Francesco De Gregori: cantavo De André
e ascoltavo Bob Dylan

Mentre “Amore e Furto” il disco dove il cantautore traduce e interpreta, con amore e rispetto, 11 canzoni di Bob Dylan, è in testa alle classifiche di vendita, MEMO vi propone la lettura di “Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi” di Enrico Deregibus (Giunti editore). Una narrazione incalzante e ricca di aneddoti che mostra un ritratto per molti versi inatteso e inedito di uno dei maggiori artisti italiani. Per gentile concessione dell’editore ecco il racconto del suo 1968. È una domenica pomeriggio la prima volta di Francesco De Gregori davanti a un pubblico vero. Siamo al Folkstudio e lui ha diciassette anni. Quell’anno i best seller a 45 giri erano Azzurro di Celentano e La bambola di Patty Pravo. Anni addietro era capitato a Trastevere anche Bob Dylan, che tornerà presto lì, a rischiarare la via, ma da lontano. “Dylan non cantava, lui sputava le parole come sassi, non cercava d’esser piacevole, al contrario… Come tutti i grandi artisti non dava l’impressione di voler parlare a qualcuno ma di parlare a nome di qualcuno. Magari a nome di un’intera generazione”.

1968
di Enrico Deregibus
Signore e signori: il Folkstudio. “Quando vi misi piede per la prima volta il Folkstudio abitava in Via Garibaldi, in un locale fatto a forma di ‘elle’, un po’ umido e sporco, privo di qualsiasi fascino. Quel pomeriggio io e mio fratello Luigi (Ludwig) prendemmo il filobus che veniva giù da Via Jenner e, cercando di non prendere troppo freddo alle mani, ci dirigemmo verso le pendici del Gianicolo. Mentre facevamo a piedi l’ultima parte di strada, Ludwig mi dette le ultime raccomandazioni: ‘Se sbagli un accordo fai finta di niente, che non se ne accorge nessuno… cerca di ricordarti tutte le parole a memoria, se le leggi su un foglietto pare brutto… non ti demoralizzare se mentre canti qualcuno si alza e se ne va, tanto succede sempre’. Devo dire che questi tre consigli si sono dimostrati validi in assoluto anche in seguito ma in quel momento mi sembravano terribilmente fuori luogo. Io ero preoccupatissimo per le mie mani intirizzite e avevo paura di non riuscire a suonare la chitarra; eppoi il Folkstudio era per me un ambiente misterioso in cui venivo introdotto grazie alla burbera benevolenza di un fratello maggiore ormai affermato interprete di canzoni popolari americane”. È una domenica pomeriggio la prima volta di Francesco De Gregori davanti a un pubblico vero. Ha diciassette anni e ne imparerà di cose, in quelli che verranno, dentro quel localetto di Trastevere sulla salita di porfido del Gianicolo (ancora) sgombera di macchine, dentro quei pochi metri quadri occupati da un palco pedana rosso, da sacchi di iuta ai muri, muffa, polvere e sangria, da occasioni e casualità. Non che importi molto ora, ma il primo concerto va maluccio. Fa qualche pezzo di De André e qualcuno suo. Ci sono una quindicina di persone. “Avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto sulla chitarra; a metà di Buonanotte Nina per l’emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico cominciò a tossicchiare, io diventai rosso e in qualche modo arrivai alla fine e scesi dal palco convinto che mai più avrei accettato di salirci. Chiesi a Cesaroni (allora gli davo del lei) come ero andato e lui mi disse: ‘Uhm, naturalmente non stavo lì a sentirti, ma se la prossima settimana leggi il tuo nome sul giornale nella programmazione di mercoledì sera, puoi tornare’”. Il nome sul giornale c’è. Il destino – che ha la faccia arcigna di un signore di nome Giancarlo, professione chimico, appassionato di cavalli e whisky – ha aperto una porta. Chissà se qualcosa già si intravede. “C’è sicuramente chi fatica tantissimo per raggiungere quello che ho raggiunto io, nato a Roma, con il Folkstudio a venti metri da casa. Chissà come andava se capitavo a un altro indirizzo. Chi