Ecco perché alla cultura serve un’alleanza degli innovatori

Cultura anno zero. Con “Patrimonio al futuro” (Electa) Giuliano Volpe fornisce un contributo importante al dibattito attuale, nel quale stanno maturando scelte determinanti in materia di tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali.  Da queste scelte dipenderà il futuro stesso del patrimonio e la crescita sociale e culturale del nostro Paese. Nella prefazione Dario Franceschini, ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, scrive che è necessario «superare contrapposizioni dogmatiche che sono figlie di una visione ideologica e poco hanno a che vedere con la complessità della realtà: conservazione contro valorizzazione, cultura contro turismo, pubblico contro privato». Giuliano Volpe propone quindi una ‘alleanza degli innovatori’, dovunque essi siano, prescindendo dalle appartenenze e dalle afferenze. Ma serve soprattutto una grande volontà di cambiamento: l’Italia non può più continuare a cullarsi sugli allori del passato, confondendo conservazione con conservatorismo.
Giuliano Volpe è presidente del Consiglio Superiore ‘Beni culturali e paesaggistici’ del MiBACT.

BENI CULTURALI AL TEMPO DELLA CRISI

di Giuliano  Volpe

La crisi che l’Italia, insieme all’Europa e all’intero mondo occidentale, sta vivendo non è – ne siamo ormai pienamente consapevoli – una crisi congiunturale, solo di tipo economicofinanziario, ma strutturale: investe il modello di sviluppo, i modi di vivere, i rapporti intergenerazionali, la distribuzione della ricchezza e delle risorse, ma anche, ancor più in profondità, i valori, i principi etici, l’organizzazione sociale e politica.
Assistiamo a processi epocali, come la globalizzazione, le migrazioni di popoli, i conflitti religiosi, le guerre, l’emergere di nuovi protagonisti sulla scena mondiale, l’esplosione di nazionalismi e localismi, l’affermazione anche violenta delle identità, il ridimensionamento della centralità dell’Europa, la crisi del welfare, la perdita di diritti che si pensava acquisiti per sempre.
Abbiamo l’opportunità e anche il privilegio di vivere una fase di transizione che vede la destrutturazione di un sistema, che, pur con significativi cambiamenti, è durato alcuni secoli, e la costruzione di nuovi equilibri, i cui esiti sono ancora imprevedibili: si può facilmente comprendere quanto questa situazione sia stimolante per uno studioso della Tarda Antichità!
Quale ruolo possono svolgere il patrimonio culturale e il paesaggio in questo contesto? Poniamoci una domanda ancora più ambiziosa: come può la conoscenza e la tutela della materialità della storia contribuire alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo e, quindi, di un nuovo progetto di società? Quale contributo può offrire il patrimonio culturale alla crescita del nostro Paese e all’affermazione di un suo nuovo ruolo nel contesto europeo e mondiale? E quali sono in questo settore le professioni del futuro, quali sono le funzioni oggi dello Stato e dei privati, quale il ruolo dei cittadini? E ancora: gli archeologi, gli storici dell’arte, gli architetti e tutti gli specialisti dei beni culturali sono consapevoli del ruolo che potrebbero svolgere? Con quali idee, con quali strumenti, con quali progetti? Oppure sono smarriti, impauriti, anchilosati, afasici, rinchiusi nella difesa della loro stanca tradizione elitaria e di sempre più piccole rendite di posizione (chi ne ha) o spaventati dalla mancanza di prospettive future (i più giovani), isolati in piccoli recinti con muri sempre più alti, riserve indiane nelle quali loro stessi si stanno segregando? Queste, e altre, domande richiederebbero una riflessione profonda sul rapporto tra patrimonio culturale e società, e, al tempo stesso, imporrebbero scelte radicali di cambiamento.
Questo libretto non è, e certamente non vuole essere, uno dei tanti cahiers de doléances. Né un pamphlet (se non nelle dimensioni), con gli ingredienti tipici di questo genere: un po’ di polemica, qualche attacco a destra e sinistra, una serie di battute e frasi a effetto, nel tipico stile, cioè, del talk show televisivo che da anni ormai è imperante e ha conquistato anche la carta stampata dei giornali e dei libri. In queste pagine non si troveranno liste di disastri, di crolli, di inefficienze, non si proporranno visioni catastrofiste, denunce e polemiche, non perché voglia suggerire una visione irenica ed edulcorata dell’attuale situazione, certamente difficile, o perché non ci sia bisogno di indicare le tante cose che non vanno (un esercizio peraltro alquanto facile e negli ultimi tempi assai abusato), ma perché sono convinto che oggi non bastino più l’indignazione e le denunce tipiche di quelli che Jacques Attali chiama i ‘rassegnatireclamanti’, schiavi del passato. Serve davvero il contributo di tutti, anche e soprattutto di chi ha posizioni diverse, nella profonda convinzione che nessuno possiede da solo ‘la verità’ e ‘la soluzione’.
