Smemoranda!

Un’agenda letteraria che raccoglie dodici storie a tema libero: è questa la Smemoranda 12 mesi 2016, dedicata agli “smemorandiani”, coloro che le storie amano leggerle, ma anche scriverle. Guido Catalano, Sandrone Dazieri, Chiara Gamberale, Fabio Genovesi, Marco Missiroli, Raul Montanari, Michela Murgia, Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Marina Terragni e Andrea Vitali sono gli scrittori italiani che hanno dato il loro contributo narrativo per regalare all’agenda la sua storia del mese. Come sempre tanti dettagli grafici e una miriade di piccoli accessori, ma tutto quanto con un occhio speciale all’ambiente, perché la “Smemo” è ad emissioni zero. MEMO vi propone in anteprima il racconto del giovane autore versiliese, Fabio Genovesi, “Mi piacciono le ragazze”.

 

di Fabio Genovesi

La prima mattina che il babbo mi ha buttato sul furgone era ancora buio, e tremavo così forte che quasi cadevo dal sedile. Non per il freddo, anche se era freddissimo, ma per l’emozione. Finalmente era arrivato il giorno che i grandi mi portavano con loro. A caccia, a pesca, non lo sapevo. Sapevo solo che ogni sabato sera davanti alla porta c’erano pronti fucili e canne e stivali e altra roba misteriosa, poi la domenica mi svegliavo e non c’era più niente, nemmeno il babbo e lo zio, spariti mentre dormivo verso un mondo di sogno. Quella mattina però le mani pesanti del babbo mi avevano strappato alle coperte, due strati di vestiti sopra il pigiama e poi via, sul furgone che prendeva a schiaffi il buio delle strade prima dell’alba. E anche se le cose quando arrivano non sono mai stupende come le immaginavi, questa invece sarebbe stata ancora meglio, perché nemmeno l’immaginazione scalmanata di un bimbo di dieci anni poteva inventarsi la favola di quei boschi fitti e profumati, la ruvidità spinosa della pineta che di colpo si apriva sulla pace liscia di laghi e lagune, immobili nell’alba come specchi che riflettevano i miei occhi spalancati su un mondo vivo e selvatico e pieno di avventure. Da quel giorno ogni domenica così, sole o pioggia. Il babbo e io, lo zio e Bruno, che era mio cugino e aveva due anni più di me. E poi, dal nulla, Bruno ha smesso di venire. Una volta c’era il compleanno di una compagna di classe, una volta andava al cinema con gli amici.
– Eh, addio Bruno, ciao ciao -, ha detto amaro lo zio, anche se appunto Bruno non c’era mica.
– Ha scoperto le femmine, non lo rivediamo più.
E io per un pezzo di strada non ho detto niente, inebetito da tanta follia: il volo basso delle folaghe, quello a missile delle anatre, le cacciate tremende dei lucci sotto le ninfee, gli schizzi argentati dei cefali che saltavano fuori dall’acqua davanti al nostro barchino: come potevi rinunciare a tutte queste creature meravigliose solo per le ragazze, la specie più inutile e noiosa dell’universo? Non era possibile, non ci potevo credere, non ci volevo credere.
– Ma allora voi due? -, ho chiesto disperato.
– Perché voi due venite sempre? A voi le ragazze non vi garbano?
– Certo che ci garbano, ma siamo sposati, e quando ti sposi finisce tutto e non puoi fare più nulla. E allora veniamo a pesca -, ha detto lo zio mente spegneva il motore sulla riva del lago Massaciuccoli, con le rane che si buttavano in acqua per starci lontane.
