I 10 piccoli indiani del Rock

I 10 piccoli indiani del Rock
Jimi Hendrix_ Jonathan Stathakis (C) authentic Hendrix, LLC

Memo vi propone il decalogo che ha cambiato la storia della musica (e un po’ anche le nostre vite).

Messa di Requiem in Re minore K 626, W.A. Mozart, 1791 ca
Non vi stupite, Mozart è ormai riconosciuto come uno degli autori più influenti della sua epoca, e archetipo della popstar del XX secolo come abbiamo imparato a conoscerla. Se poi ci mettete che la leggenda attorno al sua morte è una delle più belle e affascinanti che si ricordino in ambito musicale, il gioco è fatto. Se fosse vissuto ai giorni nostri forse lo avremmo messo nell’olimpo degli dei del rock, giovane artista maledetto e dannatamente geniale. Ma torniamo al Requiem. La leggenda narra che “in una notte buia e tempestosa” un viandante con cappuccio e maschera carnevalesca si presentasse al cospetto di un già malato e consumato Mozart, pagandolo per realizzare una Messa da Requiem in circa quattro settimane. Amadeus, non riuscendo a scoprire la sua identità, col passare dei giorni si convince che quello che sta scrivendo sarà la composizione che accompagnerà la sua morte. Così accade. Mozart morirà senza averla compiuta. Il suo lavoro verrà terminato dai collaboratori, e nessuno capirà mai chi fosse il committente, che mai la reclamò. Se ascoltate il “Dies Ire” o “Lacrimosa” e lo confrontate con la musica che “girava” in Europa a fine ‘700, la forza dirompente della musica di Mozart è paragonabile a quella che avrà il rock ‘n roll a metà del 1950. Un genio visionario che ha alzato l’asticella della composizione musicale per sempre, né più né meno.

Strange Fruit, Abel Meeropol/Billie Holiday, 1939
Quando Abel Meeropol, insegnante ebreo-russo residente nel Bronx, vede la foto dei corpi straziati e appesi ad un albero dei poveri Thomas Shipp e Abram Smith, linciati a Marion (Indiana) solo perché neri, rimane talmente impressionato che compone una poesia, “Bitter fruit” (frutto amaro). Dopo qualche anno decide di metterla in musica, cambiando il titolo in “Strange Fruit”, lo strano frutto appeso all’albero. La canzone diventa molto nota negli ambienti di sinistra, e arriva all’orecchio di Barney Josephson, il proprietario del Café Society, uno dei primi locali ad accettare clienti misti. Lui fa conoscere Meeropol e Billie Holiday. La sua voce fantastica e rotta dall’emozione, retaggio di una vita davvero difficile, passata tra storie con uomini violenti e alcohol, rende questo pezzo immortale. Viene sempre eseguito a fine serata, con le luci soffuse, addirittura i camerieri si fermano, e la gente rimane attonita. Come afferma una sua biografa “Ascoltando molte delle varie cover della canzone, si ha l’impressione di ascoltare una bellissima versione di una bellissima canzone; ascoltando Billie, si ha l’impressione di stare esattamente ai piedi dell’albero“. Grazie a Billie Holiday, e alla crudezza del testo («Gli alberi del sud danno uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero dondola nella brezza del sud, strano frutto appeso agli alberi di pioppo»). “Strange Fruit” diventa una delle prime testimonianze dei linciaggi che avvengono quotidianamente negli Stati Uniti del Sud, e contribuirà a diffondere il messaggio di denuncia fino ai movimenti di protesta civile degli anni ’60. Ultima nota curiosa: Strange Fruit è una delle famose “chimere”, canzoni così difficili da interpretare tanto che raramente si ha il coraggio di affrontarle.

That’s alright mama, Elvis Presley, 1954
Inutile girarci intorno, dopo “the King” niente è stato più lo stesso, sia nella società americana, e poi in quella europea, e soprattutto nel business musicale. Elvis è stato il primo artista moderno della storia trattato come un prodotto e venduto come mai nessuno prima di lui. Dal 1954 negli States, per almeno una quindicina di anni, gli artisti sono stati scelti e lanciati dalle grandi Major con lui come metro di valutazione, per dire. Sicuramente la svolta impressa alla scena musicale americana da Elvis comincia con un singolo che più di altri racconta il momento storico che l’America vive: si intitola “That’s alright mama” (1954) e quando esce il ricordo della seconda guerra mondiale è ancora fresco e il fantasma della Guerra Fredda è alle porte. L’America conformista e in gran parte razzista assiste all’ascesa di questo ragazzone bianco che canta come un nero e si muove in modo osceno e davvero allusorio. Il singolo desta talmente tanto scalpore che decine di associazioni pubbliche e private ne chiedono il ritiro (“Le figlie della rivoluzione americana”, associazioni cattoliche e protestanti, e addirittura interpellanze di Senatori e Deputati). Il cambio è proprio qui, in queste righe “Mama she done told me, Papa done told me too, ‘Son, that gal your foolin’ with, She ain’t no good for you’, But, that’s all right, that’s all right.That’s all right now mama, anyway you do”. La forza dirompente della disobbedienza segnerà gli anni a venire e ispirerà migliaia di giovani e di artisti di varie discipline.

