FEDERICO MASSIMO CESCHIN
“LA GEOGRAFIA SIAMO NOI”

Federico Massimo Ceschin

Anche quest’anno MEMO Grandi Magazzini Culturali  è media partner del Festival delle Geografie, che si svolgerà il 6, 7 e 8 aprile a Levanto e in molti altri luoghi tra la Liguria e la Toscana (Genova, La Spezia Carrara). Abbiamo chiesto ai relatori del Festival di rispondere alle domande del nostro questionario geografico #iosonogeografia. Ecco le risposte di Federico Massimo Ceschin, avido lettore, riflessivo pensatore, eterno viaggiatore e grande esperto di “cammini”.

1. La sua personale definizione di geografia, ovvero a cosa serve studiarla e capirla?
Noi siamo geografia. L’uomo è migrante per definizione: ci sono mappe incise nella roccia da popolazioni prive di alfabeto, nella notte dei tempi. Non è un caso se nel corso dell’evoluzione, prima di concentrarci per un milione di anni nello sviluppo del cervello, per quattro milioni di anni ci siamo concentrati sui piedi. Ci muoviamo per conoscere, per scoprire, per incontrare, per confrontare, per crescere come persone e come civiltà. Il viaggio è un fatto culturale. E la geografia è il registro che l’umanità utilizza per connettere i luoghi, i saperi, le conoscenze.
2. Cosa vorrebbe scoprire del mondo che la circonda?
Cerco luoghi solitari e poco antropizzati. Cerco immersioni nella natura con il suo corredo più intatto. Cerco paesaggi dell’anima, capaci di suscitare emozioni intense, riflessioni profonde, risposte alle domande più intime.
Ma nessun uomo è un’isola, dunque rimango sempre affascinato dalle persone. La motivazione che mi spinge a viaggiare senza sosta è l’incontro. Con le comunità locali, con i loro riti e tradizioni, con suoni, aromi, usi e costumi inusuali e differenti da tutto ciò che mi è noto.
Il viaggio di scoperta è crescita personale. Alla ricerca di conoscere me stesso.
3. I cinque luoghi che raccontano i suoi ricordi più segreti.
1. Non è un segreto che sia nato e cresciuto a Venezia, che rimane il luogo che più di ogni altro racconta di me, della mia vita e del mio privato: profondamente immerso nella sua laguna ho coltivato i miei sogni di ragazzo, i miei sentimenti di giovane adulto, le mie speranze nel futuro e le mie proiezioni nel mondo.
2. Amo il Regno Unito, tutto, dalle periferie delle grandi città allo smarrimento provocato da luoghi straordinari come il parco nazionale di Connemara in Irlanda. Dai giardini perfetti del sud, nel Kent, ai paesaggi meno antropizzati delle Higlands, in Scozia. Dai flat in mattone allo stile dei cottage. Dai club notturni di Manchester alla solitudine delle Isole Aran, perse al largo della costa atlantica. Dai sobborghi londinesi ai grandi musei nazionali ad ingresso gratuito, fino ai docks portuali riqualificati di Liverpool. Dal poggiare il gomito sul banco di un pub al camminare lungo i “public footpath” che sanciscono per legge il diritto a smarrirsi nel paesaggio.
3. Ho nel cuore un numero esagerato di ricordi francesi. Musiche gitane di chitarre, violini e ottoni, profumi di lavanda, atmosfere mediterranee e insieme europee accompagnano le mie memorie di più vecchia data. Una parte importante della famiglia di mio padre vive lì, dove ritrovo il sapore delle vacanze con lui e con mia madre, entrambi saliti al cielo.
4. Il luogo più sorprendente ed emozionante finora vissuto è un paesaggio. Ho scolpita negli occhi la visione che si apre a 360 gradi dal Cristo Redentore di Rio de Janeiro, sul monte Corcovado circondato dall’Oceano: la lunga baia di Copacabana, le spiagge di Ipanema, il Pão de Azucar, l’ansa di Botafogo fino alla catena di colline della baia di Guanabara, con innumerevoli isolotti che sembrano disegnati dalla mano di un bambino.
5. Ultimi, ma solo in ordine di tempo, due luoghi nei quali oggi mi sento maggiormente a casa. La Puglia tutta, per intero, dalla Grotta dell’Arcangelo Michele sul Gargano alla Basilica Santuario De Finibus Terrae nel Salento, con tappe di elezione a Mattinata, sui Monti Dauni, nelle Murge e in Valle d’Itria: settecento chilometri di stupore, di incontri sorprendenti, di luoghi dell’anima, di sapori diversi ad ogni tappa, di persone che riescono a non farti sentire solo. E la Sicilia tutta, soprattutto nell’entroterra più autentico e meno esposto al turismo di massa: una terra di grandissime contraddizioni che consente di provare sulla propria pelle la sindrome di Stendhal, lasciandoti sgomento, in preda alle vertigini, per la sua bellezza e la sua cultura.
4. L’ultimo viaggio che ha fatto e quello che vorrebbe fare.
Viaggio per lavoro. Sempre e instancabilmente. Sono un uomo con la valigia in mano. Non riesco a stare fermo. L’ultimo viaggio che ho scelto di fare è una passeggiata mano nella mano con mia figlia Giulia. Il prossimo non lo conosco, ma se potessi scegliere… opterei per la Transiberiana, in treno per una settimana intera all’andata e poi magari un lento ritorno a tappe, di cui un gran numero a piedi o in bicicletta.
