Qualcosa di ruggine

La guerra è un archivio di dolore, di memorie e di storie. Anche se sono passati cento anni da quella Grande Guerra basta un dettaglio, una lettera arruginita su una stoviglia, le parole di un racconto sbiadito e nasce subito in un bambino quella che per noi oggi potrebbe sembrare la domanda più ovvia, banale e scontata: “La guerra è brutta, papa?”.  La risposta è un infinito desiderio di pace. Luisa Pozzar, triestina di nascita, moglie, madre di tre figli, è una giornalista. Da sempre coltiva la sua passione per la musica, la lettura e la scrittura e per tutto ciò che le permette di esprimere la propria creatività. Dopo la laurea in economia e commercio, nel 1999, volta pagina ed inizia a lavorare nel mondo della comunicazione religiosa. Percorso, questo, coronato nel 2011 con il conseguimento della qualifica professionale. La scrittura, per lei, si rivela non solo un mezzo di lavoro, ma soprattutto un modo per incontrare persone e raccontare storie. Il suo ultimo colpo di fulmine è la radio: un connubio perfetto tra scrittura e voce per una comunicazione discreta, ma efficace. Collabora con il quotidiano Avvenire, con i settimanali Credere, Famiglia Cristiana, Maria con te, Città Nuova online e con i mensili Jesus e Madre, testate giornalistiche per le quali scrive di temi religiosi e sociali. Scrive anche sul sito dell’Ucsi ed è da poco presidente dell’Ucsi Friuli Venezia Giulia. Coltiva il sogno di poter lavorare con le buone notizie. E, ogni tanto, ci riesce. Come nel caso di “Qualcosa di Ruggine”. Buona lettura.

di Luisa Pozzar

D’improvviso il silenzio.

Non una voce, non uno sparo, nessuna esplosione. Non una parola, non un pianto, nessuna mano d’uomo. Solo silenzio. E tanta, tanta solitudine. Mi chiedevo quanto sarebbe durato… ma nemmeno la più fervida immaginazione avrebbe saputo dare risposta a quella domanda.

Sono passati cent’anni di silenzio. Cent’anni di solitudine. Cent’anni di vuoto incolmabile. Cent’anni di speranze deluse. Cent’anni di parole attese. Cent’anni di pace. Ma non per me.

Passeggiava tranquillo il piccolo Enrico. I suoi giovani piedi facevano scricchiolare le foglie di quel sentiero. A rompere il silenzio solo la voce delle sue inesauribili domande. C’erano muretti, fossati, invisibili rifugi. E lui chiedeva. Voleva capire.

«Qui c’è stata la guerra» risuonò secca la voce del padre «qui combattevano i nostri soldati».

E quegli occhi grandi osservavano per capire.

Un filo di voce.

«La guerra è brutta, papà?»

«Sì, figlio mio, è molto brutta»

«E sono morti in tanti, papà?»

«Sì, figlio mio, tanti, tantissimi, tutti giovani»

«E avranno pianto, papà?»

«Non lo so, figlio mio, forse avranno pianto pensando alla mamma che li aspettava»

«E la loro mamma avrà pianto, papà?»

«Credo di sì, figlio mio, avrà pianto tanto»

«Qualcuno li avrà consolati, papà?»

«Non lo so, figlio mio. Certe lacrime non si fermano mai»

Quelle parole lo raggelarono. Pensò alla sua angoscia per un pianto non consolato… sentì che là, tra quei muretti, in quei fossati, in quegli invisibili rifugi, erano scorsi fiumi di lacrime. Inconsolate. Disperate.

E sfiorò con lo sguardo qualcosa di ruggine.

Avevo 16 anni quando mi dissero di andare al fronte. Lavoravo nella bottega di mio padre da quando ne avevo 8. Facevo il fabbro, ero molto abile con gli strumenti: d’altra parte guardavo tutti i giorni mio padre all’opera. Rubavo con gli occhi i segreti della sua arte, paziente, minuziosa… lo sentivo battere sul ferro e ogni colpo imprimeva un tocco diverso a quella sbarra incandescente. Stavo imparando a creare piccole stoviglie, che sarebbero servite alle donne in cucina o agli operai al lavoro…

Mi chiamarono.

