signore e signori
entra in scena la passione

Marco Ferri è un copy, un saggista e, da qualche tempo, un autore teatrale. Tra le varie cose che fa trova  anche il tempo di essere un amico di MEMO. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo nuovo spettacolo e di regalarci un estratto del suo testo. Lui ci ha risposto con “passione”. Buona lettura

In un mondo cinico, disincantato, feroce e senza più voglia di essere coinvolti, si può ancora parlare di passione? Eppure, come fosse un’utopia, la passione è entra in scena e niente è più sembrato come prima. A cominciare dal tempo che in cui si divide eros- ieri, oggi domani – mentre un inedito coro, come nelle tragedie greche, ne ha sottolineato  la portata dell’azione. E’ una vera trilogia della passione  “Il menù del ghiaccio”, inedito testo e regia che ho firmato per la compagnia “Signori chi è di scena!” e andato in scena al Teatro San Giustino di Roma.
Nel primo episodio, intitolato “L’algoritmo femmina” la passione è vista con gli occhi di un futuro, per certi versi inquietanti, ma il ragionamento sulla “fanta-passione” rimanda alle attuali inquietudini sulla società digitale. Nel secondo, “L’anello perduto” siamo nel presente, durante uno stringente problema sociale, come il diritto alla casa”: la passione si misura con la politica, ma anche con le dinamica di una giovane coppia, entrando all’interno delle loro modalità amorose. Chiude la “trilogia della passione”, come recita il sottotitolo di “Il menù del ghiaccio”, l’episodio intitolato “Ma dovevi ammazzarmi proprio così?”, un noir sul femminicidio, visto da un’angolazione inedita, che alterna il dramma al sarcasmo e all’ironia, con un finale sorprendente.
Importante è stata la musica che ha accompagnato  i tre episodi, tre temi composti appositamente da Paola Ghigo ed eseguiti dal vivo dal Maestro Alberto Galletti. Il coro, come nell’antico teatro greco, ha sottolineato le diverse fasi con le coreografie Pilates, a cura di Giulia Fossà.
La compagnia “Signori chi è di scena!” ha dato vita a una pièce densa, corposa, a volte profonda, altre leggera, in cui c’è dramma ma anche momenti di frizzante satira e di vera comicità, una machina teatrale in cui i dettagli sono tanto importanti quanto accurati. Gli attori, che si muovono all’interno di contesti narrativi differenti, affrontano tematiche attuali e stringenti, e pur tuttavia riescono a dare vita a una messa in scena di forte impatto umano».
La scenografia, affidata a Marzia Savi è concepita come un idea minimalista ed elegante. I costumi di Cristina Turella sono stilisticamente essenziali, ma non per questo meno accurati. La scena prende le mosse una citazione di Honoré de Balzac, “la passione è il presentimento dell’amore e del suo infinito, è una speranza che sarà forse delusa”, ma nel testo e sulla scena si vive il rapporto tra passione e futuro prossimo; poi il rapporto di una coppia giovane col presente politico; e infine ci si cala nello scontro interiore profondo e intimo fra passione e ribellione, contro i cliché di genere. Una prova impegnativa che la compagnia ha affrontato da subito con grande professionalità e passione, che ha subito contagiato il pubblico. “Il menù del ghiaccio” è la mia seconda prova come autore e regista. Il bilancio tra impegno e passione è a favore della passione.

 

 

 

 

 

 

“Mi dovevi ammazzare proprio così?”

di Marco Ferri

Personaggi:

-Elena, spettro di una donna assassinata

-Cosimo, spettro del femminicida

-Uomo che dorme

-Il coro

[Musica. Entra il coro: il recitato è sottovoce, scandito da una nota musicale]

Si muore di sonno

Si muore di fame

Si muore di freddo

Si muore di sete

Si muore dal ridere

 

Si può essere belli da morire

Si può essere buoni da morire

Si può essere stupidi da morire

Si può essere cattivi da morire

Si può essere vigliacchi da morire

 

Ci si può vergognare da morire

Ci si può arrabbiare da morire

Ci si può pentire da morire

Ci si può offendere da morire

Ci si può divertire da morire

 

Non si è mai sentito piangere da morire

Non si è mai sentito ribellarsi da morire

Non si mai sentito difendersi da morire

Non si è mai sentito vendicarsi da morire

Non si mai sentito trionfare da morire

 

Si può amare da morire

Si può soffrire da morire

Si può odiare da morire

Si può disprezzare da morire

Si può offendere da morire

 

Si muore di sonno

Si muore di fame

Si muore di freddo

Si muore di sete

Si muore dal ridere

 

[Esce il coro. Entra una barella, coi piedi davanti c’è Elena, lo spettro di una donna assassinata. È coperta da un telo bianco. Ha un cartellino sull’alluce destro. Per tutta la durata del monologo, la barella farà da sedile, verrà portata su e giù, sarà d’appoggio, da oggetto con cui sfogare rabbia, o abbracciare teneramente il cuscinetto, ecc.]