5. Il suo luogo ideale dove pensare, amare, immaginare il futuro, ascoltare la tua musica, leggere.
Un luogo così si chiama “casa”. Ovunque sia.
6. Il più bel viaggio che ha visto in un film e che ha letto in un libro.
Adoro i luoghi descritti da Jean Jacques Rousseau nelle sue “Confessioni”. In particolare, l’isola di Saint-Pierre, chiamata a Neuchàtel l’isola della Motte, in mezzo al lago di Bienne, nella quale si sofferma, in perfetta solitudine, e descrive: “Avevo preso l’abitudine di andarmi a sedere, la sera, sul greto, specie quando il lago era agitato. Provavo uno strano piacere guardando i flutti frangersi ai miei piedi. Ne ritraevo l’immagine del tumulto del mondo, e della pace della mia dimora”.
7. Qual è in questo momento il posto che potremmo definire il “centro del mondo”?
Se l’Italia sapesse recuperare il proprio ruolo di cerniera tra l’Europa e il Mediterraneo, tornerebbe ad essere il centro del mondo. Viviamo una grande responsabilità nei confronti degli italiani di domani: se non sapremo riconoscerci nel nostro grande patrimonio culturale e se non torneremo ad aprirci per continuare ad essere un crocevia di culture, non vedo nessun futuro.
Al contrario, senza paura, senza egoismi, senza muri e senza barriere, saremo più forti e sapremo ritrovare centralità.
8. Se pensa a una nuova mappa utile a muoversi in maniera più consapevole, a cosa pensa?
La consapevolezza richiama la responsabilità. E la nostra responsabilità, oggi, è disegnare traiettorie capaci di garantire la custodia del creato, il primato della cultura e la centralità della persona, con i suoi diritti fondamentali.
Non so se esista una mappa per trovare questa strada ma voglio spingermi a ritenere che oggi possa essere soltanto la “Laudato Si’” del santo padre Francesco.
9. Cosa attira la sua attenzione quando visita per la prima volta un luogo dove non è mai stato?
In generale, la diversità. Tutto ciò che è diverso mi affascina e mi fa sentire vivo.
10. Anche le parole sono geografia. Elogio della parola più importante, citazione della parola più odiata.
La parola che ritengo più importante è “cultura”. Non quella dei dotti o dei sapienti, né certo quella dei circoli intellettuali: la cultura come conoscenza, consapevolezza di sé, rispetto delle diversità, senso di appartenenza all’umanità, alla comunità ed ai luoghi. La “cultura” come capacità di riconoscere il merito e valorizzare i talenti. La “cultura” come senso della propria posizione nel mondo, come limite all’egoismo, come dialogo con l’altro, come ricerca di verità e di giustizia.
La parola che detesto maggiormente è “violenza” (insieme alla “volgarità”): non soltanto l’aggressività dei fanatismi o dei nuovi regimi totalitari, quanto le sopraffazioni quotidiane nei confronti dei più deboli e dei diversi, cui assistiamo impotenti anche soltanto uscendo di casa. Temo sia in corso una crisi profonda che non ha nulla a che vedere con gli indici di borsa o le speculazioni finanziarie (già di per sé fuori di ogni controllo), ma che serpeggia strisciante negli stadi, nei condomini, alle fermate della metropolitana, sugli autobus, lungo i marciapiedi… ovunque. Sembriamo aver smarrito il senso di comunità. E con esso la fratellanza, la solidarietà, la vicinanza, la comunanza e ogni sentimento di destino condiviso. In un “tutti contro tutti” indistinto. Nascosti dietro gli schermi degli smartphone, non ci accorgiamo degli altri e non sappiamo più cedere il passo, aprire la porta al prossimo, far sedere un anziano, lasciare uno spazio vitale ai bambini, rendere accessibile ciò che per qualcuno è inarrivabile …
Se solo ci accorgessimo che la nostra nuova vita sui social network è una privazione di libertà per noi stessi e una violenza contro gli altri, forse, potremmo riprendere la scrittura di una possibile geografia umana.
Federico Massimo Ceschin è nato a Venezia l’8 maggio 1969. Manager pubblico con oltre vent’anni di esperienza in Italia e all’estero, è stato a lungo impegnato in progetti di eccellenza turistica. Fra i suoi numerosi incarichi, è stato vicepresidente dell’Associazione Europea Vie Francigene e ha collaborato con Società Geografica Italiana alla redazione di ricerche e dossier. Attualmente è segretario generale di Cammini d’Europa e del Comitato internazionale “Marco Polo Network” per lo sviluppo delle Vie della Seta e direttore di “Vie Sacre” e della Fondazione “De Finibus Terrae”. Autore di numerose pubblicazioni (le più recenti: “Non è petrolio”, “Il patrimonio culturale per tutti”, “Del viaggio lento e della mobilità sostenibile” e “Territori strategici”), è redattore del “Giornale delle Fondazioni”.

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