Ci fu poco spazio per i saluti.

Un abbraccio singhiozzante di mia madre, mentre mi consegnava una zaino imbottito delle mie povere cose, un bacio a mia sorella, con la promessa di una nuova passeggiata sul mare al mio ritorno. Poi la stretta di mano di mio padre, un abbraccio appena accennato e la consegna di una di quelle piccole stoviglie.

«Ti sarà utile, figliolo. Portala con te. Ci sono le tue iniziali sul fondo»

E partii. Con un groppo in gola, ma con entusiasmo. Avrei difeso la mia Patria.

Aspettavo con trepidazione ogni giorno la distribuzione del rancio. Era bello sentirsi riempire con qualcosa di caldo e potergli riscaldare almeno per qualche minuto le povere mani rinsecchite dalla fame e distrutte dal freddo pungente dell’inverno isontino.

Quella trincea scavata tra le rocce del Carso era diventata la nostra casa. Lui combatteva, sparava, aiutava i suoi compagni feriti e, nei rari momenti di tregua, pensava a sua madre, a suo padre, a sua sorella… pensava alla fidanzata che avrebbe voluto incontrare al suo ritorno… e poi mi stringeva tra le mani. E mi accarezzava.

Il rumore degli spari gli ricordava il ritmo con cui suo padre martellava il ferro, nella sua bottega di fabbro del paese. Chissà quali oggetti stava forgiando mentre lui era in guerra… forse altre piccole stoviglie, forse dei vasi per i fiori. O forse degli eleganti oggetti di arredamento… sontuosi letti in ferro dove i giovani soldati, al ritorno dalla guerra, si sarebbero amati con le loro spose… candelabri o moderne lanterne per illuminare le case in festa per la fine della guerra che, prima o poi, sarebbe arrivata…

Quanti sogni, quante lacrime… quanti ricordi, che dentro la nostra casa-trincea si facevano speranza e strazio in un solo momento.

E poi mi stringeva tra le mani. E mi accarezzava.

Lui era la mia famiglia ed io la sua.

«E questo cos’è, papà?»

Sfiorare con lo sguardo, evidentemente, non gli era bastato.

«Non so, figlio mio, forse solo un rottame arrugginito»

«Posso toccarlo, papà?»

«No, figlio mio, meglio di no, potrebbe essere pericoloso»

«Guarda… e qui cosa c’è scritto, papà?»

«La ruggine ha rovinato molto, figlio mio. Io riconosco soltanto la lettera E»

«Sarà la lettera di un nome, papà?»

«Forse, figlio mio, ma non è importante. Ora si fa buio e dobbiamo rincasare»

«Possiamo portarlo a casa, papà?»

«No, figlio mio, lasciamolo qui. Ora andiamo»

«… va bene, papà…»

E con lo sguardo accarezzò per l’ultima volta quella cosa ruggine.

Battevo quel ferro aspettando che tornasse. Ad ogni martellata una preghiera, aspettando che tornasse. Ad ogni nuovo vaso forgiato la preghiera che non servisse mai per i suoi fiori al cimitero. Sua madre pregava e piangeva. Pregava, piangeva e sperava. Pregava, piangeva, sperava ad aspettava. Sua sorella non passeggiava più in riva al mare. Pregava ed aspettava. Pregava, aspettava e sospirava. Pregava, aspettava, sospirava e si consumava.

E lui non tornò.

Morì lontano, in una trincea del Carso.

«È morto da eroe» ci annunciò seccamente un telegramma dal fronte.

Lui non tornò più. E con lui né un suo oggetto, né una pagina del diario che amava tanto scrivere – il mio figliolo aveva finito la quarta elementare, non come me che non so leggere e scrivere – e nemmeno quella stoviglia che forgiò con le sue mani e sulla quale avevo inciso le sue iniziali E.B.

Lui non tornò più. Non ricominciammo mai a vivere. Dopo anni potemmo portargli un fiore a Redipuglia, in quell’enorme Sacrario dove ne riposano altri centomila come lui.

Lui non tornò più. Non ricominciammo mai a vivere. Non smettemmo più di piangere.

