Piccoli paesi. Grandi storie

Piccoli paesi. Grandi storie

Luoghi non più abitati, paesi perduti ed abbandonati, a volte a causa della loro infausta posizione geografica, molto più spesso per l’incuria, la megalomania e la pazzia dell’uomo.
Ma non per questo meno affascinanti. Antonio Mocciola, nel suo libro “Le Belle Addormentate” (Betelgense Editore) ne ha raccontati ottantadue di questi paesi fantasma sparsi lungo lo Stivale.

E a noi di Memo piace raccontare la storia di alcuni di questi borghi perché, come diceva Edward Morgan Forster, “se non ricordiamo, non possiamo comprendere”.

Non c’è alcuna cartina stradale o geografica dell’Abruzzo che indichi il suo nome. Non provate, dunque, a cercare Buonanotte, non la troverete. Un anonimo Montebello (sul Sangro) ha preso il suo posto. Già, perché gli abitanti del piccolo borgo si erano stufati di un nome che ritenevano più imbarazzante che poetico. Forse il fatto che prima ancora di Buonanotte fosse stato battezzato Malanotte non faceva dormire loro sonni tranquilli, e allora tanto valeva cambiare, tagliare le radici e non pensarci più.

Narbona, in provincia di Cuneo, invece il suo nome lo conserva ancora, sebbene sprofondi giù in una vallata, dal 1962 completamente disabitata. Quel che resta delle case quasi non si vede, le pietre si mimetizzano con i colori densi del paesaggio che le circonda. Narbona si può raggiungere soltanto d’estate, grazie ad un sentiero che è comunque impervio. L’inverno qui è da sempre sinonimo di neve ed isolamento, del resto siamo nella zona più rocciosa delle Langhe. La leggenda narra che questo fosse un nascondiglio creato ad hoc da alcuni banditi in fuga: difficile pensare che non sia stato davvero così. Oggi sta prendendo piede un progetto che vuole riprodurre esattamente un’abitazione narbonese in un museo di un paese limitrofo, Campomolino, “Una casa per Narbona” sarà il suo nome. Affinché almeno la memoria non vada perduta.

Se ci si sposta in Lombardia, tra le altre addormentate, si trova Consonno. Per parlarne è necessario tornare agli anni Sessanta, quelli della speculazione edilizia, in cui un conte piemontese, Mario Bagni da Vercelli, acquista tutte le quote societarie dell’immobiliare brianzola proprietaria di case e terreni. Il suo scopo? Fare a Consonno la Las Vegas della Brianza. Così il paese viene smontato pezzo per pezzo, gli abitanti fatti sfollare. Soltanto il cimitero, la casa del cappellano e la chiesa di San Maurizio vengono risparmiati. Nel frattempo accade spesso che ciò che viene costruito il giorno prima, il conte lo fa abbattere l’indomani, mettendo a dura prova l’equilibrio idrogeologico.
Mentre i vecchi abitanti assistono inermi alla distruzione del loro borgo, Consonno assume un aspetto vanaglorioso e appariscente. Il parco divertimenti apre, ma gli entusiasmi svaniscono presto. Ma là dove l’uomo pensa di essere onnipotente, arriva la natura a ricordargli che non può essere così: è l’ottobre del 1976 quando una frana si abbatte sulla città dei balocchi decretandone l’ingloriosa fine.

Consonno - Fotografia di Marco Sanzani, Negativo Digitale

Fotografia di Marco Sanzani, Negativo Digitale

C’è poi un’isola della laguna veneta, Poveglia, dove non si arriva se non con una speciale autorizzazione rilasciata dal Comune di Venezia. Da diversi anni l’isola, di proprietà dello Stato, è in vendita, ma la trattativa stenta a chiudersi. Nata inizialmente come un centro di accoglienza per padovani e atestini in fuga, durante la guerra di Chioggia tra Genova e Venezia diventa un’area militare, viene fatta evacuare e comincia così il suo declino: prima un lazzaretto per la peste del Settecento, poi un manicomio durante l’era fascista. Uomini, donne e bambini mandati lì a morire. Inevitabile l’orgoglio degli isolani che dopo la guerra non sono più voluti rientrare tra scheletri e rovine, su quell’isola che ancora oggi non conosce il proprio destino.

