Metti Pizzaballa nel museo. Della figurina

Modena è la capitale mondiale della figurina dal 1992. E dove poteva nascere il Museo della Figurina se non qua? L’istituzione, situata all’interno di Palazzo Santa Margherita, è stata inaugurata il 15 dicembre 2006 e rappresenta l’ideale tributo a colui che, più di chiunque altro, permise alla città di ottenere quel riconoscimento, ovvero Giuseppe Panini, fondatore delle Edizioni Panini, considerato il padre della figurina moderna.

Tutti conoscono, e almeno una volta nella vita hanno acquistato, le mitiche “figu” (tra adepti si dice così) dei Calciatori, prodotte dalla casa editrice modenese fin dal 1961. Chiunque di noi si è emozionato nell’aprire il pacchetto, constatare che non c’erano doppioni e, con foga, incollare immediatamente ogni figurina nel posto giusto. Ogni volta che si finiva di completare una squadra era una piccola vittoria, quando poi ci si avvicinava a riempire l’intero album, ci sembrava di lottare per lo scudetto. E non c’era nessun timore di non riuscirci, perché una volta raccolti un numero sufficiente di doppioni, partiva lo scambio. A scuola, con i compagni, oppure al parco, con qualunque altro collezionista disposto ad aiutarci in cambio della figurina mancante. Probabilmente la prima esperienza di commercio che abbiamo mai vissuto nelle nostre vite è stata proprio questa. Ma se tutto ciò non bastava, se qualche pezzo si dimostrava particolarmente introvabile per noi, c’era sempre la soluzione della richiesta specifica per posta delle figurine mancanti. Non era altrettanto gratificante, ma era un mezzo sicuro per archiviare la stagione a punteggio pieno, senza nostalgia perché, l’anno dopo, si sarebbe ricominciato tutto da capo. Ogni tanto succedeva che qualche figu risultasse particolarmente introvabile, come nel caso di quella di Pier Luigi Pizzaballa – che i collezionisti più attempati ricorderanno come la numero 1 dei primi album, in quanto portiere della prima squadra di Serie A in ordine alfabetico, l’Atalanta – ma non sappiamo quanto davvero ne fossero state prodotte di meno o quanto, piuttosto, la sua rarità fosse la conseguenza di una cospirazione ordita da coloro che la possedevano e che, per alimentare la leggenda e rendere la loro conquista più preziosa, ne custodivano gelosamente anche i doppioni. Comunque andarono le cose, le figurine dei Calciatori divennero, in breve tempo, un rito legato a ogni edizione del campionato di calcio. Un rito che, da più di cinquant’anni, si celebra ogni anno, a partire da gennaio, non appena il logo Panini fa capolino in edicola. Cambiano i volti, le maglie, le regole del mercato. Non cambiano la magia e la voglia di riempire l’album.

L’attività imprenditoriale di Giuseppe Panini procedette di pari passo con la sua passione collezionistica. Fin dall’inizio della sua carriera, egli, infatti, raccolse un numero impressionante di piccole stampe provenienti da tutto il mondo e da epoche diverse, che lo ispirarono nelle sue creazioni, e che divennero l’oggetto della prima esposizione museale che egli istituì nel 1986 all’interno della propria azienda. Nel 1992, per celebrare il riconoscimento ottenuto dalla città, Panini decise di donare a quest’ultima la sua collezione, che nel frattempo era divenuta una delle più importanti al mondo, per la creazione di un museo che documentasse la storia della figurina dai precursori alla contemporaneità, attraverso i suoi sviluppi. Purtroppo l’editore morì nel 1996 e non fece in tempo a vedere la sua volontà realizzata, ma il lavoro di catalogazione della raccolta proseguì e, dieci anni dopo, la nuova istituzione vide la luce.

Il Museo della Figurina non parla solo di calcio. È tantissime cose tutte insieme, perché di tantissime cose si sono occupate, fino a oggi, le figu Panini. Attualmente, è stata allestita una mostra temporanea dedicata ad alcune protagoniste dei cartoni animati giapponesi, dall’evocativo titolo Parimpampùm. Le bambine magiche nelle figurine, a cura di Francesca Fontana e Thelma Gramolelli, visitabile fino al 16 luglio. L’allestimento approfondisce uno tra i più importanti temi narrativi che hanno caratterizzato il boom dei cartoni animati giapponesi in Italia, attraverso l’esposizione di album e figurine risalenti principalmente agli anni ’80 e incentrati su personaggi come L’incantevole Creamy, Magica magica Emi e le altre bambine magiche che spopolarono in Italia a partire da quel periodo. Roba fondamentale per nerd non occasionali – in questo caso soprattutto donne – sulla scia del grande successo della mostra di tre anni fa 80-90. Televisione, musica e sport in figurina, che fu allestita sempre per mano delle stesse curatrici ed esplorava l’epoca in cui la figurina si legò maggiormente a tutte le tendenze della cultura giovanile. D’altra parte, il decennio precedente si era chiuso con uno degli album più amati dai collezionisti – quello di Capitan Harlock, protagonista della tv dei ragazzi italiana del 1979 – le cui figurine si potevano trovare anche nelle confezioni di surgelati di una nota marca, confermando l’efficacia del mezzo a scopo di marketing.

