il consenso è morto?
viva il consenso!

Provo a fare un ragionamento. Consapevole del rischio che corro. Il tema è il rapporto tra consenso politico e promessa elettorale. Per chi vive di politica, come è facile intuire, la questione è decisiva. Io ti chiedo il voto in cambio di qualcosa che ti prometto. Credimi e non ti deluderò. È un atto di fiducia. In realtà questo non è la costruzione di un consenso politico. Dalla scarpa di Lauro in poi si tratta di voto di scambio. Un contratto. Dare e avere.

Partiamo dal significato.  La parola ‘consenso’ deriva dal latino consensus, che è l’unione delle due parole cum e sentire. Quindi, etimologicamente, consenso vuol dire “sentire insieme”. È quasi un sinonimo di altre parole bellissime che servono a descrivere e definire una società contemporanea. Parole di tutto rispetto e che per rispetto scrivo con le iniziali maiuscole, come Inclusione, Partecipazione, Cooperazione, Uguaglianza.

Bisognerebbe riscriverla la storia del consenso. Servirebbe a capire meglio il nostro presente. Da sempre abbiamo legato la scelta politica alla sua comunicazione. Se funziona significa che la scelta è giusta, se non funziona è sbagliata. È la democrazia si dice oggi, sbagliando. È il governo del popolo si urla nelle piazze, bestemmiando. Perché la responsabilità di una scelta di governo deve (dovrebbe) essere decisa, condivisa, partecipata, deve (dovrebbe) creare coesione e rispondere ai principi etici, morali e sociali dell’uguaglianza. E soprattutto deve (dovrebbe) essere efficace. La migliore possibile. Non deve piacere per forza.

Invece abbiamo scelto di legare il consenso politico non alle buone pratiche del governare e dell’amministrare ma alle quasi infinite possibilità offerte dai mass media di comunicarle. E non abbiamo chiesto alla comunicazione di raccontare la verità. Abbiamo chiesto alla comunicazione di creare like attorno ad una sigla, ad una persona, ad uno slogan. Uno vale uno non è altro che una google ads. Vi ricordate i tempi del “buon governo”? Scordateveli.

Chi conosce la storia dei mass media e della comunicazione politica dalla fine del XIX secolo ad oggi conosce bene gli strumenti analitici che gli consentono di valutare le ricadute che lo sviluppo del sistema mediatico ha prodotto sulle modalità di conquista del consenso politico. Una volta si chiamava propaganda. Si alimentava di piazze, frasi urlate, censura, manganelli e gesti simbolici. Poi arrivò la società di massa e il suo rapporto sempre più perverso con i media. La stampa veniva definita «quarto potere» e la radio diventava sempre di più uno strumento di potere. George Orwell teorizzava il Grande Fratello e Orson Wells faceva credere agli americani che erano atterrati gli extraterrestri.  Arrivano il cinema, le immagini, il culto anche fisico per il capo. Ci avviciniamo al nostro tempo dove televisione, sondaggi e pubblicità hanno definito la santa alleanza della comunicazione politica. Le presidenziali del 1960 negli Stati Uniti vengono decise dallo scontro televisivo tra Nixon e Kennedy, un autentico “spettacolo”.  Con il Generale de Gaulle si inizia a parlare di «telecrazia».  Negli anni 80, quelli da bere, la pubblicità costruisce stili di vita che determinano a colpi di giganteschi manifesti sei per tre una visione estrema della società dei consumi. Gli elettori diventano consumatori. Il partito politico è un prodotto. Funziona ovunque, a destra come a sinistra, da Reagan a Gorbaciov. Berlusconi in Italia vende Forza Italia come il Prosciutto Rovagnati e stravince.  Inizia l’era dei sondaggi e degli spin doctor. La parola spin come sanno bene tutti coloro che giocano a tennis è un colpo ad effetto. Ti inganna.

Oggi il web, le ads, i social hanno trasformato l’attività politica in una campagna elettorale permanente.  Il consenso non serve più solo a vincere le elezioni ma guida tutti i giorni l’azione di governo. La celebre frase «a Fra’, che te serve» diventata dagli anni Ottanta in poi un modo di dire per indicare il sistema di potere e corruzione della Prima Repubblica e poi di Tangentopoli, è superata dalla tecnologia.  “Cosa ti serve” oggi non è più una domanda, te lo dicono gli algoritmi. I desideri così come i dissensi si anticipano. E talvolta si costruiscono. Perché i dissensi trasformati in paure vincono e vinceranno sempre. Le buone notizie sono un inciampo all’indignazione. Il vaffa è un like garantito. Ci governa Google. E lo fa a sua insaputa. A nessuno interessa sapere se Tap o Tav servono davvero allo sviluppo del Paese, se la scorta a Saviano è la giusta protezione dello Stato ad un uomo che scrivendo un libro ha denunciato la camorra,  se le mense chiuse ai bambini immigrati di Lodi sono una scelta legittima o se il sindaco di Riace è un uomo che ha sbagliato in buona o cattiva fede.  L’importante è non interrompere il flusso del consenso.

