Quella volta in cui chiesi ad Umberto Eco un’ora del suo tempo

Umberto Eco - Illustrazione di Tullio Pericoli

Direttore, posso andare ad intervistare Umberto Eco? Mi interessa approfondire il destino della scrittura e della lettura in questo momento di passaggio dal vecchio al nuovo. Lamberto Sechi mi guarda divertito. Ma lo conosci? Hai un appuntamento? Non è così semplice e se non ha un libro in uscita non parla. Gli rispondo di no, non ho nulla, ma la mia strategia direttore è semplice, lo vado ad ascoltare all’università, mi avvicino alla fine della lezione, mi presento e gli chiedo un’ora del suo tempo. Lamberto adesso ride scuotendo la testa e mi dice di andare dove voglio. Era il 1994, avevo 28 anni e la redazione era quella dell’Europeo. E ho fatto davvero come volevo, sono andato a San Marino, mi sono avvicinato al professore dopo una lezione di semiologia, ho chiesto, lui mi ha guardato con stupore non sapendo se arrabbiarsi o complimentarsi per la mia sfrontatezza. Ma lei e venuto da Milano senza avvertirmi? Ho risposto che consideravo fondamentale un suo intervento sul tema delle nuove tecnologie della comunicazione e che il viaggio era stato non troppo lungo, non troppo faticoso e nemmeno troppo difficoltoso. Beh, mi permetta di offrirle un caffè allora, mio giovane amico, mi disse sorridendo Ci siamo seduti sui gradini di una chiesa e abbiamo parlato. Dopo una settimana uscì “Libro&Dischetto Intellettuale Perfetto e da quel giorno, il mio maestro, Lamberto Sechi quando gli chiedevo di andare da qualche parte sorrideva sempre, ma in modo diverso.