La cultura firmata Prada parla la lingua dell’imprevedibilità

Fondazione Prada, Nord. Photo: Bas Princen

Una visita alla Fondazione Prada di Largo Isarco a Milano propone una passeggiata fuori dagli schemi all’interno di una “visione” culturale molto strutturata della contemporaneità. La lettura della loro mission definisce il rapporto oggi più che mai necessario tra cultura e nuovo mecenatismo: “A che cosa serve un’istituzione culturale?” È questa la domanda fondamentale da cui vogliamo muovere. Siamo convinti che la cultura sia profondamente utile e necessaria, oltre che coinvolgente e attrattiva. Deve arricchire la nostra vita quotidiana, aiutarci a capire i cambiamenti che avvengono in noi e nel mondo. Il nostro interesse principale sono le idee, e i modi in cui l’umanità le ha trasformate in discipline specifiche: letteratura, cinema, musica, filosofia, arte e scienza. Il nuovo spazio espanderà la portata dei saperi della Fondazione. Ogni campo avrà una sua autonomia, ma lo scopo complessivo sarà uno solo. La coesistenza delle discipline andrà a generare risonanze e intersezioni culturali imprevedibili.

Questo il programma sino a marzo.

 

Alejandro González Iñárritu Photo: Brigitte Lacombe

Flesh, Mind and Spirit” è una selezione di 15 film realizzata dal regista, vincitore di tre premi Oscar, Alejandro González Iñárritu (Città del Messico, 1963) in collaborazione con Elvis Mitchell, critico cinematografico e curatore del Los Angeles Museum of Art Film. Le proiezioni gratuite, su prenotazione, si terranno al Cinema della Fondazione sino al 1 febbraio 2016, tutti i giorni, tranne il martedì. Come spiega Iñárritu, “nonostante la natura estremamente eclettica di questa selezione, si può trovare un elemento in comune: le esperienze ricche di emozioni che i diversi film riescono a suscitare. Tutti hanno provocato in me appetiti che non avrei mai immaginato di avere”. I lungometraggi sono divisi in tre categorie contraddistinte da altrettante parole chiave: “Flesh” che include I pugni in tasca (1965), Aguirre, furore di
Dio (1972), Seasons of the Year (1975), Killer of Sheep (1977), Padre Padrone (1977), Yol (1982) e The Good, the Bad, the Weird (2008); “Mind” che comprende L’anno scorso a Marienbad (1961), I am Cuba (1964), La Ciénaga (2001) e You, the Living (2007), e “Spirit” che riunisce i film Ordet (1955), Mother and Son (1997) e Silent Light (2007). Come sottolinea Elvis Mitchell a proposito delle pellicole, “in gran parte affrontano il tema della famiglia in crisi. La forza dei legami familiari è un elemento chiave per interpretare il modo in cui Iñárritu lavora, pensa e sente come regista e persona”. La proiezione speciale, con accompagnamento musicale dal vivo, del film di Pál Fejös Lonesome (1928) inaugurerà la rassegna il 13 gennaio 2016.

Goshka Macuga

La mostra “To the Son of Man Who Ate the Scroll” sarà presentata dal 4 febbraio al 19 giugno 2016 negli spazi del Podium e della Cisterna. Il progetto è ideato e curato da Goshka Macuga (Varsavia, Polonia) che nella sua ricerca artistica ricopre i ruoli normalmente distinti dell’autore, curatore, collezionista, ricercatore e ideatore di mostre. L’artista opera nel punto d’incontro tra discipline diverse come scultura, installazione, fotografia, architettura e design. “To the Son of Man Who Ate the Scroll”, concepita dall’artista per gli spazi della Fondazione, segna il culmine di una sua lunga e approfondita ricerca finalizzata a formulare una metodologia di categorizzazione di materiali e informazioni attorno a questioni fondamentali come il tempo, l’origine, la fine, il collasso e la rinascita. Nella mostra Goshka Macuga esplora l’arte della retorica e la memoria artificiale come strumenti coordinati, in grado di organizzare e far progredire la conoscenza. Storicamente l’Ars memorativa (l’arte della memoria) getta le basi della memoria artificiale estendendo e sviluppando quella naturale attraverso visualizzazioni complesse che aiutano a ricordare specifiche informazioni.
Osservando con un distacco critico l’angoscia che accomuna l’umanità quando si accosta all’oggettività della propria fine, Macuga si pone un interrogativo fondamentale: quanto è importante affrontare la questione della “fine” nel contesto della pratica artistica attuale? La possibilità di pensare l’universo in maniera astratta e oggettiva e di concepire noi stessi come esseri umani ci permette di determinare l’epoca in cui viviamo come una delle molte ere dell’universo e di immaginare un’esistenza dopo di noi, un mondo post-umano governato dall’intelligenza artificiale. In questo scenario da fine del mondo, alcuni hanno riflettuto sul ruolo della tecnologia e dei robot, come fattori che potenzialmente possono contribuire all’estinzione dell’umanità e a una loro conseguente dominazione.

L’image volée”, una mostra collettiva curata dall’artista Thomas Demand (Monaco, 1964), sarà presentata nei due livelli della galleria Nord dal 17 marzo al 28 agosto 2016. La mostra si sviluppa intorno all’idea secondo la quale tutto si basa su ciò che è stato fatto in passato e indaga le modalità con le quali gli artisti hanno sempre creato la propria opera a partire da un’iconografia esistente. Esplorando i limiti tra originalità, invenzioni concettuali e diffusione di copie, il progetto si concentra sul furto, la nozione di autore, l’appropriazione e il potenziale creativo di queste ricerche.
Ospitata in un ambiente allestitivo progettato dallo scultore Manfred Pernice, la mostra presenterà più di 80 lavori dal 1820 ad oggi realizzati da 45 artisti, che includono le commissioni speciali di John Baldessari, Oliver Laric e Sara Cwynar, tra gli altri. Il progetto sarà accompagnato da una pubblicazione illustrata con saggi di Russell Ferguson, Christy Lange, racconti di Ian McEwan e Ali Smith e interventi di Rainer Erlinger e Don McLean, pubblicata dalla Fondazione Prada.