Personalmente stimo le competenze di quelle personalità del mondo della cultura che da anni svolgono un ruolo di denuncia, ne apprezzo la passione e l’impegno civile e condivido molti punti delle loro analisi, delle loro domande, oltre che delle loro preoccupazioni, ma non condivido le risposte e le soluzioni proposte. Sono convinto che un confronto laico e un dialogo produttivo, che evitino le risse da stadio e la delegittimazione reciproca, siano assolutamente necessari. Servono proposte concrete e iniziative ispirate da una chiara visione, in modo da mettere insieme tutti coloro che vogliono realmente cambiare le cose. Servirebbe, cioè, dar vita a una ‘alleanza degli innovatori’. Mi considero per formazione e carattere un innovatore radicale, ma non disdegno la moderazione, se coincide con un pragmatico riformismo. Peraltro, come ha sottolineato Andrea Carandini, «essere moderati, come lo intendo io, non significa esser prudenti, acritici. La moderazione è l’inclinazione a soppesare uomini e cose, a riconoscere tutte le tonalità che si interpongono tra il bianco e il nero. Questo bisogno di sfumature, di un giusto ritratto della realtà, sfugge a coloro che si ritengono a priori nel giusto. Il veder rosso porta all’intolleranza, al manicheismo, allo scontro perpetuo, alla faziosità. Ma il toro nella corrida finisce male … Soprattutto la moderazione odia lo sfascio, delle istituzioni come della manutenzione dello spirito».
È necessario soprattutto far innamorare i cittadini del ‘loro’ patrimonio culturale. Mai come in questo caso, peraltro, amore e interesse non sono in contraddizione: il nostro Paese avrebbe tutto da guadagnare, in termini di crescita socio-culturale, qualità della vita, coesione, sviluppo sostenibile, ruolo internazionale, se investisse sul patrimonio culturale e paesaggistico e ponesse la sua tutela e la sua valorizzazione al vertice delle priorità strategiche.
Gli specialisti, i ‘sacerdoti del patrimonio culturale’, hanno però favorito negli anni, più o meno consapevolmente, una netta separazione, un vero e proprio divorzio, tra cittadini e patrimonio. Ecco allora una delle sfide attuali: fare in modo che i cittadini diventino protagonisti, avvertendo la responsabilità collettiva di un’importante eredità ricevuta dal passato e da trasmettere al futuro, ma da vivere pienamente e consapevolmente nel presente, senza dissiparla e anzi arricchendola di nuovi significati.
È giunto il momento di lavorare per (ri)costruire e non solo per abbattere, nella convinzione che in un momento così difficile, per certi versi drammatico, ma anche caratterizzato da tante opportunità e potenzialità, sia possibile dar inizio a una nuova fase di sviluppo. Non saprei se l’attuale crisi possa sfociare in un nuovo Rinascimento, come lo stesso Attali prevede, perché un nuovo Alto Medioevo è sempre dietro l’angolo. Per lo studioso ogni periodo storico è interessante. E l’Alto Medioevo è certamente interessante (in particolare per chi, come me, lo studia). Ma solo inguaribili continuisti possono pensare che le condizioni generali di vita di una società siano sempre rimaste le stesse o addirittura sempre migliorate nei vari periodi storici.
Cosa accadrà in futuro? È difficile da prevedere, ma è certo che dipenderà dalle scelte della nostra generazione. La storia non si ripete e non è mai magistra vitae, non più di quanto la vita non sia magistra historiae. La conoscenza del passato (e in particolare della materialità e dell’immaterialità del passato, cioè del patrimonio culturale e paesaggistico) ci consente semmai di affrontare il presente con maggiore consapevolezza. Ma ora, come sempre, sarà possibile tentare di costruire un futuro migliore solo con il coraggio della politica, con l’iniziativa di tutti i cittadini e con la forza e le energie creative della cultura.

Patrimonio al futuro / Un manifesto per i beni culturali e il paesaggio
Autore: Giuliano Volpe
Editore: Electa
Pagine: 160
Anno: 2015