La versione di Steven

D’accordo, è innegabile che oggi il mondo della musica sia invaso da servizi di ogni sorta concentrati soprattutto sul lato “consumer” del mercato. E va bene, il futuro è questo qui, musica ovunque, su qualunque device, pronta all’uso, compagna di ogni attività, lavorativa, ludica, erotica perfino. Però a volte, se ti fermi a pensare e scendi da quella magnifica e drogata giostra che è il mondo, e trovi il tempo di ascoltare davvero (non a caso i latini usavano “audire” anche per “prestare attenzione”, “avere fede”) ti accorgi di perle che la gran massa confusionale di utenti perde o sembra considerare poco. Scopri, o riscopri, artisti che non comprendono neanche in considerazione il concetto dello streaming, della fruizione immediata dei contenuti, la vedono più come una conseguenza, non come l’obbiettivo della loro creatività. Che ti raccontano storie incredibili, creano mondi che non avresti visitato mai, producono ricordi che non avevi e fai diventare tuoi.

Steven Wilson è un maestro in questa pratica. Di origini inglesi (Hemel Hempsted, Hertfordshire, 3 novembre 1967), si innamora molto presto del disco che non a caso è celebrato da ogni amante dell’introspezione e della natura “lisergica” del prog-rock inglese, Dark Side of the moon, di quei giganti noti al mondo come Pink Floyd.
Da loro prende in prestito la goduria profonda nel produrre suoni ricercatissimi e di ispirazione “siderale”, ed impara la calma nella fase creativa del suo lavoro.

Questo non gli impedisce di avere all’attivo, già a metà anni ’90 tre progetti musicali e la ragguardevole cifra di 14 dischi all’attivo. Il grande pubblico lo conosce di certo come leader di quei Porcupine Tree che la critica definisce “il segreto meglio custodito del rock” proprio per la natura schiva e anti commerciale della loro musica. Come dice lo stesso Wilson, descrivendo il suo approccio alla creazione dei brani:”Mi è sempre piaciuto il suono di una musica senza limiti, capace di abbracciare ogni cosa, dal jazz alla classica, al punk, al blues, una fusione di suoni e stili”. Ecco appunto, una musica senza limiti. Concetto abbastanza equivoco forse ma che dà la misura della varietà e della libertà creativa che impregna tutti i lavori di Wilson.

Artista a tutto tondo, capace di creare concept album legati a script cinematografici, documentari e arte visiva. Come nel caso di “Deadwing” prodotto nel 2005, prima un corto cinematografico, poi un album, infine una vera e propria opera rock. O “Stupid Dream” del 1999, concept album che racconta come sia creare un concept album. Avete capito bene. Fantastica la collaborazione col concept artist danese Lasse Hoile, che ha curato la gran parte delle cover e dell’immagine dei progetti di Wilson.

La definizione che meglio racconta l’intenzione musicale di Wilson è coniata proprio da lui: “Conceptual Rock”.
Densissima anche la produzione da solista, ultimo esempio della quale è l’album “Hand. Cannot. Erase.” (Snapper Music 2015) summa dello “Steven pensiero”, e cioè che anche oggi, nel XXI secolo, nell’era dell’internet of things sia possibile perdersi, addirittura venire cancellati. Il riferimento è ad un fatto di cronaca avvenuto a Londra, con protagonista una giovane donna molto in vista sui social e tra le famiglie facoltose, ritrovata dopo due anni dalla sua morte nel suo appartamento. Dimenticata, appunto.

Sentendo i lavori di Wilson davvero viene in mente il bellissimo libro di Mordecai Richler, “La versione di Barney” (Adelphi, 2007, 490 pp.) nel quale il produttore televisivo Barney Panofsky racconta la sua vita, attraverso flashback confusi, aneddoti inventati mischiati a quelli reali, tramite i quali vuole affrancarsi da un evento drammatico del suo passato. Come Barney, Steven Wilson racconta la sua versione sulla musica, su come produrla, su come far crescere un’idea e amarla a tal punto da fissarla su vinile, compact disc, mp3, nell’anima perfino.
Non risparmia vere e proprie critiche dirette alla velocità del mondo che ci circonda, e ci avverte di come i più giovani si sentano estraniati a volte apatici, proprio in conseguenza dell’uso smodato delle nuove tecnologie, di come abbiamo il dovere di guidarli e renderli consapevoli (Fear of a blank planet, 2007). E quando gli chiedono perché sul palco suoni sempre scalzo, se per caso si tratti di un gesto scaramantico, lui risponde: “Solo così riesco a mantenere il contatto con l’energia fantastica e positiva del nostro Pianeta, a nutrirmi delle sue storie. E poi i pedali degli effetti si schiacciano meglio”.

Ecco, questo è Wilson, un po’ maestro e un po’ bambino, se potete ascoltatela la sua versione della storia. Potrebbe essere sorprendentemente simile alla vostra. O addirittura meglio.

Credits: Grzegorz Chorus, Steven Wilson playing live with Porcupine Tree at at Arena, Poznan, Poland (November 28, 2007)