cultura e turismo in (lento)
movimento per far muovere
la nostra economia

Vorrei parlarvi di un evento culturale che si sta svolgendo in questi giorni a Roma. Anche se la definizione di evento culturale è molto riduttiva per definirne a pieno la complessità del pensiero che lo sostiene. Sto parlando di All routes lead to Rome, un progetto di Federico Massimo Ceschin per il Consorzio Vie Sacre organizzato in collaborazione con Cammini d’Europa. In sintesi, è il Meeting annuale degli itinerari, delle rotte, dei cammini e delle ciclovie. Ovvero delle forme più straordinarie di viaggio, che mantengono del tutto inalterato nella contemporaneità il fascino dell’esplorazione, della conoscenza, del dialogo e della ricchezza del confronto tra le diversità culturali.

Federico tanto per essere chiari è il più grande esperto italiano di turismo lento che io abbia mai conosciuto e All routes lead to Rome non è solo un evento, ma una risposta, non è un Festival ma un modello.

La mobilità dolce (a piedi, in bicicletta, a cavallo, in barca a vela e con altre modalità lente e naturali) consente di attraversare i luoghi con leggerezza e, al tempo stesso, in profondità: con il desiderio di non produrre impatti negativi sul territorio ma, al contrario, di entrare in contatto con la comunità locale, con i suoi riti, con le sue usanze, con i suoi costumi, per vivere esperienze realmente immersive, in grado di trasformare la vita.

Per capire il valore di cosa sto parlando parto da un paio di settimane fa. Sto per intervenire ad un convegno, l’ennesimo sul valore della cultura in Italia. Vengo avvicinato da un gruppo di ragazzi. Stanno frequentando un master dedicato alle imprese creative. Ci credono. Ci credo anch’io anche se troppo spesso mi trovo a descrivere le cifre di una economia cieca, superficiale, impreparata, folle e persino poco furba. No, dico, non parlo di Salvini e Di Maio. Sarebbe riduttivo. Perché prima di loro ci sono stati nell’ordine Renzi, Gentiloni, Letta, Monti Berlusconi, Prodi e nessuno, dico nessuno, che abbia mai messo la cultura e la sua industria tra le priorità dell’azione di governo. Ai ragazzi però dico di non mollare perché malgrado questa gigantesca miopia politica, sociale ed economica questo è un mondo in continua crescita. E se vi dicono che essere creativi è solo un aggettivo, perché chiunque può essere o non essere un creativo (sigh), rispondete che con la creatività e la cultura si mangia eccome, in tutta Europa. E che volete sportelli alle Camere di Commercio dedicati alle imprese creative e assessori alla Creatività nei vostri comuni. Altro che aggettivi!

Ovviamente non lo dico io che questo è un settore in crescita. Lo dicono innumerevoli ricerche economiche. Ne cito una su tutte, “Io Sono Cultura” a cura di Fondazione Symbola in collaborazione con Unioncamere (gioco in casa, ci collaboro anch’io). Al Sistema Produttivo Culturale e Creativo (così nel rapporto vengono definite l’insieme delle filiere culturali e creative) nel 2017 si deve il 6% della ricchezza prodotta in Italia: oltre 92 miliardi di euro. Dato in crescita del 2,0% rispetto all’anno precedente. E non finisce qui. Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo (da solo, senza considerare gli altri segmenti della nostra economia) dà lavoro a più di 1,5 milioni di persone, il 6,1% del totale degli occupati in Italia. Dato anch’esso in crescita: +1,6%, stavolta con un risultato superiore alla dinamica del complesso dell’economia (+1,1%). I ragazzi sorridono, non hanno sbagliato master. Potrebbero però aver sbagliato Paese. Tanto per avere un paragone, per ogni euro pubblico che investiamo in cultura ne guadagniamo da un minimo di 1,8 a un massimo di 6. Altro che spread! Peccato però che il pubblico investa sempre meno in cultura, scuola, formazione. Siamo sempre in fondo alla classifica, in piena zona retrocessione. Eppure siamo la cassaforte della cultura del mondo, abbiamo il più grande patrimonio Unesco ma siamo inadeguati, superficiali e impreparati quando si tratta d valorizzare quello che abbiamo, un patrimonio che non ci possono copiare nemmeno i cinesi e che ha un mercato potenziale immenso così come è immenso il bisogno di bellezza, conoscenza e sapere. Ma siamo ultimi. Desolatamente ultimi. Siamo in crisi, in recessione, cerchiamo motivi per tentare di crescere e occasioni di occupazione per i giovani e non solo per loro. E di solito non sappiamo cosa fare. Ma ignoriamo la cultura. Perché investire in cultura non è come fare una caccia al tesoro. Servirebbe solo un po’ di competenza che sicuramente abbiamo e una visione strategica che prima o poi dovremmo avere. Dovremmo insomma avere una certa idea di Italia che coincida per una volta con l’idea che il mondo ha dell’Italia. Il tesoro è lì sotto i nostri occhi e lo guardiamo morire pensando solo a come finanziare il suo funerale. Ai ragazzi quindi dico di alzare la voce. Avete le competenze e il futuro. Due ingredienti fondamentali per cambiare le cose.

