FENKATA
ovvero Coniglio alla maniera di Omero
“RICETTE D’AUTORE … (O QUASI …)”

Fausto Cosentino, autorevole autore teatrale che ha debuttato il 7 aprile al Festival delle Geografie di Levanto con il nuovo spettacolo Quixotterie, dedicato alle avventure di Don Chisciotte e dei suoi fidi alleati Sancho Panza e Ronzinante, si è divertito a raccontare il mondo del cibo, attraverso gustose pietanze e curiose ricette provenienti dalla letteratura d’autore.

Un progetto che Cosentino ci racconta così: “Lo scrittore che non parla mai di mangiare, di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi, mi ispira diffidenza, come se mancasse di qualcosa di essenziale. Avete mai pensato alla cucina come letteratura? Senza compiere l’errore di collegare il cibo unicamente a sensazioni e sentimenti piacevoli, se, per esempio, Kafka avesse scritto ricette, che cosa sarebbe venuto fuori? C’è di che essere preoccupati: frigorifero vuoto, e gli ospiti hanno subito una metamorfosi…. Proviamo ad immaginare…”.

In questa seconda puntata del suo fantasioso viaggio culinario, l’autore ci racconta la Fenkata – ovvero coniglio alla maniera di Omero.

di Fausto Cosentino

 

Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’appetito funesto. O Muse che avete dimora in Olimpo, figlie di Zeus, ditemi degli Achei pance vuote le cui scorte erano ammuffite mentre loro assaltavano le alte iliache mura per dieci anni interminabili. Voi che tutto sapete – noi solo la fama ascoltammo, ma nulla vedemmo – , ditemi ora lo stratagemma dell’accorto Odisseo che, mentre la fame serpeggiava tra gli Achei gambali robusti come un incendio devastante in un grande bosco sulla cresta di una montagna, anziché sgomentarsi fu impaziente di prendere il suo arco e il suo pentolone di bronzo.
Così, quando l’Aurora dita rosate apparve, Odisseo si levò dal suo giaciglio e mise l’arco a tracolla. Allacciò i bei sandali ai suoi piedi radiosi e si incamminò verso le dune. Ben presto si imbatté in un coniglio piè veloce che mangiava l’erba tra la sabbia, e allora il divino Odisseo, reggendo l’arma e la faretra piena di dardi, piegò l’arco e scoccò la freccia. Non fallace fu la sua mira, ma Apollo che lungi saetta, ancora adirato con gli Achei gambali robusti, mandò il dardo a perdersi innocuamente nella sabbia. Il coniglio impaurito iniziò a correre in cerca di un riparo, rapido come un torrente di montagna che più lesto si precipita prima di nascondersi sotto la roccia luccicante, solo per mostrarsi di nuovo in qualche luogo inatteso. Ma la glaucopide Atena apparve a Odisseo e gli disse di scagliare una seconda freccia, per quanto sembrasse impresa disperata; e questa volta la fatica non fu vana. La saetta dalla punta di bronzo trovò il suo bersaglio, trapassò il fegato e venne fuori dall’altra parte distruggendo ogni forza nelle gambe del coniglio. Il sangue nero impregnò la sabbia, l’ombra avvolse i suoi occhi.
Odisseo legò i piedi della possente creatura e se la buttò sulle spalle per portarla al campo degli Achei lungo il lido del grigio mare, sotto le prore delle navi di legno.
Allora il glorioso piè veloce Achille smise di piangere e uscì dalla sua tenda. Si cinse il petto e i lombi con un grembiule di cuoio, spellò il coniglio e lo tagliò sapientemente in parti uguali. Poi afferrò i vari pezzi e li frisse in olio d’oliva finché si indorarono e il fumo, salendo, raggiunse le cime d’Olimpo. Lì hanno casa gli dèi che regnano sui mortali. Vedendo che il divino Achille non era più nella sua tenda a rimuginare, Menelao prese coraggio e si presentò con gli aromi, il sale e il pepe cospargendoli sul pentolone. L’accorto Odisseo, invece, mescolò il vino dolce nel cratere e lo versò sulla carne, poi tolse il paiolo dal fuoco lasciando il coniglio a marinare per trenta minuti.
Il figlio d’Atreo, il molto potente Agamennone signore di uomini, tagliuzzò la cipolla e versò lacrime così come un nero torrente, scorrendo a precipizio lungo la faccia rocciosa di uno strapiombo insuperabile, versa le sue acque torbide; allora, incollerito, disse che era cosa indegna di un re e che non avrebbe più tagliuzzato. Achille tritò l’aglio e, in una marmitta a parte fornita dall’Atride, lo mise a friggere insieme alla cipolla, e così continuò finché la cipolla non cominciò a indorarsi. Poi aggiunse i pomodorini, il concentrato, le verdure e le foglie di alloro a scaldare e sobbollire per circa quindici minuti. Fu il saggio Nestore, consigliato da Atena, che li persuase a unire i contenuti delle due pignatte in una sola. E quella lasciarono a cuocere lentamente in un punto dove il fuoco ardeva meno robusto, per un’ora, in modo che il coniglio diventasse tenero e morbido. Allora Achille offrì una preghiera al potentissimo Zeus dalle nere sopracciglia. Versò il vino nel cratere, lo mescolò e alzò gli occhi al cielo: – “O Cronide che abiti l’alto Olimpo, ascoltami come mi ascoltasti in passato, onorandomi ed esaudendo le preghiere al di là del mio desiderio. Guarda, infatti come ho lavorato sodo con le mie stesse mani, cotto il coniglio e compiuto offerte con le sue viscere. Concedi che il cibo sia buono e che la mia fatica venga apprezzata dagli Achei – non solo quando le mie mani infuriano invincibili sui Troiani -, e che il pasto sia consumato in concordia, senza dispute tra i capi degli Achei occhi vivaci”. Così disse pregando, e il saggio Zeus udì il figlio di Peleo. Accolse una preghiera ma non l’altra; accordò che il cibo fosse buono, ma non che fosse gustato in armonia.
L’accorto Odisseo, che conosceva bene l’appetito degli Achei, quando la pietanza fu pronta prese un po’ di sugo, lo versò negli ampi piatti insieme alle linguine e servì il tutto come primo. Allora Agamennone si fece avanti e pretese la porzione più grande, “visto che sono re e più potente di chiunque altro qui, per cui nessuno può contendere con me”. Disse così, poi si sedette. L’ira si impadronì del bellicoso Achille, e il suo cuore si divise in due. Il Pelide era indeciso se tirar fuori la spada e uccidere Agamennone, o se lasciare da parte l’ira e servirgli la razione più piccola. -Così rispose all’Atride signore di uomini: “Brutto otre di vino con una fame da lupo, minacci dunque di ridurmi la porzione per cui tanto ho penato? Devo forse avere, quando gli Achei spignattano, bocconi uguali ai tuoi? Sebbene il grosso del lavoro sia sempre opera delle mie mani, al momento di distribuire le razioni ti tocca molto più che agli altri!”
Allora Nestore, domatore di cavalli, si fece avanti fra loro e così parlò: “Orgoglioso Achille, tu più di ogni altro valoroso in battaglia, non c’è tra tutti gli Achei chi oserebbe sminuire le tue parole o confutarle, e ancora non hai finito di esporre le tue ragioni. Ma lasciami parlare, visto che sono più vecchio, ed esaminare a fondo l’argomento, poiché nessuno potrà disprezzare ciò che sto per dire. Parlerò nel modo che sembra migliore alla mia mente, e nessuno mai avrà avuto, nella sua, pensieri migliori di questo, né adesso né in passato. Si tirino le sorti, e vedremo quali parti vi spetteranno”. Disse così, e ognuno di loro segnò una sorte per riconoscerla, poi le gettarono tutte nell’elmo d’Agamennone Atride. Achille metteva una porzione di fronte a ciascuno, secondo l’estrazione, e di ciascuno la fame veniva soddisfatta. Allungavano le mani verso le squisitezze che erano lì di fronte a loro e si cibarono finché non ebbero fugato il desiderio di mangiare e di bere.