Obiettivo Petra

Obiettivo Petra

Daniele Coricciati è un giovane fotografo leccese che abbiamo conosciuto durante il Salone dello Sviluppo Locale di Gallipoli. Il suo occhio dietro la macchina fotografica si è concentrato sulle pietre della sua terra, il Salento. Suggestioni in bianco e nero che danno risalto a “il primo rudimentale strumento in mano all’Uomo nella preistoria”, un insieme di scatti che sono stati raccolti ed esposti nel progetto Petra. Pubblichiamo qui un estratto dal testo critico di Marinilde Giannandrea, inserito nel catalogo della sesta edizione di Selfportrait in cui sono state esposte le prime fotografie del progetto.

di Marinilde Giannandrea
Nella storia del Salento il materiale litico è l’ossatura della terra. È alla base delle prime architetture monumentali, identifica la cifra di un Barocco dorato fatto di luce ed è anche materia contemporanea, rinnovata dalle sue stesse potenzialità e da un design connesso alla cultura del territorio. Lo dichiara questa sesta edizione di Selfportrait, spazio espositivo, ma soprattutto luogo mentale e progettuale, nel quale si innesta con naturalezza la sezione arti visive, perché opere e oggetti sono sempre “squisitamente relativi”, interconnessi tra loro dall’infinita capacità di stabilire relazioni. E non è casuale che anche la fotografia di Daniele Coricciati sia alla ricerca della struttura della pietra, trasformando una parete a secco in un’idea astratta, rivelando quelle potenzialità visive e linguistiche celate dietro l’asperità di un sasso. Costringe lo sguardo a muoversi solo sulla superficie, lungo l’immobilità compressa dei conci, mettendo al centro l’oggetto in sé, attratto dalla sua natura ancestrale e dal fatto che esso “racchiuda la storia del mondo”. Perché l’uomo si è confrontato con la pietra sin dalle sue origini, in una relazione costante, che nel caso della Puglia non coincide con un paesaggio chiuso da profili montuosi, ma piuttosto con una dimensione dell’inciampo e dell’abitudine.

Tuttavia la pietra fotografata da Coricciati non è quella dei monumenti megalitici, né quella uniforme delle piazze assolate dei nostri centri storici, delle decorazioni di chiese e palazzi, ma è un materiale disomogeneo, eroso dal tempo, legato al Volksgeist (l’anima di un popolo), alla cultura contadina delle costruzioni dei confini, delle architetture minori destinate al ricovero degli attrezzi e degli animali. Se ne ricava una spazialità chiusa e un inedito punto di vista, sorprendentemente capace di annullare qualsiasi tentazione narrativa e documentaria, trasformando la forma di ogni singolo elemento in superficie, in un reticolo organizzato, dove al rigore della simmetria del muro si contrappone l’attenzione ai segni geologici e alle “rughe” che ne compongono la storia. Questi frammenti naturali, che non denotano alcun artificio umano, sono pietre grossolane di cui l’autore registra spessori, ombre e luci, in una gamma di possibili variazioni e possibilità espressive.

Oltre il rigoroso bianco e nero di una costruzione a secco c’è la natura della fotografia che si colloca sul crinale tra documento e opera, che supera la dimensione informativa e fa immaginare una realtà nascosta dietro lo sbarramento della parete. Fa sentire – come se fosse nuova – la tessitura di un paesaggio noto, conservando il potenziale di stupore e di avventura e spingendo a vedere quello che la pietra racconta.

Il ritmo dello sguardo è lento, una lentezza che appartiene all’autore, perché sembra che il tempo dello scatto coincida per lui con quello dell’esistenza e degli attraversamenti geografici legati alle sue passioni di viaggiatore. Lo stesso ritmo che ha usato quando ha percorso l’Azerbaijan e che dichiara di voler mantenere anche ora, all’inizio di questo nuovo viaggio nella lingua materna, sulla e dietro la pietra, in un orizzonte chiuso, nella porzione di un paesaggio vicino, noto, ma non per questo meno misterioso.