L’ascensore e quei piedi che ballano

L'ascensore e quei piedi che ballano
© Flickr – by clutterandkindle

Ingresso del grande ospedale. Giro a destra, le scale le stanno pulendo, la scala mobile è rotta. C’è solo l’ascensore. Un piccolo ascensore. Pigio il tasto. Aspetto. Dietro di me avverto una presenza. Odore di malattia. Il ragazzo è sulla sedia a rotelle, è magro, sconnesso, agitato, capisci che è alto. Il volto è sfigurato da quella malattia che riconosci subito, sclerosi. Mi colpiscono i piedi, ballano allungati e distesi nel vuoto. La signora che lo accompagna è gentile. Non è sua madre. Gli sta parlando, la voce è dolce, gentile, sussurrata. Le sue mani lo accarezzano. Non si fermano mai. L’ascensore arriva, ovviamente mi sposto. Posso aspettare, Il ragazzo no. I piedi continuano a ballare. E i piedi sono importanti in questa storia. La signora spinge la carrozzina dentro l’ascensore. Entra a fatica. La porta non si chiude. L’ascensore che prima mi sembrava piccolo, adesso è minuscolo. I piedi intanto sono sempre più agitati, si muovono, si allungano, sbattono contro la parete e la porta dell’ascensore non si chiude. La signora esce, rientra, spinge, tenta, ritenta. Niente da fare, i piedi scappano smaniosi dal poggiapiedi della carrozzina e l’ascensore non si chiude. Non ci sono scarpe, non ci sono ciabatte, solo calzini. Questione di centimetri, forse di millimetri. Niente da fare. Come mai la carrozzina non riesce ad entrare comodamente dentro la cabina dell’ascensore di un ospedale? La signora è imbarazzata. Io sono arrabbiato per il suo voler quasi chiedere scusa. L’imbarazzo della malattia dovrebbe essere accolto dal paesaggio che ti circonda con un abbraccio e un sorriso di incoraggiamento. Non so cosa fare per aiutarla. La malattia quando la tocchi devi saperla toccare. Mi chino, appoggio i piedi ballerini sul poggiapiedi ma non ci stanno. Ballano. Ho un foulard. Ho un’idea. Tolgo il foulard, mi chino. La signora mi blocca. Mi sorride. Mi dice che è una buona idea e che ha lei il suo foulard, non mi devo “scomodare”. Si china al mio posto lega dolcemente il piede ballerino al poggiapiedi. Entra nell’ascensore. La porta prova a chiudersi, per un attimo si ferma indecisa, poi brontolando continua a chiudersi. L’ascensore sale. Dopo un po’ torna, dentro la cabina vedo il foulard. Lo raccolgo. Non so a che piano è andata la signora. Sono fortunato. La vedo in fondo al corridoio. Sta raccontando al ragazzo di quando lei era ragazza e di quella spiaggia dove andava sempre. Mi sento fuori posto. Allungo la mano, lei prende il foulard. Mi sorride senza smettere di parlare. Per un attimo i piedi hanno smesso di ballare. Sorrido anch’io. Ho sbagliato piano. Mi aspettano al piano superiore ma faccio le scale. Di corsa.