Andrea è “indifesa”
prigioniera del suo corpo
tra ordine e blues

“Può esistere in natura qualcosa contro natura?”. Era ora Giuseppe. Glielo dico al telefono e penso che non ci vediamo da troppo tempo. Ho appena letto le prime pagine di Indifesa (La nave di Teseo). Il suo debutto. Ma non è un esordiente. Giuseppe Cesaro  conosce le parole, le sa usare. E conosce le storie, le sa raccontare. Succede così che per tanto tempo fai lo scrittore per altri. Pensi che in fondo va bene così, è sempre un bel mestiere lavorare con le storie e le parole. Ma poi arriva l’urgenza di riprendertele tutte o quasi e di usarle per una storia che abbia finalmente il tuo di nome sulla copertina. Hai fatto bene. Era ora.

Per MEMO Giuseppe Cesaro racconta come è nata la storia di Andrea, imprigionata in un corpo che non sapeva se essere di uomo o donna e per non sbagliare diventava di entrambi. Tra blues o ordine. Improvvisazione e norma. Buona lettura. (Paolo Marcesini)

 

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di Giuseppe Cesaro

Non so da dove arrivi la parola ‘infinito’. Chi ce l’ha messa in testa. Dio? Il Numero? Il Caso (curioso anagramma di caos)? Gli elementi? Qualcuno o qualcosa che non immaginiamo? Oppure ha preso forma da sola dentro di noi, per contrasto, appena ci siamo resi conto del fatto che ogni cosa, intorno a noi, è ‘finita’? Sia come sia: stabilirlo serve a poco. Il danno, ormai, è fatto. Ciò a cui non riesco a fare a meno di pensare, però, ogni volta che me la trovo davanti, è il tipo di deflagrazione prodotta nell’animo umano dal contrasto tra sete d’infinito e finitezza della realtà. Un ‘big-bang’, che ha generato una sofferenza insanabile e inestinguibile.

Molte cose sono nate dall’incontro dell’uomo con la sofferenza. Tra le altre, due ‘gemelli diversi’: il “blues” (termine che qui uso come sinonimo di “arte”) e l’ordine, la regola, la norma. “Blues” è qui sinonimo di arte, per indicare l’urlo con il quale l’uomo maledice la propria condizione mortale. E la Natura che lo ha reso tale. È il sasso della vitalità, lanciato contro le pareti di vetro che ci chiudono nella gabbia di questa ‘strada senza uscita’. Un lancio che accompagniamo con un urlo; un misto di speranza e disperazione. “Blues”, dunque, sono le mille forme – dalle pitture rupestri al rap (passando, ovviamente, per il blues propriamente detto) – che quel lancio e quell’urlo hanno assunto nel corso della Storia. Tra queste, naturalmente, la scrittura. La reazione alla presa di coscienza del fatto di essere finiti, eppure capaci di pensare l’infinito (ne sono capaci le altre forme di vita?), si è trasformata, così, nel bisogno di creare qualcosa (non a caso la parola ‘poesia’ deriva da un verbo greco che significa ‘fare’, ‘produrre’) che ci sopravviva e ci renda, in qualche modo, immortali. Se non nella carne, almeno nei pensieri delle generazioni che verranno. Creare è l’unico modo di assomigliare a Dio e, soprattutto, di sentire che la nostra strada, anche se resta senza uscita, ha comunque un senso.

Il secondo ‘gemello diverso’, lo confesso, mi sta un po’ meno simpatico. Necessario, certo. Indispensabile, anzi. Senza di lui non potrebbe esserci né società né armonia. Ma meno simpatico. Parlo dell’ordine, la regola, la norma. Poco simpatico, soprattutto quando viene strumentalizzato da qualcuno contro qualcun altro (tentazione alla quale gli esseri umani sembrano strutturalmente incapaci di resistere) e quando le morali che ne derivano vengono usate come sistemi di controllo al servizio di questo o quel potere. Tutto questo, spingendoci a credere – e spesso riuscendo persino a convincerci – che l’uomo sia stato davvero fatto per il ‘sabato’ e non viceversa. Una follia. Follia che Andrea – il protagonista di “Indifesa”, il romanzo di cui sto per parlare – rifiuta: “Le morali hanno una data di scadenza. Tutte. Come latte e yogurt. Il fatto è che ci mettiamo sempre troppo tempo a capire che ciò che ci spacciano per vero, giusto e bello potrebbe non esserlo. Anzi: spesso non lo è affatto. La sola idea della data di scadenza mi dà la nausea. Ma la cosa che mi sconvolge è il fatto che i produttori di morale lo sanno. Lo sanno benissimo. Non possono non saperlo. Esattamente come lo sanno i produttori di latte e yogurt. La differenza è che, mentre un bicchiere di latte scaduto non ha mai ucciso nessuno, morali scadute hanno ucciso e continuano a uccidere milioni di persone. ‘With God on our side’, naturalmente”.