We Shall Overcome, Joan Baez, 1963
Originariamente incentrata sul movimento per i diritti civili, questa canzone divenne col passare degli anni uno degli inni pacifisti più famosi e coinvolgenti cantato nelle manifestazioni di protesta contra oil razzismo e la guerra in Vietnam. La sua particolarità ,come quella di altri inni di questo genere, è di unire persone di classe, razza e credo diversi che si ritrovano in pochi ma solidi valori universali. Come la stessa Baez dice “una canzona ispirata, non fatta per essere cantata da un palco verso un pubblico, ma in grado di elevare gli animi di una folla”. Come darle torto?

Star Spangled Banner, Jimi Hendrix, 1969
Provate ad immaginare: è la mattina del 17 Agosto 1969 a Woodstock, N.Y., sono le 9.00, dovete salire sul palco, suonare davanti a gente che è reduce da una maratona musicale pazzesca. Attorno al palco 200.000 persone si stanno ancora riprendendo dalle quasi 4 ore di live degli Who, che hanno chiuso alle 5.00 del mattino, appena prima di voi i Jefferson Airplane hanno appena finito la loro esibizione con “White rabbit”. Come colazione non c’è male, un tantino lisergica, certo, ma ora il pubblico è lì che chiama il vostro nome, vi acclama, vi aspetta da 3 giorni. Voi chiuderete questa kermesse passata alla storia come uno dei più grandi concerti di sempre, forse il raduno musicale più bello mai visto. È con queste premesse che Jimi Hendrix sale sul palco, attacca la sua Fender all’impianto e comincia la sua magia. Un grande live, che ci è stato tramandato dalle cineprese super8 dell’epoca. Un marziano praticamente, nessuno al mondo suona la chitarra come la suona lui, per intensità e stile, con quell’innovatività che segnerà milioni di musicisti negli anni a venire. È proprio da uno con quell’estro che ti puoi aspettare la follia, la noncuranza di ciò che può accadere ad una carriera se decidi di spingerti troppo oltre. Dopo una scaletta fantastica che contiene tra le altre “Foxy Lady”, “Purple Haze”, “Voodoo Child”, “Fire”, per dire, ecco il colpo di mano. Comincia come un urlo straziante, e dopo la quarta nota la gente capisce che quell’assolo rimarrà nella storia della musica. Hendrix suona l’inno americano, il “National anthem”, appunto, con straziante dileggio, deridendolo, ma rendendolo allo stesso tempo epico, riprendendolo e donandolo, un po’ sporcato ma intriso di struggente realtà, alle masse. La gente impazzisce, letteralmente. Questo urlo contro una Nazione sempre in guerra, impantanata in Vietnam, è potentissimo. Non che non l’avesse mai suonato prima Hendrix. Quella di Woodstock era almeno la cinquantesima versione. Ma fatta lì, in quel contesto, con quella forza, davanti al mondo intero, rende questa interpretazione la chiusura ideale degli anni ’60, musicalmente parlando.

Imagine, John Lennon, 1973
Per la prima volta una canzone dal messaggio universale, un testo non “contro”, non di rivendicazione , ma di ispirazione, in grado di unire istanze diversissime tra loro. Un testo però, attenzione, non pacifista, tutt’altro. lo stesso Lennon dichiarò che la sua canzone aveva chiaramente un intento critico nei confronti del conformismo, del consumismo e della religione. Quando la ascolti davvero pensi che potrebbe essere un inno nazionale, globale perfino, e musicalmente parlando rimane uno dei pezzi rock più belli di sempre. Le cover si sprecano, la più bella e più riuscita, in grado se possibile di attualizzare il messaggio e trasportarlo nel XXI secolo quella degli A perfect Circle, nell’album “eMOTIVe”. Parafrasando un noto detto, ascolti Imagine e poi muori, da uomo più cosciente e libero, aggiungerei.

Get up Stand up, Bob Marley, 1973
Questa canzone iconica e rappresentativa della scena Reggae, scritta da Bob Marley e Peter Tosh, è un altro esempio di musica “evergreen”. Se uscisse oggi avrebbe forse la stessa forza dirompente, lo stesso potere del messaggio. Se leggete bene il testo davvero potrebbe riferirsi ad ogni zona in difficoltà nel mondo e prenderla ad esempio, pensando che questa canzone sia ispirata da quella precisa circostanza. La realtà è che Marley, in tour agli inizi dei ’70 ad Haiti, rimane sconvolto dalla povertà e dalle condizioni veramente difficilissime degli isolani, e decide di scrivere questo pezzo di lotta. Tutto si può concentrare su questa strofa “La maggior parte della gente pensa che un Grande Dio verrà dal cielo, eleverà tutti e li farà stare bene. Ma se si conosce il valore della vita, si cercherà la propria strada sulla terra. Ora ve ne accorgete, eh! Combattete per i vostri diritti!” Per Marley era insopportabile che in un mondo globalizzato e moderno ci potessero essere ancora queste disparità. Brutto constatare che non è cambiato poi molto. Ci rimane una grande canzone ancora in grado di ispirarci e tenerci “vigili”.