Il babbo ha fatto per scendere, poi si è voltato e mi ha piantato addosso i suoi occhi verdi da attore americano, che infatti una sera alla Capannina un signore voleva portarlo a Roma a fare i film di cowboy. I suoi occhi erano due chiodi puntati contro di me, e quel che ha detto subito dopo è stata la martellata: – È così Fabio, è normale. Fra un po’ le ragazze ti garberanno anche a te, e anche te smetterai di venire con noi. E allora il terrore, terrore puro. Dopo tanta attesa finalmente i grandi mi portavano con loro, e già all’orizzonte ecco il momento oscuro che minacciava di rubarmi questa magia. Ma io non ci stavo. Io avevo un sogno preciso. Volevo diventare il pescatore più grande del mondo, così bravo che giravo il pianeta alla ricerca di bestie spaventose che solo io potevo catturare. Volevo essere il primo ad agganciare un calamaro gigante, volevo che mi chiamassero a Loch Ness per risolvere definitivamente il mistero del lago, perché se andavo là e non riuscivo a pescarlo nemmeno io, allora era ufficiale che il mostro non esisteva punto e basta.
Ma per arrivare a quelle battaglie clamorose dovevo prima vincere questa contro le femmine, altrimenti facevo la fine di Bruno.
Intanto i miei amici cedevano uno per uno. Smettevano di giocare per terra perché si sciupavano i vestiti, si pettinavano, rinunciavano a far
saltare in aria una cassetta delle poste nuova e luccicante solo perché stava davanti alla casa di una che gli piaceva. E io mi tappavo le orecchie e scappavo dai loro discorsi pieni di lingue, di saliva, di mani messe in posti dove le mani non dovrebbero arrivare mai. Ma era inutile, perché il pericolo mi aspettava da tutte le parti. A scuola, in spiaggia, pure all’edicola mentre chiedevo il nuovo numero di Pescare con gli occhi dritti al Signor Mario per non incrociare gli sguardi delle donne mezze nude che mi cercavano dalle copertine. Poi correvo a casa e lì era pure peggio, perché dalla tv saltavano fuori altre donne, e queste si muovevano pure, in un agguato elettrico e spietato. Insomma, ero accerchiato, nel mio Giardino dell’Eden pieno di boschi, laghi e fiumi, il serpente tentatore strisciava intorno a me. E però io non cedevo, io stavo diventando un vero uomo d’avventura e sapevo come resistere: come quando abbocca una spigola di quelle giganti, che lì per lì tira fortissimo e quasi ti strappa la lenza, ma tu devi tenere duro e lasciarla sfuriare, così piano piano si sfianca e alla fine sale in superficie, prende una boccata d’aria e si arrende. E uguale adesso, sentivo la furia di quella belva feroce e però resistevo, e anche stamani che i miei amici andavano in spiaggia a fare gli scemi, io invece salivo in cima agli scogli, zaino in spalla e canna in mano, e da lì pescavo tutto il giorno senza voltarmi mai alla riva e alle signore in costume, gli occhi fissi al galleggiante e il sole sulla testa a bruciarmi i cattivi pensieri. Sì, perfetto, prima un salto al negozio di alimentari del Signor Massimo, un panino, un saluto e poi a pesca. Veloce e preciso e senza problemi. E così, come le seppie che entrano nella nassa, fischiettando mi infilavo da solo in questa trappola mortale. Perché dal bagliore fuori entro nel negozio e resto cieco per un po’. Il rumore del frigo che tossisce e il neon che frigge là sopra, poi i miei occhi tornano a funzionare ed eccola lì, in piedi dietro il bancone, la ragazza più bella di questo mondo vigliacco e traditore. Ci siamo solo io e lei, che è la nipote del signor Massimo, si chiama Martina e una volta giocavamo insieme sulla strada. Le piacevano i pastelli e le figurine degli animali, ma è passato tanto tempo e la donna davanti a me non è più lei, e cosa le piace adesso non lo so. So solo che a me piace lei, da morire. I suoi occhi neri e stretti a taglio, i capelli biondi legati dietro con qualche ciocca che scappa all’elastico e continua a ballare morbida davanti al viso, meraviglioso sopra un grembiule bianco che per fortuna la copre un po’, perché io non me ne intendo ma secondo me là sotto c’è un corpo che solo a immaginarlo capisco quanto sarà duro combattere contro questa belva. Anche se Martina non combatte, non lotta, non fa proprio niente. Anzi, se esiste nel mondo una persona più timida di me è proprio lei. Che mi dice Ciao dentro un soffio e poi abbassa gli occhi all’affettatrice lì sul banco. E io uguale, pianto i miei sulle mattonelle tutte diverse del pavimento e voglio lasciarli così, fermi e secchi come il tono della mia voce, mentre rispondo:
– Salve. Panino e succo di frutta.