Non bisogna dimenticare, infatti, che il concetto stesso di figurina, che ebbe origine in Francia nella seconda metà dell’800, nacque dall’idea di promuovere un prodotto o un marchio associando un messaggio pubblicitario a una vignetta illustrata impressa su cartoncino da distribuire gratuitamente ai clienti, sulla quale apparivano il prodotto stesso o il logo della ditta. Inizialmente si trattava di semplici bozzetti, per poi evolversi nelle cromolitografie, ovvero le prime stampe a colori, che si diffusero ampiamente a partire dal 1872 grazie al barone Justus Von Liebig, il quale iniziò a distribuirle in omaggio allo scopo di promuovere l’estratto di carne che portava il suo nome. Le figurine Liebig, realizzate con cura da artisti celebri dell’epoca, divennero ben presto un oggetto di collezionismo universale e furono prodotte dall’azienda per oltre un secolo, spesso abbinate a raccolte punti. E fu proprio in relazione a un concorso a premi, abbinato al programma radiofonico I Quattro Moschettieri, che la figurina si diffuse anche in Italia, a partire dal 1934, per sponsorizzare i prodotti Buitoni-Perugina. La raccolta, illustrata da Angelo Bioletto (uno dei migliori disegnatori del tempo, e autore in seguito del comparto grafico delle prime storie italiane di Topolino), riscosse un enorme successo, e alla figurina più rara, quella de Il feroce Saladino, fu perfino dedicato un film, diretto nel 1937 da Mario Bonnard.

Tutto questo e altro ancora si può trovare a Palazzo Santa Margherita. Ma come funziona precisamente il Museo della Figurina ce lo ha raccontato la dottoressa Paola Basile, che ne è direttrice: «Il museo è così strutturato: c’è una sezione permanente con sei grandi armadi espositori che hanno degli sportelli scorrevoli attraverso i quali si può vedere la storia della figurina a partire dai suoi esordi. Sono divisi in senso tematico e cronologico». Una scelta che permette di scoprire una vastissima gamma di materiale, costituita non solo da figurine, ma da molti altri materiali “parenti”, come le carte da sigaretta e i calendari da barbiere, e l’altra parte della sala adibita agli approfondimenti tematici: «Anche perché, rispetto ai 500 mila pezzi di cui è composta la collezione, ne sono esposti circa tremila, quindi a rotazione, attraverso le mostre temporanee, riusciamo a mostrare al pubblico anche altra parte dei materiali conservati in archivio».

Ci siamo chiesti come l’atto antico di comprare le bustine di figurine, per riempire un album, che ha accompagnato intere generazioni, si rinnovi nell’epoca dei social. «Noi, proprio in occasione della mostra Parimpampùm, abbiamo creato una sorta di album catalogo in cui diamo una bustina di figurine per completarlo» continua Basile «Non è un vero e proprio album di figurine, è un omaggio che facciamo al pubblico. Quello che io vedo è che le persone sono molto contente di ritornare alla gestualità, alla possibilità di toccare materiali. Premesso che tutte le figurine che noi esponiamo sono dietro alle vetrine, quello che le persone ci chiedevano era la possibilità di sfogliare gli album. Quindi, nella mostra che abbiamo appena chiuso, dedicata allo sport, abbiamo introdotto riproduzioni di album sfogliabili. Non vedo la figurina come qualcosa di alternativo ai social, la vedo semmai come qualcosa di diverso, meno virtuale, e capace di sollecitare emozioni e sensazioni che difficilmente uno smartphone potrà offrire».

La figurina è dunque un linguaggio contemporaneo, riproponibile e riproducibile, e soprattutto insostituibile. Ci siamo chiesti infine che cosa ancora non sia stato raccontato con la figurina, che cosa si potrebbe ancora immaginare come una delle prossime possibilità di racconto, di storytelling. «Come hanno analizzato diversi pedagogisti, tra i quali Roberto Farnè (docente di Pedagogia del gioco al Dipartimento di Scienze per la qualità della vita dell’Università di Bologna, ndr.), che ha collaborato con noi per una mostra sulla didattica, le figurine hanno illustrato praticamente tutto ciò che non è astratto, dalle fiabe alla storia, dai calciatori alla geografia. Ma persino l’astrazione non è un limite quando parliamo di figurine. Si potrebbe creare perfino un album sulla matematica. Alcuni anni fa abbiamo allestito una mostra che raccontava il modo in cui gli animali percepiscono la realtà che li circonda. Abbiamo trovato delle figurine Liebig degli anni ‘50 che trattavano esattamente questo tema. Abbiamo fatto praticamente tutto e tutto possiamo ancora fare!».

Nell’attesa di visitare il Museo, e dopo aver ripreso in mano i nostri vecchi album completi o mai del tutto completati, forse troveremo il tempo di fare un passo in edicola e di comprarci un pacchetto di figurine nuove. Fosse anche solo per il gusto di toccarle con mano, di sentirne la consistenza o per la soddisfazione di dire, tornando al Museo fra qualche decennio, di fronte alla vetrina di un armadio espositore: «Ce l’avevo».

Il vostro modesto raccontatore di storie di figurine vi saluta, ricordando con un certo orgoglio che, malgrado la giovane età, lui nascosta da qualche parte la figurina di Pizzaballa, di professione portiere, ce l’ha. Non sa perché sia finita tra le sue cose. Ma ce l’ha. O forse, è solo una figu di Capitan Harlock con i capelli tagliati e senza cicatrice, uscita da una scatola di crocchette e modificata da un collezionista burlone.