può dirlo? C’è la predestinazione, il libero arbitrio”. C’è fauna varia e abbondante al Folkstudio. Su un ramo, jazzisti di varie attitudini e provenienze (Mario Schiano, Carlo Loffredo, Gato Barbieri, Enrico Rava, Steve Lacy, Lee Konitz…). Su un altro, massiccio e nodoso, i cantori della tradizione, quelli che hanno prolungato il Cantacronache fino al Nuovo Canzoniere Italiano e all’etichetta dei Dischi del Sole: Giovanna Marini, Rosa Balistreri, Leoncarlo Settimelli, il Duo di Piadena, Paolo Pietrangeli, Antonio Infantino, Enzo Del Re, Otello Profazio, Matteo Salvatore e altri ancora. Sconosciuti bravissimi come John & Jim, come Jaime Longhi. E tanti vari ed eventuali. Anni addietro, come abbiamo visto, era capitato a Trastevere anche Bob Dylan, che tornerà presto lì, a rischiarare la via, ma da lontano. Per Cesaroni la musica è anche espressione sociale. E quindi – non proprio bambini venite parvulos ma qualcosa di simile – accoglie chiunque abbia da cantare di sé e degli altri, ragazzotti come De Gregori, con chitarra e adolescenza al seguito, che iniziano a pellegrinare fin lì e che vengono sistemati alla domenica pomeriggio sotto l’insegna di Folkstudio Giovani. Tutto nature, niente microfono, niente amplificazione, anche perché se il capo vede entrare uno strumento non acustico lo ricaccia fuori con rispettivo proprietario. E se ci sono quindici­venti persone a sentire è già un successo. Eccolo il Folkstudio Giovani, eccoli Luciano Saba, Maurizio Sorrentino e il duo Edoardo (De Angelis) e Stelio (Gicca Palli), che va forte con un pezzo in romanesco intitolato Lella. E poi Francesco De Gregori che, capelli con taglio alla paggio e mille­millecinquecento lire di compenso, spesso spese nel bar a fianco, fa le sue canzoni imberbi senza però esserne ancora convinto fino in fondo, tanto che gli capita presto di rimpiazzarle con quelle della tradizione popolare italiana – le più note, da Bella ciao a O Gorizia tu sia maledetta – o con quelle di De André. Il maestro genovese ormai lo conoscono tutti: Tutti Morimmo A Stento e Volume 1 sono tra gli album più venduti dell’anno. Un buon segno ma non il solo, perché contemporaneamente c’è Endrigo che vince Sanremo davanti a ventun milioni di italiani con Canzone per te. I best seller a 45 giri del ’68 sono Azzurro di Celentano (scritta da tal Paolo Conte insieme a Vito Pallavicini) e La bambola di Patty Pravo. Va bene anche Jannacci, che canta Vengo anch’io, no tu no. De Gregori il 22 aprile lo va a vedere al Teatro La Cometa a Roma e resta impressionato. Va a trovarlo in camerino e Jannacci si stupisce: “Come mai quelli di Roma vanno a sentire uno come Jannacci?” gli chiede. Non è dato sapere la risposta di De Gregori, che ricorderà l’episodio nel 2005 dal palco del Primo Maggio quando duetterà con lui. E intanto intorno soffia il Sessantotto. L’università di Roma viene occupata, la polizia carica e per la prima volta gli studenti rispondono. È febbraio, la chiamano “battaglia di Valle Giulia”, luogo e simbolo della protesta, che da lì si allarga e allaga dappertutto, fino alla fine della primavera. Ma tumultua tutto il mondo: volere e volare, come nel Maggio francese. “Io nel ’68 avevo diciassette anni. E quella è stata la stagione della mia iniziazione e della mia crescita politica, ma mi sono sempre sentito vicino a quella che allora si chiamava ‘sinistra storica’ più che ai movimenti extraparlamentari”. Francesco è al liceo e anche lì il vento tira allo stesso modo: contestazioni, incontri, scontri, assemblee. Lui qualche volta prende la parola… “ma mi resi conto di essere totalmente incapace di parlare di fronte al pubblico. Venivo sempre scavalcato a sinistra. Certo, era anche il periodo in cui si diceva: ‘All’assemblea bisogna far venire anche i compagni operai e gli universitari’. E io: ‘Benissimo’. Allora un altro: ‘No, bisogna far venire anche i braccianti del Maccarese’. E io: ‘Che c’entrano?’