Semplice e diretto. Perché è questo che mi serve, mangiare e bere, poi via a pesca. Martina dice che i succhi sono nel frigo, lì vicino a me, e io mi volto di scatto come se il frigo fosse appena caduto dal cielo sfracellandosi qua accanto.
– Ah, certo -, dico con una voce già meno sicura.
Prendo una bottiglietta di succo alla pesca e me la schiaccio forte al petto, sperando che mi rinfreschi i pensieri. Che invece sono un minestrone incandescente, con dentro tante robe strane, molli e dure, chiare e scure, vengono su nel bollore e ricadono sul fondo e si mescolano e non ci capisco nulla. Tanto che lì per lì non capisco nemmeno Martina, quando con un filo di voce chiede se mi serve altro. Un attimo, poi dico:
– No! – Anzi, urlo.
Perché non mi serve altro, non mi serve niente di quello che può darmi lei. E però invece sì, ecco, mi serve un panino. Un panino con prosciutto e fontina.
– Prosciutto crudo o cotto?
– Crudo! -, rispondo subito, brusco, quasi offeso anche se non so da cosa.
Forse da tutto quello che mi succede dentro, dal fatto che un uomo d’avventura non dovrebbe perdersi nemmeno nei boschi sterminati del Canada e invece eccomi qui, sperso davanti agli occhi di una ragazza che neppure mi guarda, solo prepara un panino ed è agitata più di me, e io me ne accorgo e vado in ansia, lei lo sente e aumenta la sua timidezza, in una specie di gara di imbarazzo dove non c’è verso di vincere e mi sa che perdiamo tutti e due. Anche se io molto di più, perché lei mica deve diventare la pescatrice più grande del mondo, mica dipende da lei la cattura del calamaro gigante e del mostro di Loch Ness. No, lei deve solo prepararmi un panino, e lo fa benissimo. Taglia il formaggio in fette sottili, le prende con due dita e le posa delicata sul pane, e di colpo anch’io vorrei essere una fetta di fontina, per stare un attimo fra quelle mani bianche e attente. Intanto Martina mette il panino in un sacchetto e lo posa sul banco, ed ecco che arriva il momento più difficile. Perché adesso dobbiamo spostarci alla cassa, e non c’è più il bancone fra noi, siamo così vicini che sento il suo profumo intorno, addosso, dentro di me. La guardo, ed è ancora più luminosa con dietro i pacchetti colorati delle sigarette in fila e la specchiera che rimanda la luce del sole fuori. E però in quello specchio, nell’angolo di tanto splendore, vedo pure me. Con lo zaino in spalla, il cappello di paglia e la canna da pesca in mano. E allora succede questa cosa assurda e tremenda: che mi vergogno. Di me, di come sono vestito e pure della mia canna, la mia spada fedele ora è solo una specie di stecco ridicolo, in mano a un bimbo scemo. Ma non può essere così, non deve.
