Matteo Fiorelli, per un’estetica non convenzionale della fotografia

Matteo Fiorelli, per un’estetica non convenzionale della fotografia

Matteo Fiorelli, spezzino, classe’84, da sempre appassionato di letteratura, fumetti e cinema di genere, si avvicina alla fotografia a metà anni 2000 e, nel 2008, inizia a muovere i primi passi come fotografo. Convinto della necessità di completare la formazione tecnica, prima di mettersi in gioco nella pratica, infatti, inizia lo studio dei fondamenti della fotografia, dalla tecnica, alla storia: autori contemporanei e non rappresentano per Matteo il solido muro di conoscenze che gli permette, oggi, di scattare. La Buona Fotografia difficilmente si può realizzare senza una solida base culturale – dice.  Le sue foto sono state pubblicate online (APF – magazine) e su carta stampata (ARGO – Annuario di poesia), mentre alcune sue interviste ed estratti sono apparsi su siti dedicati alla fotografia. A livello locale, ha esposto fotografie singole e progetti fotografici su invito del centro Allende di Spezia e di locali e circoli cittadini. Ha partecipato al Festival delle Arti Creative Acmè di Sarzana nelle edizioni 2014 e 2015. Dal 2016 collabora con il Collettivo Agorà per confrontarsi con altri giovani artisti e costruire qualcosa insieme. Al suo attivo vi sono attualmente due progetti fotografici, “La Realtà Fotografata” e “A Democracy of the Image – In Praise and Reprise”. Nonostante ciò, fotografo è una parola che non gli appartiene in toto, Matteo infatti, non si definisce fotografo ma appassionato di fotografia.

Conosciamolo meglio attraverso il questionario “IO SONO CULTURA” di MEMO e scopriamo cosa si nasconde dietro un suo scatto, che scardina i limiti dell’estetica convenzionale, uscendo dal “bello”.

Che cosa è per te la fotografia?
La fotografia è un mezzo di espressione. Con le foto puoi esprimere concetti, soprattutto te stesso. Anche quando crediamo di produrre qualcosa di distaccato, noi siamo lì, una traccia di noi resta. Dentro ogni scatto si riversa la nostra cultura, le nostre passioni, paure, il nostro carattere, le ossessioni – tutto ciò che ci ha educato la vista. Come altre forme artistiche, è uno specchio di noi stessi, nel bene e nel male.

Un aggettivo per l’arte della fotografia
Personale.

La miglior definizione di fotografia che hai letto
“Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea.” Tiziano Terzani

Che cosa significa guardare il mondo attraverso l’obiettivo della tua camera?
Bresson diceva che più che un occhio, l’obbiettivo/fotocamera, è un elettro-magnete che cattura attraendo ciò che ci sta attorno. Siamo voraci, ci nutriamo di immagini e mi ci ritrovo in questa descrizione. Siamo tutti dei voyeur, chi più chi meno, anche chi non fotografa. A prescindere da progetti, sono intrigato da quante cose curiose (e quanta bellezza, a mio modo) abbiamo davanti ai nostri occhi. Piccole cose, a volte, cose di cui non ci rendiamo conto, nascoste nell’ordinarietà. Trovare uno schema, un ordine, una sorta di architettura. Non propongo una storia ma cerco di fare in modo che l’osservatore si ponga delle domande: “lei chi è?”, “perché lui era lì”, “come mai questa tale cosa è fatta così”, “chi c’era qua prima?”, ecc. È una visione indipendente dal mezzo. La foto è nella testa, bisogna vedere se con la macchina riesco a imprimerla sulla pellicola/sensore. Una cosa che, purtroppo, non sempre avviene.

