Da villaggio agricolo a ghost town:
alla (ri)scoperta di Monteruga

Maggy Bettolla, spezzina, classe 1988, da anni esplora luoghi abbandonati e li riporta “alla vita” sul suo sito, desertislocis, attraverso un percorso di ri-scoperta, tra immagini e parole. In questo pezzo scritto per noi, ci racconta Monteruga, un ex villaggio agricolo al tempo del Ventennio fascista, oggi vera e propria città fantasma, abbandonata a se stessa

di Maggy Bettolla

Monteruga, ad oggi una delle Ghost Town più famose d’Italia, sorse nel ventennio fascista come villaggio agricolo per ospitare i contadini che lavoravano nella vicina masseria della quale questo paese è un’estensione. Edificato precisamente nel 1928, sulla scia della legge emanata da Mussolini che prevedeva la bonifica dei terreni, Monteruga era un paese a tutti gli effetti: al suo interno erano presenti la scuola, la caserma, la chiesa, il dopolavoro e il campo da bocce. Le case dei contadini erano composte da una sola stanza da letto e dalla cucina, il bagno era esterno, solo i più agiati avevano i servizi igienici all’interno dell’abitazione.

La vita nel paese scorreva lenta e gli abitanti vivevano di quello che producevano: all’interno di una delle cantine sono state abbandonate decine di formaggette accatastate, a prima vista è difficile riconoscerle, ma con un esame più attento la sorpresa non tarderà a manifestarsi negli osservatori e li porterà indietro nel tempo, a ricordi di vite passate che hanno lavorato quella terra per sfamare i loro figli.

Con l’assegnazione del paese alla società SEBI (che poi diventerà l’ENEL), iniziò un rigoglioso periodo di crescita economica e demografica che portò Monteruga a raggiungere le 800 anime.
A causa di problemi economici che interessarono la società proprietaria del paese, quest’ultimo fu ceduto a privati e da qui iniziò il suo declino: negli anni ’80 Monteruga era diventato un paese fantasma e la causa della sua morte fu la privatizzazione dell’azienda agricola che l’aveva fatto nascere.

I terreni occupati dall’azienda agricola, dalle case e dei campi coltivati, coprivano una superficie di 700 ettari che oggi versano in stato di abbandono e degrado. Le povere casette, presenti sotto il porticato che affaccia sulla piazza centrale del paese, sono in rovina, i grandi stanzoni dell’azienda agricola sono oggi coperti di polvere e vegetazione, l’abbandono vive fra le mura rovinate.

La chiesa del paese, dedicata a Sant’Antonio Abate e che ogni 17 gennaio prendeva vita per la festa paesana, è aperta e lasciata all’incuria, l’interno è ancora conservato, le panche e un confessionale sono ancora al loro posto, ma nella chiesa, come nel resto degli edifici, gli anni di abbandono si fanno sentire.
Una grande abitazione, proprio all’ingresso del paese, sembra abitata, e numerose anatre che scorrazzano in libertà nella terra secca sembrano confermare questa ipotesi.
Monteruga poteva diventare facilmente un’attrazione turistica o chissà cos’altro, ma l’abbandono l’ha resa quasi eterna: lo stato di degrado, l’instabilità, tutto fermo ma in continuo cambiamento.
Una curiosità: il nome Monteruga allude ad un colle o monte, solcato da un fosso, ovvero una ruga.