ZUPPA VELOCE DI MISO
ALLA MANIERA DI FRANZ KAFKA
“RICETTE D’AUTORE … (O QUASI …)”

Cosentino - Kafka

Fausto Cosentino, autorevole autore teatrale che debutta il 7 aprile al Festival delle Geografie di Levanto, con il nuovo spettacolo Quixotterie, dedicato alle avventure di Don Chisciotte e dei suoi fidi alleati Sancho Panza e Ronzinante, si è divertito a raccontare il mondo del cibo, attraverso gustose pietanze e curiose ricette provenienti dalla letteratura d’autore.

Un progetto che Cosentino ci racconta così: “Lo scrittore che non parla mai di mangiare, di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi, mi ispira diffidenza, come se mancasse di qualcosa di essenziale.  Avete mai pensato alla cucina come letteratura? Senza compiere l’errore di collegare il cibo unicamente a sensazioni e sentimenti piacevoli, se, per esempio, Kafka avesse scritto ricette, che cosa sarebbe venuto fuori? C’è di che essere preoccupati: frigorifero vuoto, e gli ospiti hanno subito una metamorfosi…. Proviamo ad immaginare…”.

Noi di MEMO vogliamo condurvi, attraverso le sue parole, in questo viaggio culinario, a partire dalla Zuppa veloce di Miso – alla maniera di Franz Kafka.

 di Fausto Cosentino

 

Kafka dovette riconoscere che se uno non è sempre vigile cose del genere possono sempre capitare. Stava guardando dentro al frigorifero per scoprire che era completamente vuoto, a parte qualche fungo che subito tagliò a fettine. I suoi ospiti aspettavano seduti a tavola, ma sembrava che non ci fosse molto da offrire loro. Se li avesse chiamati lui o se fossero venuti senza essere invitati non era chiaro. Nel primo caso la colpa era sua perché non aveva reclutato un cuoco per la serata, il che gli avrebbe consentito di esercitare a tavola un certo ascendente; quei signori, adesso lo guardavano come un subalterno la cui inefficienza stava ritardando la loro cena. Ma nel secondo caso non potevano certo aspettarsi di essere serviti, essendo arrivati a una simile ora senza avvisare. Il borbottio di un bollitore riportò la sua attenzione sul cibo, e al tempo stesso Kafka notò un vasetto di miso e un pezzo di tofu, lasciati forse dalla sua affittacamere. Prese il miso, ne lasciò cadere un cucchiaio in una pentola e ci versò sopra un litro di acqua bollente, cercando nel frattempo di nascondere alla giuria quell’operazione. Si arrabbiò con se stesso per aver pensato ai nuovi venuti come a una giuria; non avevano dichiarato lo scopo della visita, e per il momento non sapeva che posizione ciascuno di loro occupasse. I modi, forse, lasciavano intendere che erano funzionari di grado più alto del suo, ma non era da escludere che fosse lui il loro superiore, e che quegli impiegati si fossero presentati soltanto per fargli buona impressione.

Con vergogna Kafka si accorse di non avere offerto niente da bere ai suoi ospiti, ma quando alzò lo sguardo vide che sul tavolo c’era una bottiglia aperta e che i giudici stavano già gustando il suo vino. Trovò riprovevole che si fossero serviti senza chiederlo, anche se sapeva che la loro impudenza significava qualcosa. Decise di farli arrossire per tanta maleducazione: “Com’è il vino?”

La mossa, però gli si ritorse contro. “Sarebbe più buono con qualcosa da mangiare” risposero gli altri in coro. “ma dal momento che non ci ha nemmeno usato il riguardo di vestirsi per la cena non abbiamo molte speranze”. Kafka restò allibito rendendosi conto con imbarazzo di essere, effettivamente, in camicia e mutande.

Quando la zuppa iniziò a sobbollire, Kafka tagliò il tofu in cubetti di un centimetro che versò nella pentola fumante insieme ai funghi e alla wakame. Guardando fuori dalla finestra, nel buio, notò che una ragazza lo stava osservando dalla casa vicina. La sua espressione severa non era senza attrattive, ma l’idea che lei ricavasse qualche piacere dalla sua situazione fece talmente infuriare Kafka che diede un pugno sul piano di lavoro. Poi pensò che in un modo o nell’altro poteva essere legata alla commissione d’inchiesta, o addirittura influire sul suo processo. Allora con aria implorante guardò di nuovo verso di lei, ma era sparita, e Kafka probabilmente aveva già sprecato tutto il vantaggio che la situazione gli aveva concesso. Due minuti dopo la zuppa era pronta. La versò nelle ciotole e la servì ai suoi ospiti.

Una delle quattro sedie intorno al tavolo era stata tolta, e con un certo disagio Kafka vide che la giuria non si preoccupava affatto di fargli posto. Aggiunse una spruzzata di salsa di soia in ciascuna delle scodelle mentre il più anzino dei giudici si rivolgeva agli altri come se Kafka fosse invisibile: “Deve levarsi dalla testa parecchie idee sbagliate; forse crede che siamo dei subalterni venuti a trovarlo per ottenere la sua approvazione”.

Quella sensazione di essere un estraneo alla sua stessa cena non era nuova a Kafka. Gli dispiaceva non essersi messo il suo abito grigio, il cui taglio elegante aveva suscitato scalpore tra gli amici. Era estremamente importante fare una buona impressione in situazioni come quella; fondamentale, per un uomo nella sua posizione, non apparire mai spiazzato dalle circostanze. E mentre la commissione di inchiesta si spartiva il contenuto della ciotola di Kafka, lui se ne stava in piedi silenzioso e cercava di riprendersi, perché sapeva che gli sarebbe stato chiesto molto, e che la zuppa poteva ancora incidere sull’esito del suo processo.

 

https://www.facebook.com/festivaldellegeografie/