5 buoni motivi per “Dedicarsi” a Björn Larsson

5 buoni motivi per “Dedicarsi” a Björn Larsson

Esiste un festival letterario in Italia che da ventitré anni sa distinguersi per la singolarità del suo format: incentrarsi su un unico autore, attorno a cui vengono costruiti percorsi fatti di interviste, spettacoli, musica, conversazioni, libri, proiezioni cinematografiche, creando un fil rouge che permette al pubblico di conoscerlo in maniera più completa e approfondita.

Parliamo naturalmente di “Dedica”, la rassegna letteraria che veste Pordenone di cultura una settimana all’anno e dell’edizione del 2017, appena conclusa, che è stata dedicata a Björn Larsson, scrittore e saggista svedese, viaggiatore e grande appassionato di mare e di navigazione.

MEMO, così come Dedica, vuole provare ad accompagnarvi nel variegato mondo di Larsson e dei suoi personaggi, creando per voi un itinerario che utilizza come tappe fondamentali cinque domande che nel corso degli anni gli sono state rivolte e che disegnano il suo immaginario letterario e il suo modo unico di osservare la realtà.

E allora perché non partire proprio dalla nostra di realtà? Quella del nostro paese e delle sue contraddizioni? Arianna di Genova lo ha intervistato pochi giorni fa per il Manifesto, riconducendolo alla sua dimensione di abitante del mondo e attento osservatore delle sue dinamiche di movimento, “lei è uno svedese molto «italiano», oltre alle meraviglie paesaggistiche e culturali, l’Italia è anche affetta da una malattia politica evidente e ciclica: è ingovernabile. Cosa pensa del funzionamento della nostra macchina-paese?” In maniera molto diplomatica Larsson azzarda e propone “Ci vorrebbero uno o due libri per rispondere in modo preciso a una domanda simile. Però posso dire che ci sono un paio di cose che mi hanno sempre stupito della politica italiana, ancor più da quando ho imparato la lingua e ho potuto leggere i giornali e guardare la tv. La prima è che, paradossalmente, tutto sembra più o meno colorato – o inquinato – dalla politica, senza però che si parli (quasi mai) di quella vera, delle misure da prendere, i programmi o le leggi da adottare. L’altra particolarità è che si discute molto, ma raramente con un vero spirito di ascolto, di possibili compromessi. Perché, per esempio, Renzi, Bersani e D’Alema non si incontrano davanti a una buona bottiglia di vino per chiacchierare fra loro, piuttosto che comunicare tramite i media?”

La capacità di Larsson di osservare il mondo e di mettere a confronto reale ed immaginario passa indubbiamente attraverso la sua idea dell’uso della letteratura e andando indietro nel tempo è Gianluigi Bodi per Senzaudio nel 2014 ad avvicinarsi a Larsson con il rispetto che si deve a chi scrive ragionando molto sulle conseguenze generate da ciò che scrive: Il “Diario di bordo di uno scrittore” dice Bodi è un libro onesto, restituisce l’idea che la letteratura sia una cosa seria che però va presa con il sorriso sulle labbra. E Larsson non si smentisce “Sì, non si può mai sapere se quello che uno scrittore scrive è buona letteratura o pessima letteratura. Nemmeno gli editori lo sanno. Ad esempio, Beckett è stato rifiutato dagli editori per trent’anni, poi un giorno, la moglie, vede una casa editrice appena nata “«Éditions de Minuit”, Beckett invia uno dei suoi lavori e finisce per prendere il premio Nobel. La letteratura è piena di queste storie, anche Proust ha faticato molto. La letteratura è una cosa seria ma non puoi pretendere di conoscere la ricetta della grande letteratura.”

Sempre nella stessa intervista Bodi chiede spiegazioni su uno degli snodi focali della filosofia larssoniana che l’autore usa anche per parlare dell’utilizzo della letteratura allo scopo di disegnare paesaggi di senso: il concetto di “immaginare il vero”. “Io penso che la letteratura, diversamente dalle altre attività verbali, debba interrogare le possibilità, quelle possibili ovviamente: Harry Potter è bello, ma non può esistere. Se uno riesce a farlo bene si accorgerà che ciò che ha scritto è già esistito o esisterà in futuro. Io cerco di immaginare qualcosa vicino alla realtà, qualcosa di possibile, non cerco di fare una copia della realtà. A volte mi capita di incontrare delle persone che si riconoscono nei miei libri, per “Il segreto di Inga” ho ricevuto un messaggio che recitava “Grazie di aver raccontato la mia storia. Inga”, purtroppo non ho mai incontrato questa persona, ci siamo solo scritti. Uno scrittore che fa questo tipo di lavoro alla fine anticipa il futuro. Ad esempio, “Il segreto di Inga” di cosa parla?

