Giochiamo a giocare?

Fin dalla nascita, il gioco ricopre un ruolo decisivo nella vita dell’uomo. Potremmo dire che siamo quello che giochiamo. Da un certo punto di vista, ogni attività che non si esaurisce nella mera utilità, tutto ciò che non ha come scopo – o almeno, come scopo unico – il conseguimento di un vantaggio reale e concreto, può ricondursi al concetto di gioco. Fondamentalmente, il gioco ha come finalità se stesso, ed è l’unica attività che viene scelta per puro piacere. Gioco è, di volta in volta, a seconda dei punti di vista, sinonimo di divertimento, competizione, relax, impegno, gratificazione. È spesso tutte queste cose contemporaneamente, ma mai una soltanto. Soprattutto, il gioco non è soltanto una roba per bambini.

Lo sanno bene a Modena, città che, nel prossimo weekend, si appresta a diventare la capitale italiana dell’industria del gioco. Sabato 1 e domenica 2 aprile, nei padiglioni di Modena Fiere, si svolgerà infatti la nuova edizione di Play, il Festival del gioco più importante d’Italia. Oltre 400 eventi e 1800 tavoli cui saranno pronti a sedersi numerosi appassionati al motto “entra, scegli e gioca”. Fra le tante attrazioni in fiera, spicca in anteprima mondiale la prima escape room tripla, “Titanic 2099”, ultima moda dell’universo ludico in cui i partecipanti, ermeticamente chiusi in una stanza, devono risolvere fantasiosi enigmi per guadagnare l’uscita. Il Festival si estenderà anche “fuorisalone”, con Mutina Splendidissima, iniziativa dedicata ai 2200 anni dalla fondazione della città emiliana. Il grande evento, basato sulla rievocazione di fatti di epoca romana, invaderà la città venerdì 31 marzo, per concludersi domenica sera, pronto a coinvolgere un pubblico da 0 a 99 anni.

Si gioca a ogni età, ogni età ha i propri giochi e alcuni giochi sono adatti a tutte le età. Cambia solo la mentalità con cui li si affronta, l’importanza che gli si assegna. Si può giocare a carte, a scacchi, a Monopoli, a pallone, a Dungeons and Dragons e lo si può fare sempre. Giocare è come suonare, non ci sono limiti di età. Non a caso la lingua inglese, nella sua semplificazione lessicale, rende meglio il concetto utilizzando il verbo play sia con l’accezione di giocare, sia con quella di suonare. E poi ci sono giochi antichi come il mondo. Corteggiare una persona che ci attrae o rispondere al suo corteggiamento è un ottimo gioco, le cui regole spesso variano durante la partita, un gioco a cui ci piace comunque dedicarci anche se non siamo sicuri di vincere.

Ancora più sbagliata è l’identificazione del gioco con l’azzardo: assegnare al concetto un’essenza negativa vale quanto identificare l’amore fisico con la violenza sessuale. La ludopatia è la degenerazione del gioco esattamente come lo stupro lo è del sesso, perché trasforma un atto in sé piacevole e assolutamente naturale nel soddisfacimento di una patologia, cambiandone lo scopo da costruttivo a distruttivo.

Esistono giochi di società (e di ruolo) e giochi solitari. I primi sviluppano la competitività, il confronto con l’altro, lo spirito di squadra; i secondi, sviluppano la creatività, la fantasia, l’ingegno individuale. E poi c’è una categoria di mezzo, i giochi online, evoluzione dei giochi elettronici che, pur offrendo la possibilità di essere collegati con migliaia di persone, non prevedono la compagnia reale di nessuno, dato che il giocatore vi si dedica completamente solo nella propria stanza. Questi giochi, secondo i loro critici, rimandano all’idea di solitudine, di chiusura verso il mondo esterno, quindi piuttosto che creare socialità isolano. Per Roberto Farnè, docente di Pedagogia del gioco al Dipartimento di Scienze per la qualità della vita dell’Università di Bologna, per quanto riguarda i rischi sociali che questa tipologia di gioco comporta, specialmente nei riguardi dei bambini, non bisogna parlare di solitudine, ma di un diverso tipo di socializzazione. E racconta a MEMO: «Per quello che riguarda il mondo dell’infanzia, è normale che i bambini oggi abbiano dimestichezza con le tecnologie ludiche perché il gioco ha la funzione di introdurli nel loro tempo che è fortemente caratterizzato dalla presenza della tecnologia digitale in ogni aspetto della vita quotidiana. D’altronde, non è una novità. Ogni innovazione culturale, tecnologica ha sempre avuto una sua ripercussione anche sul mondo dei giochi.»

Nessun allarme sociale, dunque, ma soltanto un adeguamento al presente, di cui l’evoluzione dei rapporti umani in senso sempre più virtuale rappresenta uno degli aspetti: «Ma così come i rapporti virtuali non sostituiranno mai del tutto quelli reali, allo stesso tempo nei propri giochi i bambini necessiteranno sempre di una molteplicità di esperienze, tutte indispensabili alla loro crescita.»

A questo proposito, Farnè utilizza la metafora della dieta: «Un bambino nella sua alimentazione ha bisogno di mangiare cibi diversi, in maniera per quanto possibile equilibrata. Il gioco ricopre nell’infanzia il ruolo di alimento di crescita del bambino da più punti di vista: in alcuni è prevalente la dimensione fisica, in altri quella emotiva, in altri ancora quella logica, razionale, senza dimenticare la manualità e la costruzione. Ogni gioco sviluppa una serie di ingredienti, ad esempio quando i bambini giocano a calcio sviluppano anche l’intelligenza oltre al movimento; quando fanno giochi di ruolo e di simulazione, la capacità di immaginazione, l’emotività e l’empatia. Il gioco elettronico sviluppa la capacità di comprendere le funzionalità digitali. Ma non devono rimanerne prigionieri. L’importante è che abbiano anche tempi e spazi per vivere altre esperienze di gioco. Numerosi bambini, oggi, manifestano disturbi e patologie che sono legate proprio a questa carenza.» Proprio come una dieta sbagliata e non equilibrata.

Differenziare le esperienze di gioco sembra essere dunque indispensabile, e in questo il recupero di certe modalità ludiche meno virtuali, più legate allo stile di vita delle generazioni passate, in cui il confronto con l’altro avviene dal vivo e non attraverso uno schermo, appare necessario ben oltre il mero divertimento di certi adulti nostalgici. Fa bene a tutti. Ciò significa che l’adulto debba giocare solo in funzione dei bambini? Certo che no. «A parte il tempo che egli dedica al gioco con i propri figli, importantissimo in quanto costituisce un momento formativo della loro educazione, il gioco è un’attività che riguarda la vita dell’uomo per tutta la vita. Gioco è ciò che mi piace fare e di cui non devo rendere conto a nessuno perché è il risultato di una mia scelta completamente libera e consapevole e riguarda solo il mio tempo libero.»

Aveva proprio ragione Friedrich Schiller, che era tedesco per nascita, filosofo di mestiere, medico in fuga e poeta per passione, che «L’uomo è pienamente tale solo quando gioca.» Lo scriveva nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’uomo, ma non sappiamo a quale gioco giocasse. Però siamo d’accordo con lui.