Anarchy in The U.K., Sex Pistols, 1976
Cominciamo col dire che in Inghilterra, a differenza che negli States, la ribellione degli anni ’70 in Inghilterra si fa genere. E i Sex Pistols assurgono ad epigoni del Punk, coi loro eccessi, la loro irriverenza e la loro genialità. Non si fanno molti problemi, incitano direttamente alla ribellione e al cieco disordine, senza mezze misure: “Anarchia per il Regno Unito/ Il tuo sogno futuro è una programma per lo shopping/ Perché io voglio essere l’anarchia. In città/ Di tante vie per ottenere quello che vuoi/ io uso la migliore, uso gli altri/ io uso i nemici/ io uso l’anarchia”. Non c’è spazio per le interpretazioni, e una parte dei giovani inglesi senza dubbio saranno ispirati da queste parole d’ordine, le faranno proprie. Si può dire che questo pezzo e la nascita del punk danno l’estremo saluto al pop beatlesiano e scavalcano il rock dei Rolling Stones, dando inizio a d un processo culturale che consentirà alla “vecchia” Europa di rivitalizzare dopo gli anni ’80 una stanca scena statunitense. Rotten, leader dei Sex Pistols, si perderà nei meandri dello star system fino ad approdare all’isola dei famosi versione inglese, lontanissimo da quelle parole ostentate con la sicurezza dei suoi 20 anni, “God Save the Queen/ The fascist regime (Dio salvi la Regina, il regime fascista)”. Sid Vicious, bassista della band, morirà di overdose nei primi anni ’80 dopo essere stato accusato di aver ucciso la fidanzata Nancy Spugne.

Sunday Bloody Sunday, U2, 1983
“Sunday Bloody Sunday” è la traccia di apertura dell’album War, e viene considerata la composizione più politica degli U2. Il testo si riferisce ad un evento diventato tristemente famoso, la “domenica di sangue”, appunto, che ebbe luogo il 30 gennaio del 1972 nella città nord irlandese di Derry, dove l’esercito inglese massacrò 14 civili disarmati e ne ferì altrettanti. L’episodio scatenò la rivolta nazionalista contro il governo centrale di Londra. Il giovane Bono rimase così colpito da comporre, 10 anni dopo, questo pezzo contro ogni forma di violenza, il cui messaggio fondamentale risiede nel ritornello: “How long, how long must we sing this song?” (“Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?”). Gli U2 decisero di suonarla in pubblico per la prima volta nel 1982 a Belfast, qualche mese prima che uscisse il loro disco di esordio. Presentando il brano Bono usò queste parole: «Si chiama Sunday Bloody Sunday, parla di noi, dell’Irlanda. Ma se non piacerà a voi, non la suoneremo mai più. » Inutile dire che al termine del brano ci fu una vera e propria ovazione. Ad oggi, assieme a “Zombie” dei Cranberries, rimane la testimonianza musicale più forte su quel periodo storico nel panorama rock mondiale.

Fight the power, Public Enemy, 1989
Poche canzoni hanno il potere di avere un impatto politico fondamentale nella storia. Tra le più note quelle di Bob Dylan, John Lennon, Woody Guthrie, Billie Holiday, Marvin Gaye, Sex Pistols e via dicendo. “Fight the power” di per sé è una delle meno famose, ma al contrario di altre è facile individuare il preciso momento nel tempo e nello spazio in cui il suo messaggio ha colpito più forte. Inizialmente apparsa nella colonna sonora dell’incendiario film di Spike Lee “Do the right thing” (Fa’ la cosa giusta, in Italia) incorpora l’essenza stessa del “Black Power” trasudante nella musica rap di quegli anni, ma è lontano dagli USA che il suo messaggio colpisce più forte. Belgrado, 1991, il regime di Slobodan Milošević è al massimo della sua forza, la repressione è insostenibile, e si rivolge soprattutto ai mezzi di informazione anti regime, come radio B92, che viene esclusa dalle trasmissioni di informazione e attenzionata dall’esercito. La risposta della radio è fantastica ed entra nella leggenda. Per giorni manda in onda solo musica di tutto il mondo affidando ai testi delle canzoni il messaggio di protesta. “Fight the power” viene suonata addirittura ininterrottamente per 3 giorni. Un vero pugno allo stomaco del regime, che non riuscirà mai ad impedire la messa in onda. I Public Enemy si esibiranno in un tripudio di folla a Belgrado nel 2008.