Ma come ogni social media manager sa bene servono continuamente nuovi contenuti da mettere in rete capaci di creare nuovi flussi di consenso. Il termine “engagement” è la nuova divinità del marketing politico.  A qualsiasi costo. Il fenomeno delle fake news e di hastagh di successo come #eallorailpd rispondono in pieno alla definizione di “qualsiasi costo”. Lo storytelling, uno strumento meraviglioso capace di raccontare al meglio servizi e prodotti, è diventato l’ennesimo strumento al servizio della distrazione di massa. Non è più interessante il contenuto di una proposta politica ma solo la sua narrazione. Avrete sentito dire spesso negli ultimi anni che chi ha perso le elezioni non ha saputo creare una narrazione efficace. E chi lo dice, spesso anche in buona fede, non capisce la bestialità di quello che sta dicendo.

Ma torniamo al consenso.  Le ultime elezioni politiche hanno alimentato un dibattito più o meno intellettuale che ci ha spiegato come la Lega e il M5S abbiano vinto perché capaci di dare risposte vere alle esigenze reali del Paese. Colpa della sinistra di Renzi invece non averle sentite, capite e interpretate. È stato un derby. Il partito del centro storico contro il popolo delle periferie, quello delle statistiche contro quello delle percezioni, i ricchi contro i poveri, i radical chic contro gli ignoranti. Tutto vero. O verosimile. Perché se guardiamo davvero a come si è alimentato il consenso, a cosa si è promesso in campagna elettorale e su quali algoritmi si è agito per generare like, commenti e condivisioni, le cose cambiano. È stato promesso ad esempio di eliminare la povertà, di dare a tutti un reddito a prescindere da un lavoro, di far pagare a ricchi e poveri senza alcuna distinzione solo il 15 % di tasse (un terzo di quelle che paghiamo oggi), di sanare tutte le ingiustizie, dalla Fornero ai truffati delle banche, di creare sicurezza dove ci sono solo stupri, neri che spacciano, rom che rubano, di smetterla con infrastrutture inutili che servono solo ad alimentare tangenti e profitti per i soliti nemici del popolo. Prima gli italiani. Un paese così sarà per forza un paese felice.

Diciamolo con chiarezza ed onestà intellettuale. Così le elezioni le avrebbe vinte anche Superciuk.

Giorno dopo giorno si è grattato il fondo del barile del consenso. E si continua a grattare anche adesso che chi ha vinto dovrebbe solo cercare di governare. Si è costruito un contratto, un pezzo di carta senza alcun valore giuridico ed istituzionale (è uguale al contratto con gli italiani firmato da Berlusconi a Porta a Porta, niente di più) per delimitare il perimetro delle inevitabili contraddizioni di una coalizione di governo che non è e non sarà mai un progetto politico. Dopo aver promesso felicità per tutti, si continua annunciando da un balcone di aver eliminato la povertà e che gli zero virgola della legge di bilancio e lo spread che tanto spaventano i mercati e gli euroburocrati sono solo la risposta alle legittime aspirazioni del governo del popolo. Una risposta che non si deve e non si può tradire. Noi siamo stati eletti, noi siamo gli eletti. E voi? Il Marchese Del Grillo avrebbe trovato le parole giuste. Al tempo stesso si è agito sulla paura. Il nostro è diventato improvvisamente un paese fragile, insicuro, violento e pieno di “nemici”. Dietro ogni ipotesi di dissenso c’è la Spectre della Triade, di Soros, delle agenzie di rating, della speculazione finanziaria e degli errori del governo precedente. Sono loro ad essere contro il popolo. Intanto sono spariti gli evasori fiscali. Sono solo cittadini che hanno sbagliato e condonare le loro pendenze è una giusta e legittima redistribuzione del reddito ha detto un autorevole ministro usando una iperbole narrativa straordinaria. L’Europa è naturalmente un nemico da abbattere che verrà spazzato via dal vento del sovranismo.  E se ci fate caso nel frattempo sono sparite anche la criminalità organizzata e la corruzione sostituite dalla cronaca nera. Nera nel senso del colore della pelle dei suoi protagonisti. Dove c’è un nero che delinque c’è sempre una rosa bianca del Ministro degli Interni in diretta su Facebook e pubblicata su Instagram. Un quotidiano vende con il giornale anche delle pistole al peperoncino.

Grattando grattando ormai non c’è più nulla da promettere. La sinistra ha sbagliato molte cose ma non poteva e non doveva promettere quello che non si poteva e non si potrà mai realizzare. La confusione e l’immobilismo del Partito Democratico nasconde invece un imbarazzo quasi semantico. Non hanno capito che la retorica del consenso non è più il sentiero ideale per un progetto politico capace di governare un paese. Il consenso è un mezzo, non il fine. E così provano anche loro a rincorrere la logica perversa degli algoritmi e ogni giorno che passa sbagliano sempre di più. Vogliono condonare anche loro ma un po’ di meno, vogliono dire anche loro “più sicurezza” ma un po’ di meno, vogliono anche loro dire basta con questa Europa, ma un po’ di meno. E il reddito di cittadinanza lo chiamano reddito di inclusione. Un po’ di meno.

Continuare a combattere una battaglia persa è sinonimo di stupidità. Soprattutto se quella battaglia persa è una battaglia sbagliata.

La ricostruzione del Paese deve iniziare da qua. Dall’interrompere il rapporto malato e perverso tra visione di governo e promessa. Questa è la vera opposizione. Dobbiamo usare altre parole, parole bellissime capaci di creare algoritmi altrettanto efficaci. Parole già citate come Coesione sociale, Partecipazione, Uguaglianza. La parola Consenso non ha bisogno di altro. Significa “sentire insieme”. E sentire insieme è il più forte social della storia.