Mi spostavano spesso lungo i diversi punti del fronte di battaglia. Dicevano che ero in gamba. Non solo a sparare, ma a tenere l’ordine tra i miei compagni. In quegli interminabili mesi, lontani dalla vita, quella vera fatta di famiglia, lavoro ed affetti, era facile lasciarsi andare… qualcuno si disperava, sperando di morire, qualcuno, come me, scriveva affidando ad un quaderno le proprie inquietudini e i propri racconti di guerra. Qualcuno si dava all’alcol. E magari arrivava in trincea ubriaco fradicio ed imbracciava un’arma, mettendo in pericolo se stesso e i compagni. Io, non chiedetemi perché, avevo la capacità di saper ascoltare. Me la riconoscevano i miei compagni e i miei superiori. Perciò mi avevano affidato l’incarico di mantenere l’ordine. Ma non usavo la voce grossa o un’autorità che non mi apparteneva. Non ne ero capace. Mettevo sul campo ciò che ero. Avvicinavo i più disperati – perché credete che talvolta non lo fossi pure io? – li avvicinavo e li ascoltavo. Parlavo poco. Li ascoltavo. Quando l’incalzare delle battaglie lo permetteva, certo. Ma li ascoltavo. E loro svuotavano tutto ciò che avevano dentro: rabbia, tristezza, dolore… tanto dolore… e, talvolta, anche barlumi di speranza. Pochi. Ma c’erano anche quelli. Così si tranquillizzavano almeno per un po’…

Ne ho visti tanti, disperati intendo. Ma ne ho visti anche di impavidi, eroici. Ricordo ancora quel tale Toti, arrivato al fronte già senza una gamba. Raccontava dei suoi trascorsi in Marina, ma anche delle sue imprese ciclistiche, compiute con una gamba soltanto. Morì a Quota 85. Ebbe anche la forza di lanciare la sua gruccia contro il nemico e di urlare “Nun moro io!”. Ma chi glielo dava tutto quel coraggio? Morì il 6 agosto. Giorno del compleanno di mia sorella.

Ma ricordo anche un certo Sant’Elia, un bravo ragazzo, che dicevano fosse un genio dell’architettura, un futurista.

Bizzarro.

Quel futurista morì a 28 anni in battaglia. Il futuro gli fu strappato di mano.

Dicevano che ero in gamba. Mi spostavano spesso lungo i diversi punti del fronte di battaglia. Arrivai anche a Quota 77. Monfalcone non era poi così lontana.

Fu di notte. Stava riposando alla fine di un turno estenuante e mi stringeva tra le mani. Poi un terribile sibilo e la deflagrazione. Le urla e i pianti disperati. Poi il silenzio.

Le sue mani, colte dalla morte, mi lasciarono cadere. E fu silenzio. E fu solitudine.

Non mi stringeva più tra le mani. E non mi accarezzava. Lui non era più la famiglia e io non ero più la sua.

Ho pianto lacrime di metallo che nessuno ha mai asciugato. E queste lacrime e questo dolore mi hanno consumato, mi hanno fatto diventare solo qualcosa di ruggine. Negli anni qualcuno mi trovò in mezzo alle pietre e, con delicatezza, mi portò qualche passo più in là.

Luisa Pozzar

Sono ancora lì, su quel muretto spoglio ad aspettare. Ad aspettare e piangere. Ad aspettare, piangere ed urlare. Che la guerra è infame, orribile ed ingiusta. E che fa troppo male quando ti toglie una persona che è stata la tua famiglia. E che non è giusto mandare un giovane a combatterla, perché gli si ruba la vita e lo si costringe ad uccidere altri giovani come lui. Gli si ruba il futuro. Quel piccolo cucciolo d’uomo, Enrico – che con le sue interminabili domande ha rotto un silenzio lungo cent’anni – l’ha capito. E, anche se solo con lo sguardo, mi ha accarezzato. E insieme a me ha accarezzato il suo nome, inciso da suo padre, di cui rimane solo la prima lettera. Una E.

Nella memoria possiamo rivivere ancora, pur lontani e divisi. Lui in quel Sacrario e io sul muretto della trincea Sant’Elia.

Per un attimo lo sento ancora qui. Mi stringe tra le sue mani e mi accarezza. Lui è ancora la mia famiglia. Ed io ancora la sua.