A Fotografia Europea, Nuove Esplorazioni sulla Via Emilia

A Fotografia Europea, Nuove Esplorazioni sulla Via Emilia
Paolo Ventura_Via Emilia #1, 2016

Alain Bublex, Stefano Graziani, Antonio Rovaldi, Sebastian Stumpf, Davide Tranchina, Paolo Ventura, Lorenzo Vitturi: sono questi gli autori le cui opere sono esposte in “2016. Nuove esplorazioni, la mostra allestita ai Chiostri di San Pietro (Reggio Emilia, fino al 10 luglio), tappa fondamentale dell’edizione di quest’anno di Fotografia Europea. Il progetto espositivo di 2016. Nuove esplorazioni affronta il tema di tornare ad esplorare fotograficamente la via Emilia, i suoi paesaggi, i suoi protagonisti, i suoi colori, a trent’anni di distanza da un evento fotograficamente epocale, almeno per l’Italia, come Esplorazioni sulla via Emilia. Soprattutto perché proprio quei materiali di quel viaggio, ormai iconici, vengono proposti al pubblico in due spazi contigui, in un inevitabile confronto diretto. I curatori, Diane Dufour, Elio Grazioli, Walter Guadagnini hanno scelto di rispondere alla problematica non considerando primariamente il soggetto in sé, la via Emilia, ma prendendo le mosse proprio dalla riflessione su cosa avesse significato il progetto del 1986 all’interno della cultura fotografica italiana del periodo, e quale rapporto esso potesse avere con la realtà odierna.

Ora, com’è noto, la creatura di Luigi Ghirri e Gianni Celati nasceva a due anni di distanza da Viaggio in Italia, autentico punto di coagulo di una riflessione articolata (e a più voci) sullo stato della fotografia in Italia, dopo le stagioni del coinvolgimento sociale e della riflessione sullo statuto del mezzo e sui meccanismi del linguaggio.

I protagonisti di Esplorazioni sono gli stessi – pur in numero minore – dell’avventura precedente, come se si trattasse dell’evoluzione dello stesso progetto, come se, costruita la struttura concettuale ed operativa, fosse possibile applicare il modello su una scala ridotta ma più concentrata, valutandone anche la tenuta sul piano della metodologia, oltre che della lingua. Fatte salve le ovvie differenze di indole, è evidente infatti la presenza di un orizzonte linguistico comune, rappresentato dall’elaborazione di uno “stile documentario”, ripreso tanto dalle sue premesse storiche quanto dalle sue più aggiornate declinazioni, in particolare quella dei “nuovi topografi” statunitensi: è una sorta di lingua comune, che non a caso darà vita all’unica vera “scuola” fotografica italiana riconoscibile dopo il Neorealismo.

Se queste sono state premesse, risultati e conseguenze di quell’esperienza, il ritornare oggi su quelle strade – reali e metaforiche – deve tenere conto non solo delle mutate condizioni storiche, ma anche e forse soprattutto del mutamento intervenuto nel frattempo nella natura e negli usi della fotografia, un mutamento quasi genetico, tale da investire la nozione stessa di fotografia così come essa si è costituita nel corso di ormai quasi due secoli.

D’altro canto, le mutate condizioni storiche e sociali, nonché la riflessione teorica e culturale, insieme ai mutamenti tecnologici che hanno reso disponibili archivi e giacimenti informativi mai immaginati prima di allora, hanno comportato un ripensamento della concezione stessa della storia, del territorio e della cultura. La fotografia trovata, lo scavo negli archivi, pubblici e famigliari, il recupero di metodi considerati obsoleti, da quelli scientifici a quelli “vernacolari”, l’approccio multimediale si sono aggiunti a un uso rinnovato dell’istantaneità, dell’espressività e dell’invenzione plastica.

A partire da qui, dunque, sono stati individuati gli autori, e a partire da qui hanno cominciato a lavorare, a compiere il loro roadtrip Alain Bublex, Stefano Graziani, Antonio Rovaldi, Sebastian Stumpf, Davide Tranchina, Paolo Ventura e Lorenzo Vitturi. Autori dai linguaggi profondamente diversi, rappresentanti di una generazione e mezzo (nel 1961 è nato Bublex, nel 1980 sono nati Stumpf e Vitturi), accomunati però proprio da un comune approccio alla fotografia intesa come linguaggio tra i tanti possibili, come pratica capace di portare a sintesi immagini provenienti dai più diversi ambiti, create con gli strumenti più differenti, composte secondo le più svariate modalità. Anche là dove la fotografia sembra rispondere alla sua vocazione più documentaria, o comunque di prelievo dal reale, questa possibilità viene messa immediatamente in discussione attraverso strategie che vanno dall’intervento surreale di Bublex alla narratività straniata di Rovaldi, passando attraverso la memoria dello slapstick di Stumpf e agli assemblages di Vitturi, in un continuo gioco di spiazzamenti, nel quale il luogo – la via Emilia – da oggetto di ripresa diventa soggetto di azione, dove quello che si vede conta non in quanto veduta, ma in quanto suggestione, rimando, innesco (ciò che, peraltro, costituisce il fondamento stesso del lavoro di Graziani, Tranchina e Ventura).

Luoghi di cui abbiamo parlato in questo articolo

Chiostri Benedettini di San Pietro