Il “Silencio vivo” dell’arte al femminile

Il "Silencio vivo" dell’arte al femminile
Anna Maria Maiolino, Entrevidas (Between Lives) dalla serie Photopoemaction

Al almanecer emergí” (All’albeggiare emersi), così la nicaraguense Gioconda Belli apriva il suo romanzo “La donna abitata”. Parole che portano in grembo il senso della ribellione e rivendicano la nascita e la responsabilità dell’essere donna. E le opere delle donne sono protagoniste di “SILENCIO VIVO. Artiste dell’America Latina” che prende corpo nella XVI Biennale Donna a Ferrara, dal 17 aprile al 12 giugno.  Artiste che, come la Belli, raccontano storie di donne per le donne. Fanno parlare gli scandali, danno voce alle violenze, scardinano la nostra finta e tranquilla quotidianità portandoci con la mente e con il cuore in un mondo in cui la violenza la fa da padrona. Ferrara decide di rialzarsi a soli due anni al feroce terremoto che colpì la città riallestendo i suoi spazi espositivi e riprendendo la ricerca, violentemente interrotta, dell’esplorazione della creatività femminile internazionale. Organizzata da UDI – Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico della città. Curata non per caso da due donne Lola G. Bonora e Silvia Cirelli e dedicato ai tanti linguaggi della cultura latinoamericana, la rassegna racconta la creatività di quattro donne che rappresentano questa eccezionale pluralità espressiva: Ana Mendieta (Cuba 1948 – USA 1985); Anna Maria Maiolino (Italia – Brasile 1942); Teresa Margolles (Messico, 1963) e Amalia Pica (Argentina, 1978). Le artiste di SILENCIO VIVO esaltano, attraverso le loro opere, le contaminazioni nell’arte con temi di grande attualità: l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane. Vale la pena spendere due parole su chi siano queste fantastiche artiste e in che modo la loro arte, così forte, così destabilizzante, colpisca in pieno petto anche l’osservatore più distratto. La mostra si apre con il contributo di una delle più incisive figure del panorama artistico latinoamericano, Ana Mendieta nota, tra le altre cose, per l’utilizzo del sangue nelle sue opere non solo come simbolo di denuncia della violenza ma anche come rappresentazione del binomio vita/morte. Di origine italiana, Anna Maria Maiolino, incappa in Brasile agli albori della dittatura, evento che ha influenzato profondamente la sua arte da allora basata su concetti quali la percezione di pericolo, il senso di alienazione, l’identità di emigrante e l’immaginario quotidiano femminile. Teresa Margolles si rende portavoce della complessa società messicana denunciando le allarmanti proporzioni del crimine organizzato. La sua poetica affronta, infatti, i tabù della morte e della violenza e propone, nel contesto ferrarese, un’opera inedita realizzata appositamente per la Biennale Donna. Il percorso della mostra si chiude con la ricerca di Amali Pica, che utilizza un ampio spettro di media (il disegno, la scultura, la performance, la fotografia e il video) soffermandosi su limiti e derivazioni del linguaggio, esaltando il valore della comunicazione, come fondamentale esperienza collettiva. Le sue opere si fanno metafora visiva di una società segnata dalla cosiddetta “ipertrofia della comunicazione”, un fenomeno che oggi caratterizza la nostra società e che sempre più di frequente conduce all’equivoco e all’alienazione, invece che alla condivisione.