Pedalo, dunque sono

Pedalo, dunque sono

“Camminare a me non va, in bicicletta vo’ meglio. È un mezzo meno faticoso. Fino a poco tempo fa pedalavo spesso, ricavandone equilibrio, voglia di fare e volontà”, così raccontava Margherita Hach in un’intervista. Che le due ruote (a pedali) siano da sempre espressione regina della libertà di esplorare e di muoversi non è certo una novità, è però una novità, e bella e giusta, che il nostro governo abbia trovato fondi per 91 milioni da spendere in tre anni per la progettazione e la realizzazione di una serie di itinerari ciclabili di lunga, lunghissima percorrenza. Delle vere e proprie “autostrade per bici” che collegheranno Verona a Firenze, Venezia a Torino, le sorgenti del Caposele a Santa Maria di Leuca, e soprattutto sarà realizzato il GRAB, il grande raccordo anulare per bici intorno alla Capitale. Un progetto green pensato per promuovere il cicloturismo e soprattutto per attirare quei tanti turisti stranieri che desiderano scoprire le bellezze del Bel Paese in sella ad una bicicletta senza però correre il rischio delle strade trafficate. Nell’attesa che il sogno verde di tutti i cicloamatori venga realizzato, coloro che amano le due ruote, possono divertirsi a leggere le 10 storie scritte in “La bici felice. Pedalare fa star bene” edito da Ediciclo.
Cinque autori – uno psicologo, un giornalista, un urbanista, un educatore e un organizzatore che vanno alla conquista della felicità prendendo spunto concettuale da un componente o da un accessorio della bicicletta: così alla catena è associata l’idea della trasmissione di una passione da padre in figlio, le ruote simboleggiano la ciclicità degli eventi storici che si ripetono nel tempo, il manubrio la capacità di “sterzare” dalla linea retta e dalla consuetudine, il pedale la volontà di spingere a fondo per superare le difficoltà di una malattia, il fanale il fascio di luce che ci mostra la strada anche quando intorno a noi s’è fatta buia la notte della vita… Perché la bicicletta, e le parti di cui è composta, sanno raccontare storie che resistono alla fatica e dicono molto di più di un viaggio o di una corsa.

Per gentile concessione dell’editore, Memo vi invita alla lettura della storia del Pedale Mancato, il nome di un gruppo di donne amiche molto speciali.

Bruna, Lena e il Pedale Mancato
Silvano Bordignon

Si chiama Pedale Mancato. Ed è il nome di un gruppo di donne amiche che hanno scoperto nella maturità un amore, che era mancato loro da tempo, la bicicletta.
«Ghemo scomissià da vece, pecà. Ghemo capio che la bici ne xe mancà par tropo tempo, per questo se ghemo dato quel nome» commenta Anna.  E proprio la bicicletta – condivisa in questi anni sui tornanti di tanti passi delle Dolomiti, dal San Pellegrino, al Fedaia, al Pordoi, al Campolongo, sulle salite dure dello Stelvio, del Gavia, del Mortirolo in Lombardia o del Col dell’Agnello in Piemonte, sulla cima Grappa raggiunta un numero indefinito di volte – ha cementato un legame profondo e fecondo. Il gruppo è diventato a Rosà, centro veneto dove è sorto e cresciuto, animatore vivace di iniziative sociali e culturali che lo fanno amare da tutto il paese. C’è un aspetto singolare nella storia del Pedale Mancato che pochi conoscono, e che appare straordinario. Molte di queste donne sono state colpite direttamente o lambite dal dolore, dalla malattia grave, dalla sofferenza fisica, dal lutto. E come in un campo di battaglia proprio il sangue dei feriti e dei caduti cementa fino alle ossa, alle viscere, il legame profondo dei combattenti, così in questo straordinario gruppo di donne unite dall’amore per la bicicletta, il dolore ha innervato legami, ha destato forme di solidarietà profonda declinate con affetto nelle lunghe pedalate che, come un rito, due o tre volte alla settimana celebrano da tanti anni. Le storie di sofferenza e condivisione di Bruna e Lena, che qui vengono presentate, riguardano due tra le prime donne che a metà degli anni Novanta hanno dato vita al gruppo, come a dire che l’albero che hanno contribuito a far nascere e crescere le ha poi protette nei momenti di dolore e bisogno.

