È tutta (e solo) una questione di badanti

C’è il badante ultradevoto con le mani di pastafrolla che attribuisce i danni che causa al demonio. C’è l’ex bodyguard zoppo che si veste di nero con gli occhiali scuri e prima di aiutare il suo assistito controlla anche sui tetti che non ci siano cecchini. C’è il cingalese educato nelle scuole del britannico impero che lo chiama sir e l’ex ufficiale dell’Armata Rossa rigido come l’acciaio. A Riccardo Taverna all’età di 23 anni viene riscontrata la CIDP, una malattia neurologica degenerativa grave, anni dopo il Parkinson e per finire un infarto. Eppure a volte il problema più grosso della sua vita è gestire i badanti.È un esperto di sostenibilità aziendale, gestione della reputazione e comunicazione d’azienda. È autore del blog badavoaibadanti.org, basato sulla sua esperienza, e sustainabilitysentiment.org e di numerosi articoli sulla sostenibilità.“Tutte le fortune” (Edizioni Piemme) è il suo primo libro, noi della redazione di MEMO abbiamo deciso di pubblicarne il prologo: divertente, ricco di humour e di sagacia.

di Riccardo Taverna
Che esegua ciò che dico, sia onesto, puntuale e affidabile: non voglio altro. Il fatto che, da quanto ha raccontato, sia stato per tanti anni un bodyguard e, come ultimo lavoro, abbia fatto il gorilla in una discoteca non rappresenta un problema: nella vita, si sa, si cambia. Non sto cercando un conversatore brillante o un amico, ma un sostegno fisico e materiale, qualcuno che mi ridia una parvenza di indipendenza, niente di più e, soprattutto, niente di meno.Certo, Maurizio non è perfetto. Ieri, al termine del colloquio, ho notato un difetto sul quale, anche volendo, non avrei potuto non inciampare: quando cammina e alza il ginocchio destro, la gamba scatta tesa e ruota verso l’esterno e, prima di stabilizzarsi, sembra sempre sul punto di cadere. Tuttavia, mi sono detto, se Messner ha scalato tutte le montagne del pianeta senza sette dita dei piedi non c’è ragione per cui Maurizio non possa darmi una mano con i vestiti o guidare al mio posto. «Poi» ha commentato mamma Tina, che era presente al colloquio «sembra una brava persona» e il suo giudizio, che conta parecchio, mi ha convinto che sì, proviamo a capire se così, con un badante al fianco, la mia vita diventa più facile.
Maurizio passa a prendermi all’orario concordato e quando sbuca dall’ascensore quasi non lo riconosco: indossa un doppiopetto grigio, camicia bianca, cravatta nera, ha i capelli tirati indietro col gel e un paio di Ray-Ban con le lenti a specchio. Manca l’auricolare e sarebbe la copia sputata di Kevin Kostner.
«Sei pronto?» chiede, come dovesse accompagnarmi alla notte degli Oscar. «Allora andiamo.»
Ci siamo, già, è il momento. Dopo anni di cadute e risalite, dopo battaglie vinte e perse, mi sono arreso all’idea di avere un badante. Nessuna resa o sconfitta, solo una presa d’atto. La consapevolezza che ho bisogno di qualcuno che compia gesti banali, che, per me, sono diventati un impaccio. Allacciare un bottone. Scrivere. Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera
dei pantaloni. Versare l’acqua. Non ho bisogno di un complice né di un amico, ma di un professionista, uno che, con le sue mani e le sue gambe, mi permetta di riprendere le redini delle mie. Prendiamo l’ascensore, percorriamo il vialetto e raggiungiamo l’auto. Maurizio al mio fianco, vigile, preciso, efficiente. Alla guida, lo stesso: io sul sedile del passeggero, lui con le mani sul volante e i Ray-Ban fissi sulla strada, silenzioso e attento. «Bella giornata, eh?» la butto lì, giusto per un minimo di conversazione. Niente, nessuna risposta. È concentrato. Meglio così. Arriviamo all’appuntamento in via Santa Maria Fulcorina, una strada piccola e stretta con l’acciottolato al posto dell’asfalto, in centro città e, dopo avere parcheggiato rasente al muro, mi slaccia veloce la cintura di sicurezza. Al resto, ad aprire la portiera e uscire dall’abitacolo, ci penso io. In teoria, visto che, appena faccio per spingere la portiera, mi blocca con uno scatto felino, quasi uno schiaffo sulla mano, e un ordine secco: «Aspetta!». «Cosa?» chiedo sorpreso. Dopodiché appoggia il braccio sullo schienale del mio sedile e si volta, le lenti a specchio puntate sulla strada, lo sguardo attento al minimo segnale. Lancio un’occhiata di sottecchi nello specchietto retrovisore: siamo l’unica auto parcheggiata nella via, anche perché sarebbe vietato, e non c’è anima viva, eccetto un gruppetto di piccioni che, a essere sinceri, in questa Milano assolata e semideserta mi pare del tutto disinteressato al nostro arrivo. Maurizio pianta di nuovo i Ray-Ban nei miei occhi e mi comanda di nuovo di stare al mio posto. Obbedisco. Lui apre la portiera, esce circospetto, si guarda intorno,
poi infila la testa nel finestrino ma, prima che apra bocca, lo anticipo: «Va bene, va bene, aspetto…». Si muove zoppicando. Fa il giro dell’auto, sempre zoppicando. E, dopo un’attesa che mi pare infinita, mi raggiunge. Uno sguardo in avanti, uno indietro, uno in alto, per scorgere la presenza di eventuali cecchini suppongo, e grazie al cielo, apre la portiera. Mi preparo a scendere ma non faccio in tempo a muovermi che purtroppo sentiamo un rumore, niente di che, una macchina che proviene dal fondo della via. Maurizio mi guarda, stavolta è più veloce: «Ok, aspetto». Lui lancia la gamba destra, la ruota e pianta l’altra a pochi passi dal centro della strada.
La macchina si avvicina e lui resta lì, zoppo e indifferente, con la mano a fare “stop” e il sole che si riflette nelle lenti degli occhiali. L’auto rallenta, infine si ferma:l’alternativa, d’altronde, sarebbe investirlo. «Forza, veloce» mi intima. Che, su di me, non suona molto bene, specie oggi che le gambe sono in una giornata storta e, se possibile, mi fanno zoppicare più di lui. Maurizio tiene la portiera aperta. Io ruoto sul sedile, appoggio le mie lunghe gambe sul marciapiede e scendo. Cammino verso il portone, barcollando. Maurizio mi scorta, zoppicando. Il conducente dell’auto aggrotta le sopracciglia perplesso. Trattiene una risata. Mi immedesimo in lui e scoppio a ridere. Un disabile, assistito da un badante zoppo che si atteggia a guardia del corpo. Ridicolo. Comico. O tutte e due. Continuo a ridere. Maurizio non fa una piega. Continua a scortarmi.

TUTTE LE FORTUNE
Editore: Piemme (10 novembre 2015)
Collana: Piemme voci
Copertina rigida: 250 pagine
Lingua: Italiano