Una pessima ‘caricatura’ dell’ordine, che, però, trova sempre un gran numero di seguaci. Troppi, a essere sinceri. Uno dei best seller più venduti degli ultimi anni è quello di una giapponese che ha passato metà della vita a mettere in ordine casa sua e che, qualche anno fa, ha deciso di spiegare al mondo come farlo. E la cosa più assurda – dal mio punto di vista, s’intende – è che mezzo mondo le è andato dietro. Persino gente che non aveva mai aperto un libro, ha fatto una ‘piacevole’ eccezione per lei, nell’illusione, comune a moltissimi, che una vita ordinata sia una vita migliore. E che importa se, per mettere ordine, sprechiamo – per ammissione della stessa autrice – più di metà della nostra vita! Altra follia.

Perché questo lungo preambolo – apparentemente fuori tema – per parlare di un romanzo come “Indifesa”? Cosa c’entra Andrea con il ‘blues’ e con ordine, regole e norme? C’entra. Più di quanto non sembri. “Indifesa”, infatti, è l’urlo (urlo a bassa voce, dal momento che Andrea non urla) di un’anima a-normale, nel senso che – per sua natura, non per suo desiderio – sfugge a ogni norma. “Non ero uomo e non ero donna, non ero frocio e non ero lesbica, non ero bisessuale e non ero transgender. Non ero niente”. Un’anima, indifesa appunto, che chiede solo di essere riconosciuta e accettata per quello che è: qualunque cosa sia. Il mondo al quale lo chiede, però – il nostro – arido, ostile, cinico, violento e, soprattutto, ipocrita, non ha alcuna intenzione di riconoscere e meno che meno di accettare quell’anima. (Come nessun’altra, del resto). “Perché mai avrebbero dovuto rispettarmi? Ero niente e il niente non merita rispetto. […] In un colpo solo, offendevo buon gusto, buon senso, pudore, morale e religione. Ogni genere di paramento dietro al quale ci nascondiamo per cercare di ricondurre l’esistenza a un ordine che non ha e non avrà mai”. Norma e ordine, appunto.

Il calvario di Andrea comincia alle elementari. Timido, fragile, silenzioso, assente, impacciato col pallone e con le ragazze, povero in una scuola di ricchi, è completamente ‘fuori norma’ e viene rifiutato e sottoposto a ogni sorta di mobbing. Psicologico e fisico. Fino alla brutalità. Andrea, però, non reagisce. Non accetta lo scontro. Mai. “Più gli altri alzavano voci e mani, più rimanevo in silenzio. Rispondere avrebbe voluto dire stabilire un contatto, una relazione: riconoscere l’avversario, accettare le regole del gioco – il suo gioco; salire sul ring, combattere e quindi diventare complice di quella violenza. Io non ho mai riconosciuto quell’avversario. Né lui, né le sue regole. E non ho mai giocato al suo gioco”.

Chi sia Andrea non lo sa nessuno. Nemmeno lui. Tutto ciò che sappiamo è che, in terza media, durante l’ora di scienze, va in bagno e ha una fortissima emorragia. Tornato a casa, scopre di essere diventato una ragazza. Quello che non immagina, però – e che rende la sua vicenda assolutamente unica – è che quella trasformazione non sarà definitiva. Andrea trascorrerà il resto della vita, cambiando continuamente sesso (e psiche), senza sapere mai perché, quando né quanto durerà la sua, sempre nuova, condizione. “Qualunque cosa fossi, ero qualcosa che in natura non si era mai vista, il che poteva significare una cosa sola: ero contro natura”. La domanda è: “può esistere in natura qualcosa contro natura?” Nessuno risponde. E nessuno crederà ad Andrea. A parte la madre, più per fede che per convinzione. E nessuno lo vedrà cambiare. A parte Livia, una compagna di scuola, ritrovata per caso quindici anni dopo la maturità, che si innamorerà di quell’anima indifesa e la amerà, senza curarsi di quale corpo, di volta in volta, essa deciderà di indossare. Sarà Livia a sciogliere il nodo più doloroso di Andrea, facendogli/le capire che ciò che ha sempre considerato una condanna è, in realtà, un privilegio assolutamente unico: il privilegio di poter vivere due vite.

La storia è raccontata – in retrospettiva – da Andrea, ottantenne, seduto accanto alla tomba di quel padre che, molti anni prima, aveva abbandonato lui e la madre, per l’incapacità di accettare e convivere con quella verità scandalosa e impronunciabile. Andrea ha portato con sé un grande dono – “le parole che mi sono venute a trovare mentre tu non c’eri” – che ne contiene uno ancora più grande: “le ho raccolte su queste pagine per non dimenticare, perché per perdonare bisogna ricordare. Chi dimentica non perdona. E io non dimentico”. E chissà se, una volta chiusi gli occhi, l’uomo riuscirà, finalmente, a vedere quell’essenziale a loro invisibile

 

Indifesa

Giuseppe Cesaro “Indifesa” ( La nave di Teseo)