. E così dopo tre mesi passavo già per un ‘tiepido’. Quelli del ‘Manifesto’ per me erano già degli eretici. Dopo alcuni mesi di attività politica rimasi un po’ in una posizione di osservatore…”. Osserva e legge molto: un po’ di poesia ma soprattutto Pavese e la saggistica vigente: l’Herbert Marcuse di Eros e civiltà e L’uomo a una dimensione, il Marshall Mc Luhan di Gli strumenti del comunicare, lo strutturalismo. Tutte letture che in qualche modo spunteranno poi fuori nella vita e nelle canzoni, anche se ora più che altro spuntano fuori dalla tasca. Mentre i capelli si allungano: “Finché sono stato sotto il controllo dei genitori portavo i capelli cortissimi; poi cominciai a farli crescere, però avevo i capelli ricci, allora me li facevo stirare dal parrucchiere. Questa è la ragione per cui adesso perdo i capelli.” Si diverte il De Gregori sessantottino e capellone: giornaletti, partite a pallone, pomeriggi tra i libri di scuola e la chitarra, gli amici fricchettoni che invita in casa e che non salutano la madre quando arriva a offrire il tè. E poi le ragazze e le feste a cui ora viene invitato, anzi, fra un po’ sarà uno di quelli che non può mancare. Tra i film che lo conquistano, quest’anno ci sono Baci rubati di Truffaut, Rosemary’s Baby di Polansky e Blow up di Antonioni, che gli scatena l’interesse per Londra e per la fotografia. “Quando uscì nelle sale lo vidi tre o quattro volte. Fu una folgorazione, capii bene quello che Antonioni voleva dire e me lo sono portato dietro: la realtà non è fotografabile, quello che si può fotografare non è la realtà”. Nel ’68, pensa che culo, c’è la prima vacanza da solo, on the road per Inghilterra e Scozia, proprio mentre nasce il Mercato Comune Europeo. Sono sette amici e tre auto: “Era il riconoscimento ufficiale della raggiunta maturità. Ebbi anche un incidente di macchina; tornai a casa con mezzi di fortuna, i miei dormivano, li informai e mi chiesero se avevo fame. Mi sentii grande, per la prima volta. Londra era già ‘swinging’, e mi fece una certa impressione. Per esempio, gli inglesi che avevamo conosciuto ci consigliavano di passare la sera in discoteca; e io non capivo, pensavo che la discoteca fosse un negozio di dischi. Ci misi più di una settimana a capirlo. Al Piper di Roma c’ero stato una volta sola e non mi era piaciuto. Mi davano fastidio il rumore, il fumo e l’aria di fighettame che c’era attorno”. Be’, il fighettame latita un po’ al Folkstudio, però con il passare dei mesi e con il passaparola arrivano sempre più novelli cantori e, come scrive Dario Salvatori, “quel che accoglie i loro primi timidi tentativi è una grande famiglia, una inusitata gestione di spinta collettiva: si fa musica e si canta per se stessi, anche per il pubblico ma secondariamente. È la nuova formula del locale. Paradossalmente siamo alla rappresentazione in diretta del momento corale del Sessantotto, vissuto attraverso l’esperienza di un locale dove si è tutti compagni, dove si lavora a fare musica diversa”. Sentite qua: – Ricordo le tue prime apparizioni al Folkstudio, timidissimo, cantavi tenendo un piede sopra l’altro, gli occhi bassi. Avevi dei blue jeans sempre troppo corti. – Canto ancora con un piede sopra l’altro però ci sto attento e lo tolgo. Non sono cambiato tanto. Credo siano cambiati di più il Folkstudio e l’America. – Perché l’America? – Perché prima non faceva i jeans d’esportazione per quelli alti più di un metro e settantacinque: strana idea doveva avere degli italiani. A forza di scoprire le strane idee dell’America, De Gregori trova davvero Bob Dylan. Il long seller dell’americano, Blowin’ In The Wind, in realtà lo conosceva già, in una versione edulcorata che gli era comunque piaciuta, quella di un 45 giri di Peter Paul & Mary che Luigi aveva portato a casa. Ma “più tardi arrivò la versione interpretata da Dylan. Fu una