 

La storia di Bruna
Bruna oggi lavora ai mercati generali di Bassano. Ha una bella famiglia, il marito Toni, due figlie, due nipoti. Sono state le sue amiche a ricordare con emozione la sua storia. Vado a trovarla nella sua abitazione, al secondo piano di una palazzina in un quartiere nuovo di Rosà. Quella mattina fa la nonna, a mezzogiorno deve tornare a lavorare. Nonostante tutto quello che il suo fisico ha sofferto, nonostante i numerosi farmaci che ancora prende, Bruna porta bene i suoi sessant’anni e non si lagna.
«C’è di peggio» dice.
«Sono qui per il Pedale Mancato» osservo. Si illumina.
«Ho iniziato ad andare in bicicletta nel 1995 con due amiche, perché me l’hanno chiesto i medici di Padova». E con molto pudore Bruna racconta la sua storia di dolore, di sofferenza, che inizia nel 1986 quando, poco più che trentenne, avverte i primi sintomi di quello che le verrà diagnosticato come adenoma ipofisario.
«Ci hanno messo un anno prima di capirlo» commenta senza rabbia.
Inizia il calvario, tre operazioni alla testa in nove anni. Il male prima sembra estinto, poi si riproduce, c’è la via crucis degli ospedali di Verona, Vicenza, Padova, Milano. Nella prima operazione restò in ospedale un mese e mezzo, ricorda. Poi nel 1994 c’è l’incontro al San Raffaele di Milano con la sperimentazione.
«Sì, mi hanno preso come cavia. Me l’hanno detto dopo. Mi hanno piantato quattro chiodi in testa e mi hanno bruciato l’ipofisi. Sono stata fortunata». All’epoca Bruna non ha nemmeno quarant’anni.
«Dopo quell’intervento mi sono trovata con il sistema endocrino che non funzionava, mi hanno caricato di farmaci, pastiglie e mi hanno detto: “Fa movimento, al sole, all’aria”».
Quale movimento? «Non mi piaceva la piscina, e nemmeno altri sport.
Avevo visto che una mia amica della strada accanto, Giuliana, usciva in bici alla sera con Lena, un’altra mia amica. Mi sono presentata da loro, mi hanno subito accettato. E sono partita».
Accanto a Bruna abita Nella, originaria di Canale d’Agordo.
«Era una ex montanara, non sapeva andare in bicicletta, ma per farmi compagnia si è accodata anche lei. Che ridere. Frenava e scendeva dalla bici a ogni stop. Noi sorridevamo. Per me è stata la salvezza. Non sarei mai potuta uscire da sola. Sono sempre uscita con loro».
E così le quattro amiche – Lena, Giuliana, Bruna e Nella – diventano il germe del futuro Pedale Mancato. Negli anni successivi altre amiche e conoscenti si aggregano. Il gruppo si ingrossa, diventa organizzato. Bruna viene eletta segretaria. Toni, suo marito, qualche anno più anziano, decide a sessant’anni di diventare un fan delle due ruote per accompagnare la moglie. Finisce per diventare il nume tutelare del gruppo, che insegna a tutte come si va in bicicletta, che le segue, le recupera, le sostiene, specialmente le neofite, sui tornanti del Grappa, come un buon cane pastore. Adesso Toni non può più continuare, ha qualche problema di cuore, ma il Pedale Mancato – anche se è un gruppo femminile – lo ha eletto suo presidente onorario. Bruna, grazie alle amiche e al suo Toni, riesce nei primi anni nell’impresa di fare i passi dolomitici, il San Pellegrino, il Fedaia, il Giau.
«Però sempre con il mio ritmo. Loro mi aspettano. E poi quando torniamo è sempre festa. Tutte le pasticcerie della zona sono nostre». Nel 2002 Bruna, forse per effetto dei molti farmaci presi, subisce una operazione al seno. Il gruppo la designa sua segretaria, quella che tiene la cassa. È lei che fa prendere i fiori per i compleanni, per la nascita di un nipotino. Ha ridotto la partecipazione alle pedalate, ma continua.
«Io alla domenica mi presento sempre quando il gruppo si ritrova. Per me importante è partire assieme. Poi ognuno fa quello che può. Però non mi sento sola. Ci sono le altre».

© 2015 ediciclo editore s.r.l.

Pedalo, dunque sono

La bici felice
Pedalare fa star bene
Autori: Vari
Numero di pagine: 112
Editore: Ediciclo