Io con gli algoritmi non ci parlo. A meno che…

La superficialità è una scala che si percorre un gradino alla volta. E ad un certo punto, inevitabilmente inciampi. Quando si fa un lavoro come il mio si è chiamati a dare giudizi, spesso frettolosi, su cosa ci piace e cosa non ci piace. Da che parte del tavolo ci vogliamo mettere seduti? Ma si tratta solo di fiction, giochino virale, un algoritmo, pura e sconcertante banalità. Su facebook sto aspettando con ansia la spunta “non mi piace” perché è quella più interessante, partecipata, vera. Potrei dire davvero quello che penso a un sacco di persone, a un sacco di post, a un sacco di immagini.  Il lato oscuro del relativismo ha tentato di dimostrare che la zona grigia del tanto peggio tanto meglio è il luogo migliore dove abitare. Non si lascia mai sino in fondo e non si accoglie mai completamente, se non c’è più la destra naturalmente non c’è più la sinistra, il futuro è inutile perché il presente è incerto, il passato che si insinua nelle pieghe del tuo contemporaneo spesso non vediamo che è solo tempo avariato, la superficialità spesso viene scambiata per leggerezza. Ci hanno detto che la separazione netta dalle scelte era la scelta giusta. Se non sappiamo cos’è giusto fare perché scegliere rischiando di sbagliare? Succede nel lavoro, nelle relazioni sociali, in quelle sentimentali.  Per sapere chi sono, chi sei tu e se possiamo camminare insieme, nella vita privata e in quella pubblica, nel lavoro come nell’amore, non basta cliccare mi piace. Con gli algoritmi non ci parlo.