Ma si può mettere la parola amore in una legge?

Wystan Hugh Auden

Terreno scivoloso quello che regola il rapporto tra il diritto e l’amore. Anzi, per dirla tutta, al diritto dell’amore è sempre importato poco. Lo considera irrilevante. A contare semmai è la stabilità sociale, il matrimonio, la religione e le regole che disciplinano il rapporto tra le persone e il patrimonio, le case, le pensioni, l’educazione dei figli. Ma l’amore, quello no, quello il diritto non lo definisce, non lo conosce e a vedere come vanno le cose negli ultimi tempi, nemmeno lo capisce. E se può, lo evita. Stefano Rodotà in Diritto d’amore (Laterza) entra in questa palude ormai storicizzata piena di ambiguità e delimita i paletti di quella che dovrebbe essere la rivalutazione di una parola che definisce più di ogni altra la nostra organizzazione sociale: “Basta ripercorrere due secoli di storia: nella tradizione occidentale il diritto per un lungo periodo ha sancito l’irrilevanza dell’amore. E di fatto ha sacrificato le donne, codificando una diseguaglianza“, ricorda Rodotà. Questa la storia, che si ripete uguale dentro tutte le sfumature non irrilevanti dell’omosessualità che invano cercano senza trovarla soprattutto nel nostro paese la parola diritto. Ricordate Wystan Hugh Auden, lui che di professione faceva il poeta e non il giurista, quando scrisse   “La verità, vi prego sull’amore”?

I libri di storia ne parlano
solo in piccole note a fondo pagina,
ma è un argomento molto comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sulle copertine degli orari ferroviari