Il bello della scena del crimine

Il bello della scena del crimine

Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla sindone ai droni” a Torino, alla CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia (da domani fino al 1 maggio) propone una selezione di undici casi-studio per illustrare un approccio scientifico al mezzo fotografico, volto a renderlo uno strumento nelle mani della giustizia. Una ricerca molto diversa da quella portata avanti in campo artistico, ma non per questo priva di un suo tetro fascino, nobilitato dalla solennità della Storia. Ma la fotografia artistica e quella forense sono davvero così diverse? Se la prima si è spesso interrogata sull’effettiva verosimiglianza del mezzo fotografico nel descrivere la realtà, la seconda ha fatto della ricerca e della documentazione della verità la sua ragione d’esistere.

Diane Dufour curatrice della mostra, racconta il significato di una mostra che esplora contemporaneamente la potenza e i limiti del mezzo fotografico nella ricerca della verità. La potenza è quella dell’immagine, più d’impatto e più convincente di quanto potranno mai esserlo parole o cifre. Il limite è quello della tecnica, che spesso smentisce l’idea secondo cui l’obiettivo del fotografo non è altro che un occhio infallibile, che tutto coglie e tutto registra, capace di catturare l’attimo e di fermare in questo modo il tempo.

di Diane Dufour

La fotografia registra, fissa, convalida, certifica. Il potere di attestazione dell’immagine costituisce un essenziale strumento di persuasione al servizio della giustizia. L’utilizzo attuale di fotografie nei tribunali, dall’invenzione del mezzo fotografico in poi, lo dimostra. Che cosa possiamo realmente ricavare da ciò che vediamo in un’immagine? È ben noto che la fotografia rivela e cela al contempo, fornendo indizi fuorvianti, incompleti o frammentari di quello che è successo. Più di ogni altro fatto, l’atto criminale diventa confuso, indicibile, irrappresentabile. Nello stesso contenuto dell’immagine sono incisi una moltitudine di segni evidenti mescolati ad altri più incerti, in altre parole vi troviamo potenziali false piste accanto a dettagli significativi. L’immagine, di per sé, è ancora un enigma che esige si racconti ciò che essa mostra.

La sfida per gli esperti quindi è quella di costruire un sistema in grado di rivelare la sostanza dell’immagine, la sua verità. Richard Helmer sovrappone due immagini di Josef Mengele; il “Libro della distruzione” cataloga gli edifici distrutti a Gaza nel 2009. Il sistema visivo mostra ciò che, a priori, non riusciamo a vedere. Esso “rende visibile l’invisibile”, come teorizzato da Rodolphe A. Reiss. Paradossalmente, l’oggettività dell’immagine ai fini giudiziari è qualcosa che si sviluppa, che si costruisce. Per ottenere questo, il meccanismo consiste nel realizzare una perfetta trasparenza, una neutralità del punto di vista. La scomparsa dell’esperto in qualità di autore è il prezzo da pagare perché l’immagine raggiunga lo status di “prova”. Quest’apparente assenza nella foto di un approccio stilistico costituisce una caratterizzazione in sé.

Un altro paradosso è che il dispositivo tende a omettere spesso la dimensione personale del crimine, proprio mentre l’immagine ha precisamente lo scopo di identificare la vittima della violenza così come l’autore di tali atti. Gli scatti di Bertillon adottano un punto di vista “non-umano” con presa dall’alto capace di includere tutto il campo all’istante. La raccolta di ritratti delle vittime del Grande Terrore punta in primo luogo a smontare il meccanismo delle esecuzioni di massa.

Le immagini del crimine violano un tabù, quello della rappresentazione della morte. Il loro scopo è quello di rappresentare senza alcun criterio estetico, di fornire una testimonianza senza criterio morale. Queste immagini “fuorilegge” esistono affinché venga resa giustizia. Avvicinarsi alla verità attraverso l’immagine è però un compito complesso, pericoloso, non esente da calcoli di probabilità e da margini di errore. L’esperto spesso finisce per captare solo indizi fragili, uno scenario ipotetico, frammenti di verità. La convalida finale dell’immagine come prova spetta sempre quindi in ultima analisi, alla parola, all’arte retorica della persuasione esercitata nell’aula di un tribunale.

Esporre queste immagini implica la traslazione del loro quadro abituale di percezione. Abbiamo tentato di comprendere come, quando e perché sono state prodotte, e di offrire una prospettiva critica sul loro stato, senza considerarle né come immagini simboliche né come prove in sé. Poiché per l’inquirente come per lo spettatore, mettere in atto un pensiero sotto forma di immagine significa per lo meno aprire…uno spiraglio sulla verità.