Parla di Snowden, è attuale. All’epoca nessuno credeva che esistesse una struttura come Echelon. Mentre stavo finendo il libro in svedese, mi è capitato di parlare con Emilia Lodigiani (Fondatrice di Iperborea) la quale non credeva a Echelon, pensava che mi fossi inventato tutto. Dopo un mese le ho mandato due pagine di “Le Monde” in cui si raccontava l’inizio dello scandalo.”

Già il Festival della letteratura di Mantova nel 2011 ha tra i suoi ospiti Larsson e Andrea Coccia riconduce i contenuti dell’allora nuovo libro appena uscito alla capacità dell’autore di rivisitare l’immaginario: Con “I poeti morti non scrivono gialli” sei tornato a giocare in qualche modo con la letteratura. Come gestisci il rapporto tra verità e finzione nei tuoi libri?

“La vera storia del pirata Long John Silver è stata l’unica volta in cui ho sono partito dalla finzione, reinventando in qualche modo la letteratura. Normalmente procedo in un altro senso, vale a dire partendo dalla realtà e trasformandola in finzione. Credo che sia molto importante mantenere la distinzione tra finzione e realtà. Quando uno scrive un romanzo tutto deve apparire, anzi appare, come vero, e non come finzione. I lettori lo sanno benissimo che quello che si trovano a leggere è una finzione, è per questo che la finzione deve essere verosimile al suo interno perché possa scattare il meccanismo letterario che faccia in modo che il mondo della finzione sia credibile come una nuova realtà.”

Sempre nel 2011 anche Marilia Piccone per WUZ, il social dei libri chiede a Larsson in che modo utilizzi la sua tecnica di scrittura per esplorare, a suo modo, il mondo e per indirizzare i lettori: “Tutti e tre i personaggi che sono scrittori nel suo romanzo “I poeti morti non scrivono gialli” – Nilsson, Anders e Barck – riflettono sul valore della letteratura, su quale dovrebbe esserne il fine. La letteratura può influenzare i lettori? Qualunque tipo di letteratura?”

“Penso che la letteratura serva per esplorare la realtà e per rendere più accessibili le possibilità della realtà, dei pensieri, di alternative di vita. Noi scrittori esploriamo queste possibilità per mostrarle ai lettori.
La letteratura devo rimanere finzione, immaginazione vicina alla realtà.

Non deve fare concorrenza alla scienza che ha il dovere di dire la verità. La speranza fondamentale è nell’immaginazione. Certo che potrebbe anche avere un’influenza negativa, perché nelle possibilità della realtà ci sono anche cose cattive. Ma Sartre diceva che non c’è nessun buon romanzo in difesa della pena di morte né della tirannia. L’immaginazione è, fondamentalmente, un’offerta di libertà.”

E se è vero, come è vero, che la creatività e l’immaginazione non sono altro che un’intelligenza che si diverte… E se è vero, come è vero, che tutti abbiamo bisogno di costruire un nostro paesaggio di senso da cui far cominciare il viaggio… se non lo avete ancora fatto, dopo l’intervista e magari dopo aver scoperto qualcosa di più sul “Dedicafestival”, DEDICATEVI del tempo per tracciare la rotta e leggetevi i suoi libri…

Ideato e curato da Thesis Associazione Culturale, il progetto “Dedica” è promosso da istituzioni ed enti pubblici – in particolare dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, da PromoTurismoFVG, dal Comune di Pordenone, dalla Provincia di Pordenone, dalla Fondazione Friuli – e realizzato con il sostegno di importanti soggetti privati: lo special partner Servizi CGN, Crédit Agricole FriulAdria e UnipolSai Assicurazioni – Agenzia di Pordenone.