rivelazione. Dylan non cantava, lui sputava le parole come sassi, non cercava d’esser piacevole, al contrario… Come tutti i grandi artisti non dava l’impressione di voler parlare a qualcuno ma di parlare a nome di qualcuno. Magari a nome di un’intera generazione”. Già. Le voci di Dylan, di Joan Baez, del precursore Woody Guthrie e di molti altri sono le voci forti e chiare della protesta, dei diritti civili, sono sentimento e riferimento in un’America sempre più bruciata dal fuoco del Vietnam, in un clima di tensione sociale rincarato dalle uccisioni di Martin Luther King e di Bob Kennedy, fratello di John. De Gregori si butta a capofitto dentro Dylan e le sue parole nuove, va in debito di ispirazione con lui senza mai vergognarsene, anzi. “Svisceravo le sue canzoni, le traducevo con accanimento”. In particolare passa ore e ore per cercare di entrare nel testo di Desolation Row (da Highway 61 Revisited del 1965), anche perché non esistono ancora traduzioni, o se ci sono non si trovano. Alla fine la traduce lui come Via della povertà, e così facendo si impratichisce delle tecniche di scrittura di quella cosa che pare facile – ma provaci tu se sei capace – che è la canzone. Quella versione fra l’altro avrà un grande estimatore che si chiama Fabrizio De André. E diciamo che se, senza De André, De Gregori non avrebbe mai scritto canzoni, senza Dylan non ne avrebbe mai scritte come quelle che scriverà. Poi, volendo, aggiungiamo che “invidiavo i capelli lisci di De André ma poi la capigliatura di Dylan mi riconciliò con me stesso”. È molte cose il Sessantotto, milioni di storie diverse e di ragazzi diversi che, come per uno schiocco di dita, si sono accorti che il benessere in vetrina nel nuovo negozio Italia non è alla portata di tutti. A quel modello individualista viene contrapposto lo stare insieme, un collettivismo lontano da quello del PCI e ancor più da quello del comunismo sovietico (a proposito: l’URSS quest’anno invade la Cecoslovacchia per riportare l’inverno dove nasce la primavera, e il PCI stavolta dissente). Ma il Sessantotto è soprattutto antiautoritario: nelle camerette si lotta contro le regole della famiglia e nelle strade contro tutte quante le istituzioni. Semmai, più che all’URSS, i giovani guardano alla Cina, dove c’è appena stato un abbozzo di Rivoluzione Culturale, anche se caduta dall’alto, o al Davide Vietnam in lotta contro il Golia americano. In autunno le fabbriche (ma non solo quelle) entrano in subbuglio e nascono nuove forme di aggregazione politica extraparlamentare: Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Lotta Continua. Si cercano modelli altrove, quando forse sono nel movimento stesso, nella sua forza libertaria, nei suoi colori, nella sua crea tività, banalmente nella sua voglia di svecchiare un Paese dove, ad esempio, l’adulterio della donna è ancora reato sino a dicembre, quando la Corte Costituzionale autorizza le corna libere e unisex. La politica c’entra, sì, ma c’entra anche la voglia di incontrarsi, c’entrano gli innamoramenti e le chitarre, molte chitarre. Dopo quella del nonno, “la prima chitarra che ho avuto me la prestò un amico, ed era una Eko a sei corde delle più economiche, di quelle a ponticello mobile e cordiera tipo jazz. La usai per sei mesi, forse un anno, ed era una cosa veramente insuonabile: però allora mi sembrava bellissima. In seguito comprai, non ricordo se nuova o di occasione, un’altra Eko a 12 corde, sulla quale però ne montavo solo sei: mi sembrava così di avere uno strumento più completo, più versatile e con maggiori possibilità. Insomma, come avere due chitarre in una. Poi ho avuto una sbandata per una chitarra classica di fabbricazione austriaca, una Teller: una chitarra che cominciava già a essere una cosa un po’ più seria…”.

Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi
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