Da un’isola ad un’altra, sfogliando queste pagine si trova anche Lollove, il paese in cui Grazia Deledda ha ambientato uno dei suoi romanzi più strazianti: “La madre”. La Aar di Paulo e Agnese è Lollove. Vi risiedono ancora ventisei anime, niente uffici, bar, scuole o negozi. Solo una trattoria, qualche casa, un belvedere. Al riparo dal tempo che scorre o forse condannata dall’anatema di una delle suore del monastero locale, costretta ad andarsene dopo che un pastore fu trovato con una di loro: “Lollove sarai come l’acqua del mare, non crescerai né morirai mai”.

Fabbriche di Careggine, nell’alta Garfagnana, è invece un caso diverso. Qui l’attenzione delle istituzioni è da sempre massima. Nata nel tredicesimo secolo come faro economico del settore metallurgico, vede il suo declino nel 1859 quando la Via Vandelli, realizzata nella seconda metà del Settecento per collegare Modena a Massa attraversando il torrente Edron, perde di importanza con l’annessione del Ducato di Modena e Reggio alla stato italiano. Oggi Fabbriche di Careggine è un paese sommerso da un lago: il Lago di Vagli. Lo è dall’epoca del regime fascista, quando una grande società elettrica, la Selt-Valdarno, decise di realizzare un bacino idroelettrico. L’ultima volta che è stato svuotato era il 1994, numerose foto testimoniano quell’evento. Ma non è certo un segreto che sia nel Comune di Careggine sia in quello di Vagli di Sotto si stia lavorando per far riemergere, forse già nel 2016, il paese sommerso. Il sensibile abbassamento del livello delle acque che è già avvenuto in questi giorni grazie ad un interessamento di Enel fa ben sperare. Meglio vedere il paese emerso dalle acque una tantum o costruire un ponte di acciaio e legno che attraversi il lago e appoggiare sopra le acque una cupola protettiva di vetro?

E poi c’è lei, Civita di Bagnoregio, il borgo abbandonato per antonomasia. Quante volte abbiamo visto sui social network e sui giornali la tipica foto? Arroccata in mezzo ad una vallata, ci si arriva per una strada che sale, sale, sale e nell’ultimo tratto si inerpica quasi verticalmente. È in realtà un colle di tufo che si frantuma sin dai tempi della sua fondazione, in epoca etrusca. È la cosiddetta “città che muore”, o forse che non muore mai, dato che ogni anno è visitata da milioni di turisti, stranieri e non. Le petizioni sul web per salvarla si rincorrono, ma che cosa significherebbe davvero salvarla?
E soprattutto da chi o da cosa?

Civita di Bagnoregio - Fotografia di Claudia Boccini

Fotografia di Claudia Boccini

Se Civita di Bagnoregio muore più su carta che nella realtà, il centro storico dell’Aquila, invece, dopo la notte tra il 6 e il 7 aprile 2009, è ancora inaccessibile, transennato, invalicabile. Le attività commerciali se ne sono andate verso Avezzano o hanno chiuso per sempre. Le abitazioni, questo lo sappiamo bene, sono state ricostruite nelle periferie, container o casermette servite per propaganda politica, meno per asservire le necessità di una popolazione che ha perso tutto.
L’Aquila è oggi una città fantasma, quella che forse fa più male di tutte.

«Gridarono tutti insieme: Facciamo una città così bella che nessun’altra nel regno le si possa paragonare» si legge nelle antiche cronache della fondazione della città, ma quel che resta oggi, in realtà, è soltanto l’umiliazione.

E un personale, personalissimo, senso di colpa per non averla mai visitata prima, per non aver toccato con mano ciò che era e non aver avuto neanch’ora il coraggio di vedere ciò che realmente è. Per averla abbandonata.