Viaggio alla scoperta degli Urbex

Sono i custodi armati di reflex dei luoghi senza memoria. Abbiamo chiesto a Maggy Bettolla che di luoghi abbandonati se ne intende di raccontarci una comunità sempre più numerosa protagonista di un “turismo” sempre più inaspettato

di Maggy Bettolla

Nel mondo onirico guardo lo scorrere, sveglia, attendo, vedo la vernice al piombo che si spegne cadendo a scaglie dal muro impregnato di vita, di urla, di umido. Ascolto i lamenti del peso dell’edificio, dopo 100 anni di attività le sue mura sono stanche di reggere il carico delle sevizie che quel luogo ha partorito e protetto. Percepisco un odore, è l’odore dell’abbandono, quello che mi accompagna ogni volta che m’immergo nel mondo parallelo in cui danzano gli urbex, un odore quasi dolce, di muffa e marcio, un odore familiare che mi accudisce per la sua immutabilità. Con le mani sfioro una vecchia foto lasciata su un comodino, lo strato di polvere si scompone in particelle sui miei polpastrelli e mi lascia percepire nettamente il liscio della carta fotografica. Percepisco davanti a me un movimento, come un cambio di luminosità improvvisa accompagnato da un cupo presagio che svanisce in pochi istanti: la bocca si secca.
Nella grande sala li guardavo frenetici e un po’ ansiosi, sapevano che Aldo abitava poco distante e che un rumore un po’ troppo accentuato avrebbe potuto attirare la sua attenzione. Mi esploravano come se fossi un corpo su un tavolo autoptico, parte per parte, pezzo per pezzo, tutte le stanze erano vagliate con premura e le foto si sprecavano in scorci di me che per secoli furono vivi e ben poco interessanti all’occhio di chi calpestava i miei pavimenti. Una ragazza, forse la più silenziosa del gruppo, camminava distante dagli altri e con grande amore si curava di me, chiudendo le finestre dove possibile e sistemando qua e là, forse sperando che l’aggressione della pioggia e dell’umido non mi avrebbero arrecato ulteriori danni.
Della loro visita nulla restò se non molte impronte sul pavimento lurido.
A casa con noi portammo molte emozioni, qualche consapevolezza e una memoria piena di ricordi.
Hanno iniziato a chiamarlo urbex quando, probabilmente, se n’è sentita l’esigenza, lo hanno regolamentato e ne hanno fatto un’attività che coinvolge migliaia di persone solo in Italia, ma in apparenza, resta un nome, perché quello che realmente rappresenta è molto più profondo e molto più privato. Urbex, dalla contrazione di Urban Exploration, è un termine che identifica tutte quelle persone che visitano luoghi abbandonati e la sua nascita viene fatta risalire al 3 novembre 1793, quando Philibert Aspairt, leggendario “esploratore” delle Catacombe di Parigi, fu trovato morto al loro interno e da lì divenne celebre, insieme alle sue amate catacombe.
Personalmente ritengo che questa attività, anche se prima non era così rinominata, abbia origini molto più antiche e che fosse percepita forse con uno spirito più adeguato rispetto al significato che questi luoghi trasmettono. Il fascino delle rovine e delle macerie è da sempre presente, infatti, nella cultura classica diventa fondamentale l’idea di Genius Locis per spiegare quello che gli esploratori dell’abbandono spesso percepiscono. Nel mio libro “Luoghi abbandonati: tra borghi, castelli e antiche dimore della provincia spezzina” (Edizioni Giacchè 2015) cito Servio, “Nullus Locus Sine Genio”, ovvero, nessun luogo è senza genio, un’idea comune e condivisa dai greci e dai latini e oggi difficilmente compresa dalla maggioranza degli individui. Ma cos’è il Genio? Il Genio è considerato come uno spirito, un sorvegliante, un angelo custode per rifarci alla religione cristiana; nella cultura latina il Genio era presente nei luoghi e nelle persone e ne seguiva la vita e le vicende. Il Genius Loci era considerato lo spirito in grado di tutelare un luogo e nella cultura latina il luogo assumeva quindi la stessa importanza dell’individuo.
Quindi non sarà proprio che in questo nuovo millennio caratterizzato dalla presenza dei “non luoghi” l’esploratore vada a ricercare quello spirito che già i suoi antichi antenati tanto consideravano?
Ma cosa sono le “rovine” per l’esploratore moderno?

