Gianmaria Testa che sapeva sempre da che parte del mare stare

Da sinistra: Gianmaria Testa by Pietro Vertamy (chitarra) ©Pietro Vertamy OnOff Picture - Gianmaria Testa by by Nadia Cadeddu - Oristano 31-10-13 - Gianmaria Testa by Pietro Vertamy ©Pietro Vertamy OnOff Picture

Ci manca Gianmaria Testa. Vi manca davvero tanto. A dieci anni esatti dall’uscita di Da Questa Parte del Mare, album decisivo nell’affermazione di un’identità musicale fra canzone popolare, cantautorato e jazz – e Targa Tenco 2007 – esce un libro dallo stesso titolo edito da Giulio Einaudi Editore. Con prefazione di Erri De Luca, è il racconto dei pensieri, delle storie, delle situazioni che hanno contribuito a dar vita ad ognuna delle canzoni dell’album, ed è un po’, inevitabilmente, il racconto di Gianmaria stesso e delle sue radici. Scrive De Luca: “Ciao socio, compare, fratello che non mi è capitato in famiglia e che ho cercato intorno, grazie di accomunarmi al libro della tua vita. Hai messo insieme pezzi del tuo tempo senza ricavarne un’autobiografia, perché non riesci a dire di te senza gli altri. Ti scansi dal centro, lasci il tuo capitolo all’ospite di turno. La tua diventa una multibiografia di persone e di luoghi, dove sei anche tu”. Canzoni che diventano storie e storie che diventano canzoni.
MEMO pubblica la storia del pezzo Al mercato di Porta Palazzo dove, ricorda De Luca: “inventi una nascita d’inverno ma con i fiori e il fiato che svapora

 

Inverno 2005

di Gianmaria Testa

Le notti sono lunghe e sveglie. Con mia moglie Paola ci alterniamo accanto a Nicola che ha pochi mesi e una fame da lupo a qualunque ora. Sto faticosamente arrivando alla fine della stesura delle canzoni per il progetto sulle migrazioni contemporanee e sono pieno di dubbi, al punto che molte volte mi chiedo se poi sono capace a scrivere un disco intero su un unico tema. Penso a De André e ai suoi dischi monografici così intensi. Leggo e rileggo Solo andata che Erri De Luca mi ha regalato da poco, è bellissimo e chiarificatore, lo prendo come un incoraggiamento a continuare.
Ormai ogni sera mi immergo per due ore nel chiuso dello studio per riflettere e correggere. Quando riemergo parlo con Paola, le faccio sentire le correzioni, le nuove versioni. Ma Nicola non dà tregua, i nostri dialoghi sono continuamente interrotti dalle sue esigenze di neonato.
Mi viene in mente una storia raccontata da Erri a proposito di un mercato in Finlandia dove aveva trovato su un banco di verdure delle patate della varietà «Van Gogh». Ricordo che Erri riteneva tutt’altro che offensivo per il pittore essere ricordato grazie a un tipo di patate. Diceva che anche per se stesso sperava nell’intitolazione di un qualche ortaggio (gli sarebbe piaciuto l’aglio, ma lo considerava un onore troppo grande), in modo da essere nominato nel posto più naturale e cordiale dove la gente s’incontra, il mercato. Molto meglio che finire in una qualche mappa catastale con il nome di una via, di una piazza o di una scuola, diceva.
De André e i suoi dischi monografici, Erri De Luca e la sua storia del mercato finlandese… Una sera comincio, quasi per inerzia, un arpeggio in due quarti alla maniera di molte ballate di De André e Brassens, tipo Il gorilla, per intenderci, o Bocca di rosa, e penso al mercato per eccellenza, Porta Palazzo a Torino, un posto dove la mescolanza è un dato di fatto.
Ne nascono due strofe in rima nelle quali inserisco perfino, in omaggio a De André, il molo del caricamento, neanche Torino fosse Genova. Ma non riesco a proseguire, anzi, quasi mi vergogno di questo momento di divertimento sul tema. Quando risalgo dallo studio faccio sentire a Paola, fra mille premesse, il frutto del lavoro di quella sera.
– Era ora, – mi dice, – era ora che mettessi una nota di allegria in questo tuo scrivere.
– D’accordo, ma non ho la più pallida idea di come continuare la storia.
– E allora racconta di una nascita, – mi dice, – racconta di un bambino, è la cosa più naturale del mondo ed è anche la ragione di molte partenze…
Passo un po’ di sere a scervellarmi su come inserire un Natale a Porta Palazzo. Guardo Nicola, penso alle esigenze legittime e paffute di chi è nato dalla cosiddetta parte giusta del mondo, penso allo ius soli che in Italia non esiste ma che dovrebbe essere legge naturale vigente in ogni nazione civile, penso all’assurdità del caricare d’ingiustizia un fatto così bello e consueto come l’arrivo di una creatura nuova. In definitiva mi trascino dietro una gran quantità di luoghi comuni e di banalità da cui mi sembra di non essere in grado di uscire.
Finalmente decido di fare la cosa che sempre faccio quando i pensieri si accavallano senza una via d’uscita apparente: cerco di pensare con il massimo della semplicità possibile, sfrondando da ogni retropensiero, da ogni preconcetto, le ragioni primarie del mio scrivere. È giusto oppure è banale ritenere che ogni nuovo nato, non importa dove e non importa da chi, debba avere le stesse aspettative e le stesse possibilità di chiunque altro nel mondo? È giusto. È giusto oppure è banale pensare che il luogo o la famiglia di nascita non possano condizionare la vita di una creatura al punto di farne un paria fin dai primi giorni di esistenza? È giusto. E così via.
Alla fine scrivo Al mercato di Porta Palazzo, nella quale, oltre a un Natale, mi permetto di aggiungere anche una nota di solidarietà umana allargata e purtroppo soltanto sperata.
Mi sono tenuta segreta la canzone per alcune sere perché i dubbi rimanevano intatti nella mia testa, ma ricordo ancora con una certa fierezza il momento in cui l’ho cantata a Paola, una canzone scritta a quattro mani, anzi a sei, considerando anche gli interventi, non richiesti quanto indispensabili, di nostro figlio Nicola.

© 2016 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
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Da questa parte del mare

Prefazione: Erri de Luca
Pagine: 112
Collana: L’arcipelago Einaudi
Editore: Giulio Einaudi Editore