Gli spazi dell’ex Ceramica Vaccari nell’obiettivo di Luca Lupi

Cosa succede agli edifici quando esauriscono la funzione per la quale sono stati costruiti, e da pieni di vita, attività lavorativa e frequentazioni quotidiane si trasformano in luoghi abbandonati senza più uno scopo? In che modo può essere ripensata una loro rinnovata destinazione d’uso?
Il progetto fotografico “Still. Progetto Vaccari” di Luca Lupi, in esposizione da Cardelli & Fontana artecontemporanea (Sarzana, fino al 29 maggio) indaga proprio in questa direzione e ci mostra gli spazi e i silenzi di una di queste realtà industriali ormai dismesse: l’ex Ceramica Vaccari di Santo Stefano Magra.
La mostra è anche l’occasione per presentare la Cardelli e Fontana Opificio Vaccari e il Progetto NOVA – Nuovo Opificio Vaccari per le Arti, un esempio innovativo di recupero e ridefinizione di un’ ex area industriale in un vero e proprio “cantiere creativo” con finalità culturali.
Di seguito pubblichiamo il testo critico di accompagnamento al catalogo della mostra a cura di Ilaria Mariotti.

di Ilaria Mariotti

Il passaggio da una vita ad un’altra degli edifici talvolta sottende pause che aprono a possibilità di godere esteticamente forme pensate principalmente per l’attività umana: mancando questa, si riapre la possibilità di rinnovare il confronto con le forme, l’estetica, il disegno di spazi senza troppo interrogarsi su “cosa si faceva”, spostando l’attenzione sul “dove”.
Ed è una sorta di stato di grazia, quello che ci accompagna entrando in luoghi “in sospensione”, nella consapevolezza che quel momento non tornerà mai, che quella possibilità di godere del silenzio di luoghi una volta pieni di rumori (i rumori del lavoro), di materiali (i materiali del lavoro), cogliendo il senso del monumentale, il pensiero dell’uomo che si è esplicato attraverso la progettazioni di spazi produttivi (di lavoro, ancora una volta), non sarà poi così cristallino, così pieno di consapevolezza di godere di un tempo di bellezza.
Le fotografie che compongono questo ciclo di lavoro di Luca Lupi raccontano di un tempo e di un luogo. Il tempo è quello lungo, composto da tante ore, molteplici sedute di confronto con lo spazio, da tante prolungate soste in ascolto di azioni evaporate.
La ricerca di Luca Lupi si sviluppa, attraverso la fotografia, in un percorso costellato dal contrasto tra tempo convenzionale e tempo della memoria (o individuale). Ma il suo lavoro si snoda anche attraverso un’attenzione alle cose, alle “belle arti”, ai “beni culturali” prodotti dell’ingegno umano, per la loro vocazione alla testimonianza, al passaggio generazionale, al loro modo di poter essere documento – e espressione poetica – che riguarda il parlare degli uomini agli uomini.
È con questa duplice attenzione che il suo sguardo e la sua attenzione si posano su questi scheletri architettonici, su spazi che ricordano carcasse di balene, ventri ambigui, su luoghi sopraffatti da una natura che reclama il suo essere lì per diritto. Eppure luoghi che, ancor oggi, manifestano quell’ordine compositivo, quella tensione speciale propria delle cose pensate, progettate dall’uomo che stanno nel segno – pur nel disfacimento – del rigore, del progetto, del calcolo, della misura. Il cemento sembra pelle e, come la pelle umana, presenta pori, cicatrici, screpolature, rughe. Grandi occhi si spalancano nel cielo, l’architettura e i suoi materiali diventano espressivi, oltre che simbolici, come li si possono ritrovare, ad esempio, in quell’edificio straordinario che è la Sede del Parlamento a Dacca (Bangladesh, 1962 – 1973) progettata da Louis Kahn, sintesi di purezza e storia, minimalismo e tradizione.
Ed è con spirito quasi commosso (nel senso etimologico del termine), che lo sguardo parimenti si posa e inquadra particolari della disgregazione e del disordine: archivi sfasciati, faldoni abbandonati e illeggibili, macchinari, tubi, plastiche, metalli.
Nello scarto tra ordine e disordine si compie, in questa serie di immagini, un processo di contemplazione. Di un sublime, oggi, che sta nella purezza delle linee, nella bellezza delle coperture, nella partitura degli spazi in ampie campate di sontuosi luoghi archeologici, avanzi di civiltà remote che riguardano appena la generazione precedente e la nostra. Nel silenzio di certe giornate, nel segno del vento che solleva e fa sbattere le lastre di lamiera, nel flusso di energia che sembra abbandonare i luoghi, il generale, per riscaldare gli oggetti, il particolare, in un’epifania di un disordine entropico.