta la loro sgradevolezza anche nei contesti più patinati. È la voce di una donna anziana, disoccupata, che vive nel ghetto, quindi nera o portoricana. Ma allora questa non è una variante rock di «Io mammeta e tu»: qui si parla di gente che lavora, che ha un contesto familiare con più di una generazione – tutte cose che mancavano nel rock and roll con cui ero cresciuto, ma che avevo cercato e trovato nella musica popolare e in tanta country music. Il rock, insomma, anche nella sua versione più leggera, era diventato adulto e aveva ritrovato il contesto, proletario e popolare, in cui era nato.
A ben guardare, tanto «Sherry Darling» quanto «The River» parlano della disoccupazione e quello che provoca nei rapporti fra le persone. Samuele F. S. Pardini, a cui debbo molti scambi di idee su Springsteen, ha scritto: «Ci sono due scelte possibili dopo che l’economia viene meno. La prima è di tornare insieme al fiume, che mantiene la sua connotazione simbolica di speranza nonostante ormai sia a secco [come in “The River”]. L’altra è portare una madre all’ufficio di collocamento il lunedì mattina», come in «Sherry Darling», una canzone in cui Springsteen «aggiunge la razza agli intrecci fra genere, etnicità e classe».
Ha scritto Nicholas Dawidoff che Springsteen «è riuscito a immettere una prospettiva adulta nelle canzoni della sua giovinezza».
Le sue canzoni hanno sempre l’età che ha lui nel momento in cui le scrive. Così come continua a istruirsi e imparare, continua a crescere e, a differenza di tante altre rockstar, non se ne vergogna, anzi: «Ho sempre cercato di scrivere su che cosa vuol dire avere la mia età in un dato momento storico», spiega. E ancora: «Volevo che i personaggi crescessero… Dissi, insomma, quanti anni ho? Se ho quest’età, voglio prenderne atto in qualche modo». «Voglio salire sul palco e cantare con tutti i quarantadue anni che ho addosso», diceva nel 1992; e aggiungeva: «Non vedo l’ora di avere sessant’anni o sessantacinque, e continuare a farlo». High Hopes, per davvero. Tuttavia, come in ogni canone che si rispetti, la diacronia non abolisce la sincronia: le canzoni nuove non cancellano le vecchie. «Thunder Road» («queste due corsie ci possono portare dovunque») non è meno presente e meno vera di «The Ghost of Tom Joad» («la strada è viva stanotte, ma nessuno si fa illusioni su dove porta»); e in mezzo c’è la desolata epifania di «Cautious Man» («scese giù sulla strada ma quando fu lì non trovò altro che strada»). La strada ci può portare dovunque e da nessuna parte, e per questo infine non significa altro che se stessa: il luogo simbolico deputato dell’inseguimento («pursuit») della felicità nel fuggiasco («runaway») sogno americano – fuggiasco e inafferrabile anche perché la sua definizione, il suo contenuto sono a loro volta «runaway», elusivi e inafferrabili, e il sogno non significa che se stesso.
«Il giorno di pubblicazione è solo una data. Ma il disco è per sempre», dice Bruce Springsteen, e ha ragione.

Alessandro Portelli
Alessandro Portelli è considerato tra i fondatori della storia orale. Professore di Letteratura angloamericana all’Università «La Sapienza» di Roma, ha fondato e presiede il Circolo Gianni Bosio per la conoscenza critica e la presenza alternativa della cultura popolare. Collabora con la Casa della Memoria e della Storia di Roma e con «il manifesto».[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Crescere, lavorare e sognare <br>con Bruce Springsteen

Alessandro Portelli
Badlands
Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni
Donzelli Editore
25,00 Euro