La foto che vuoi assolutamente fare, quella che non vorresti mai fare
Non voglio fare fotografie che siano semplicemente belle, estetica fine a se stessa. La fotografia “bella”, per quanto possa sembrare piacevole con una prima occhiata, non è capace di trasmettere nulla se non un’effimera gioia per gli occhi. Una fotografia che supera i limiti dell’estetica convenzionale (per un osservatore comune), oppure “sbagliata” secondo le regole classiche ma che esprime un concetto solido, è quello che mi interessa. La storia è piena di immagini “brutte”, ma “buone”. Poi esistono anche quelle sia buone che belle ma un’idea alla base deve esserci. Per quanto riguarda le foto che voglio fare, sono quelle che mi permettono di esprimermi e essere sereno in questo atto, foto che una volta stampate, e incorniciate, non mi stanchino mai.

L’artista che più ti ha ispirato
Pressoché impossibile dire un nome solo. Posso nominare William Eggleston, la sua Democracy of Image (progetto che ho elogiato con una mostra) mi ha fatto riflettere molto sull’inutilità delle immagini belle ma fini a loro stesse e sulla ricerca della bellezza/valore anche nelle cose più banali e nei soggetti più impensabili. Sarebbe riduttivo e ipocrita non nominare altri come Stephen Shore, Saul Leiter, Joel Meyerowitz, Diane Arbus. Ovviamente ci sono fotografi anche italiani che stimo enormemente, parlo di Nino Migliori, Ugo Mulas, Scianna, Ghirri, Fontana, e molti altri. Sarebbe un elenco lunghissimo, ogni autore che scopro mi lascia qualcosa. Vorrei nominare anche Ando Gilardi e Susan Sontag, leggendo i loro saggi ho cambiato radicalmente il modo di approcciarmi e d’intendere questa forma d’arte.

L’immagine in cui vorresti vivere
Nelle foto ambientate a Cape Cod di Joel Meyerowitz. La bellezza di una semplicità disarmante, la calma, la pace, un racconto, tutte raccolte in quegli scatti. Un equilibrio che difficilmente può essere trovato. Oppure chissà, in qualche foto che non ho ancora scattato.

Cosa significa fare denuncia e portare avanti l’idea di impegno civile attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica
La fotografia ha sempre avuto un importante ruolo di denuncia e testimonianza. Si pensi a Walker Evans o Robert Frank (nonostante fossero più documenti che denunce). Gianni Berengo Gardin con i suoi lavori riguardanti i manicomi ha reso pubbliche le condizioni di vita dei malati, un altro esempio è il progetto sul mondo transgender da parte di Lisetta Carmi in anni in cui l’argomento era ancora più tabù di oggi. La fotografia è un medium di una potenza incredibile: se ci si pensa, un dipinto di un cadavere o di una scena cruenta impressiona molto meno di una fotografia perché inconsciamente pensiamo alla pittura come al frutto esclusivo della fantasia. Per la fotografia è diverso, ci dà l’impressione di ritrarre la realtà, (o per meglio dire, un punto di vista della realtà).
Così, le foto permettono di portare alla luce eventi che se non fotografati non avrebbero il solito rilievo mediatico e non potrebbero avere un forte impatto sulla psiche collettiva. Nemmeno il filmato può essere così incisivo.  Ma non esistono solo reportage di denuncia basati su immagini cruente. Di recente ho visto il progetto “Aliqual” di Massimo Mastrorillo, sul terremoto all’Aquila, basato proprio sull’assenza delle persone. Non di semplice comprensione di primo acchito, concettuale, però veramente molto valido.
Un problema da tenere in considerazione è la quantità: Oggi più che mai, ogni giorno, siamo bombardati da migliaia di immagini, magari anche buone che si confondono in questo torrente in piena. Il mercato impone che ci sia una sorta di gara, basti pensare ai fotoreporter, e alla velocità con la quale usufruiamo del loro lavoro e di come, con altrettanta velocità, le loro immagini scompaiano, sostituite da altre, più fresche.  È un totale consumismo d’immagini in cui si rischia una bulimia dell’immagine o un’assuefazione, ed è un problema che va oltre la fotografia di uno specifico tipo.
Per quanto utopistico, vorrei una trasposizione del presidio “Slow Food” in fotografia.