Allora cerco di tenere i muscoli del viso tirati in un’espressione seria, come il babbo e lo zio, come tutti gli uomini grandi che si fanno la barba e la pelle gli diventa dura tipo quella dello squalo e i pericoli del mondo ci rimbalzano contro. Martina mi dice quanto spendo e io appoggio la canna alla cassa, tiro fuori le mille lire che mi ha dato la mamma e tengo lo sguardo a mezza altezza per fissare tutto il nulla che trovo. Le allungo i soldi, e di colpo è come se nel negozio esplodesse una bomba. Ma una bomba stranissima, che funziona alla rovescia, scoppia e fa un silenzio enorme, e il mondo intorno resta dritto e immobile. Martina stava per prendere le mille lire ma si è bloccata, come il mio braccio teso coi soldi in fondo. Gli unici a muoversi sono i miei occhi, che vanno a quelli di lei spalancati mentre fissa là in basso. E allora ci guardo anch’io, e vedo le mille lire che pendono ancora dalle mie dita, abbastanza nuove e con sopra la testa disegnata di un vecchio con una barba gigante, e accanto quello spazio bianco che hanno le banconote e però stavolta non è bianco per niente, stavolta c’è una cosa scritta a penna che spicca su tutto:

SEI BELLA. CHIAMAMI. 83550.

C’è scritto così, giuro, e non ci posso credere, non posso respirare, posso solo tenere questi soldi maledetti lontani da me in fondo al braccio teso, come una roba velenosa. Ma anche Martina si scosta, il suo viso splendido è tutto rosso, la bocca trema e la testa sparisce tra le spalle come vorrei sparire io in un buco profondo sottoterra. Non so cosa farebbe adesso un uomo serio, e se esiste una tecnica precisa alta e spaventosa espressione, che è la fantasia. Non sai chi è Seneca? Davvero non è così importante, è qualcuno che è vissuto qualche anno fa, in Europa, e anche se ha cercato di capire la vita, adesso non sta poi tanto bene… E poi che c’entra Seneca, non riesco comunque a dirtele queste cose che mi passano per la testa. Mi piacerebbe scriverle, se lo sapessi fare. E invece sono qui, soffiato via dalla tua eleganza morbida; sono qui dall’altra parte del letto. È come se tu non mi vedessi, eppure in questo momento io ci sono, ti guardo. Per te ci sei tu, Emma, e la luce di quella immensa portafinestra che ci sta raccontando la tua città ventosa. Anche questa domenica sono qui, a cercarti, a capire dove sto andando, a respirare vento. Ci conosciamo ormai da troppo, così tanto che sembra ieri. Succede quando in mezzo capitano notti infinite. Eppure non ci siamo mai persi, ovunque tu sia andata a nasconderti ti ho raggiunta. In realtà sappiamo bene che non è passato troppo tempo dalla prima volta. Sei così giovane. Dove eravamo? Boston? O forse in qualche altro porto del New England? È sera. Ancora qualche ora, poi il solito bus mi porterà di nuovo a casa. Andrò direttamente al giornale, credo. Ad addormentare il sonno di qualche altra ora. A tirare sera. Tanto di notizie il lunedì ce n’è poche. Allora, tornato a casa, mi butterò sul materasso finalmente sfinito di normalità.
Dove nasce il vento, e come?
È veramente tutta la fantasia del mondo che ci piomba addosso? O sei tu, Emma, a regalarti, a regalarci tanta energia… Si sta avvicinando la notte, ancora poco e sarò in viaggio. Trascorrerò qualche ora in quello strano dormiveglia a cui mi sono abituato tra te e il sogno, tra la nostra giornata e la vita che avrò davanti per i prossimi giorni, forse mesi. Te l’ho detto, vorrei poterti scrivere, ma non ne sono capace, proprio io che lo faccio di mestiere. Forse ti disegnerò. Ma solo tu vedrai quell’immagine. Guardati, le tende quasi ti accarezzano i capelli. Se ti amassi forse non ci sarebbe vento, quel vento, forse non ci sarebbe questa fantasia. Ti vedo già prendere la brocca alle tue spalle e lavarti dolce di me. Tornerai la Emma di qualche ora fa, come sempre. Ma ti chiami davvero Emma? In questi posti pieni di vento e di fantasia è vietato innamorarsi.