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Le rovine sono tutti quei luoghi che mancano della presenza umana da tempo e che danno segni di abbandono: vetri rotti, vegetazione incolta, muri scrostati. Nell’ultima stima ISTAT le unità abitative abbandonate identificate sono state all’incirca 6000, per non parlare poi dell’immenso patrimonio economico e culturale nel quale rientrano ex manicomi, ospedali, colonie, ville (spesso antiche e di notevole rilevanza storica) e impianti appartenenti all’archeologia industriale tutti in stato di abbandono.
Una mia cara amica, Linda Martinelli, scrisse in merito all’urbex: “Non dimenticare, rendere unico e restituire la giusta importanza a ciò che abitualmente è celato agli occhi della maggior parte delle persone: ecco in definitiva il ruolo degli Urbex”. Se vedete un gruppo di persone con la reflex a tracolla scavalcare un cancello arrugginito, non abbiate paura: non sono né vandali né ladri, sono gli Urbex, la memoria storica dei luoghi senza più memoria.” (www.desertislocis.com)
“La memoria storica dei luoghi senza più memoria”, è proprio questo che gli urbex sono e quello che raccontano attraverso le loro fotografie, istantanee di un luogo che ha un deperimento davvero molto più rapido rispetto agli spazi che conosciamo e viviamo ogni giorno. Allo stato attuale e con il sempre maggiore sviluppo dell’attività esplorativa delle Ghost Town, sorge spontaneo domandarsi quale sia il ruolo del ricordo e dell’immagine in questo tipo di “turismo” così particolare, proprio per questo lascio un monito al lettore.
Citando Marc Augè che nel suo libro Rovine e Macerie dedica un interno capitolo al turismo (turismo e viaggio, paesaggio e scrittura), ricordo come l’autore faccia riferimento alla “produzione di immagini”, prima e dopo il viaggio, e quanto la parte dedicata a questo tema mi abbia interessata. L’antropologo sostiene che con l’avvento del nuovo millennio e delle nuove tecnologie anche il modo di vivere un viaggio sia cambiato e afferma che “l’immagine, oggi, attribuisce un colore particolare alla tensione fra attesa e ricordo che fin dalla partenza costituisce l’ambivalenza del viaggio”.
Il viaggio diventa così una verifica di tutti i depliant, i filmati e le foto viste all’interno delle agenzie di viaggi, e il ritorno diventa un momento non tanto per ricordare, ma una condivisione di “spazio pubblico”, di mitizzazione del viaggio e dei suoi partecipanti, di condivisione dell’esperienza con un pubblico oggi vastissimo come quello dei social network. Il viaggio, la parte centrale di questo processo, viene utilizzato per la creazione di immagini e il turista vive il viaggio attraverso l’obiettivo del nuovo ritrovato tecnologico in grado di catturare istanti di vita, ma non le emozioni provate.” Il monito quindi sta nella necessità di affrontare un’esplorazione spinti dalla voglia di scoprire, conoscere e crescere e lasciare in secondo piano la produzione d’immagini, evitando così di trasformare il fine dell’attività urbex nella produzione di uno “spazio pubblico” dove si mostra ma si perde di senso.
La visita a un luogo abbandonato è ogni volta l’inizio di una storia, si ripercorre la vita di altri, si fruga metaforicamente nei cassetti del passato. La storia ha inizio quando si varca una porta, le ragnatele sfiorano i capelli e lo scricchiolare del legno sotto i piedi fa nascere pensieri. La vista di un letto ancora fatto, di un giocattolo abbandonato sul pavimento, di una tazzina su un tavolo, fa si che la storia abbia uno svolgimento e che si concluda quando si lancia l’ultimo sguardo, l’ultimo saluto a quel luogo, tirandosi dietro il precario portone.

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