E torniamo a All routes lead to Rome e al genio compreso di Federico Massimo Ceschin. Qua si sperimenta il turismo lento, la mobilità dolce, il patrimonio da scoprire a piedi o in bicicletta, si tracciano cammini e ciclovie. E tra una camminata e una pedalata (perché si cammina e si pedala!) si discute di politiche culturali europee, diritti umani, economia della bellezza, tutela e valorizzazione del patrimonio, valorizzazione delle aree interne e dell’Appennino, nuove forme di turismo sostenibili da scoprire in Sardegna, nel Lazio, in Puglia. Dieci giorni di esperienze che spiegano meglio di ogni altra cosa la dinamicità del patrimonio culturale e il suo immenso valore. Scrive Ceschin: “Mentre il Paese attraversa un difficile periodo congiunturale, da più parti si sollevano appelli per un deciso cambio di rotta, con particolare riferimento all’immenso patrimonio di beni culturali, d’arte e di tradizioni che non riesce ancora a tradursi in opportunità per gli italiani di oggi e di domani. Come pensare di attivare nuove forme di sviluppo capaci di generare filiere produttive e occupazione qualificata a partire dalla cultura e dalla bellezza? Come tornare a essere il “Bel Paese”, ovvero un luogo che si riconosce nella propria storia e nell’eredità dei padri (patrimonio) individuando modalità innovative per aumentare la qualità della vita?” Le domande hanno un senso solo nelle risposte che ricevono: “Un’importante occasione di riflessione è offerta dalla proclamazione del primo Anno Europeo del Patrimonio Culturale, grandiosa opportunità per avviare una necessaria rivoluzione dello sguardo: non è il patrimonio culturale ad appartenerci, ma siamo noi ad appartenergli. Lo dice chiaramente la Convenzione di Faro, promossa dal Consiglio d’Europa: siamo parte di “comunità di eredità” che hanno diritto “a trarre beneficio dal patrimonio culturale e a contribuire al suo arricchimento”, evidenziandone il ruolo quale elemento fondamentale nei “processi di sviluppo economico, politico, sociale e culturale e di pianificazione dell’uso del territorio”.

Federico Massimo Ceschin per MEMO

Di cosa parliamo? In Italia, la bellezza e l’arte sono di casa, con oltre 205.000 testimonianze storiche, monumentali, architettoniche e archeologiche sparse per il Paese. Ciascuna rappresenta un motivo per aumentare la consapevolezza di quanto sia necessario diversificare l’offerta, oltre il turismo balneare e delle Città d’arte: se si vuole accompagnare l’attuale attrattività turistica in una fonte sempre più rilevante e stabile di crescita economica e sociale, i molteplici e stupendi fattori naturali, paesaggistici e artistici devono trovare piena integrazione tra loro e con le risorse tecniche, finanziarie, culturali, sociali e imprenditoriali presenti presso ciascuna comunità territoriale. Se questo è il quadro. Ecco l’unica risposta possibile suggerita da Ceschin: “Solo un approccio sistemico che realizzi filiere di prodotto con soggetti pubblici, privati ed ecclesiastici può consentire di promuovere strategie organiche ed efficaci, volte a diversificare l’offerta territoriale in direzione di nuovi flussi di domanda legati all’ambiente, alla natura, allo sport, alle nuove forme di spiritualità emergenti, alla cura del corpo e della persona. Da questo punto di vista, gli Itinerari, le Rotte, i Cammini e le Ciclovie – ovvero le forme più autentiche e straordinarie di viaggio – rappresentano una grandiosa opportunità”. Nel frattempo la delega sul Turismo è passata al Ministero dell’Agricoltura. Ma ai miei ragazzi del master che non vogliono essere aggettivi dico di stare tranquilli. Le filiere di prodotto vengono determinate dal mercato, non da Salvini e nemmeno da Di Maio. E poi, ha ragione Federico, tutte le strade, oggi più che mai, portano a Roma. Soprattutto quelle che facciamo a piedi e in bicicletta.