 

Elena, si mette seduta, togliendosi un cartellino dall’alluce destro:

-Quello che si vede nei film, succede nella vita e nella morte. Quando nasci ti mettono un braccialetto al polso, quando crepi ti legano un cartellino all’alluce. La mania di catalogare le persone, che comincia nella culla e finisce nella bara, mi fa incazzare da morire. Già, da morire.

Ma mi dovevi ammazzare proprio così?

 

Quanto ho sofferto, maledetto te! Mi guardavi in modo strano, ho pensato che finalmente dopo molto tempo, volessi fare l’amore.  Ero a letto. Tu ancora in piedi. Mi stavo preparando mentalmente, magari ti avrei detto di no, tanto per capire quanto mi desiderassi davvero. Poi avrei fatto finta di cedere passivamente, tanto per non dartela vinta troppo presto. Ma mi saliva una voglia, una nostalgia dolce dei momenti più teneri, e anche qualche fantasia erotica, e pensavo di lasciarti fare quello che sapevo ti piacesse, e mi facevo il film del nostro amplesso, e desidero mi facessi quella cosa che sapevi mi faceva impazzire.

 

(con rabbia) E tu? Maledetto bastardo? E tu? Ti sei avvicinato al mio viso, ho sentito il tuo alito, e ho chiuso gli occhi, ecco dove ho sbagliato, ho chiuso gli occhi, l’errore fatale di tutte le donne innamorate del proprio assassino, ho chiuso gli occhi…

 

(urlando) Il cuscino, mi hai premuto il cuscino sul viso, soffocavo, t’ho preso i polsi, per un attimo, un interminabile, lancinante, drammatico attimo un lampo ha attraversato la mia mente: sta giocando, non è possibile che faccia sul serio, e poi e poi e poi (senza fiato) ho visto scintille nel buio  il cuore che dava pugni in gola e le mie mani che avevano agguantato i tuoi polsi si sono irrigidite, le dita anchilosate, la stretta bloccata e più niente….niente,  (piangendo disperatamente) un conato di vomito, l’amaro sapore del terrore tra gola e naso, e i polmoni in fiamme.

 

(Elena si blocca, respira a fondo, ritmicamente, come a riprendere fiato dopo una lunga apnea. Poi si porta le mani alla gola, come ad aiutare la respirazione. Ora una mano sulla bocca, mentre forte sentiamo il respiro col naso.)

 

(con un filo di voce) Quando mi sono ripresa non capivo, non capivo cosa fosse stato. Ero tutta bagnata, me l’ero fatta sotto. Poi il ricordo mi ha costretto a schiarire lo sguardo, ho voltato la testa, il collo era come fosse ingessato, il movimento m’ha fatto un male terribile. T’ho visto, maledetto, che tu sia maledetto. Eri di spalle, avevi il fiatone, per un attimo mi sono illusa fossi pentito, che il tuo fosse stato solo un raptus, un gesto inconsulto, un moto di rabbia, che ti stavi calmando, che ero ancora viva e che me la sarei cavata con il più grande spavento della mia vita, ma ero ancora viva.  Ero spossata, non riuscivo a muovermi dal letto, ero impietrita, le gambe non rispondevano all’appello della fuga.

 

(come fosse una voce narrante) Ti sei voltato. Avevi rigagnoli di sudore che colavano sulle guance. M’hai appena guardata. Il terrore m’è salito dalla pancia: non avevi uno sguardo buono.  Mi sentivo come in un incubo, di quelli in cui ti manca la forza di dire, di parlare, di urlare.  A un certo punto non ti ho visto più. Allora sto facendo un maledetto brutto sogno, di quelli che ti scaraventano nel terrore, di quelli di cui non hai il coraggio di parlare con nessuno. Per questo, allora, ero paralizzata. Volevo sollevare le coperte e scendere dal letto. Niente, le mani, le braccia non rispondevano, era come se io fossi senza ossa, come senza muscoli.

 

(con enfasi crescente) In un attimo eri di nuovo sopra di me. I tuoi occhi due fessure. L’odore acido del tuo sudore, un odore che non avevo mai sentito.  Era puzza. Mi hai preso per i capelli, qui sulla fronte. E hai incominciato a inveire. La tua saliva mi schizzava la faccia, mi facevi schifo.

 

Alle orecchie mi arrivavano suoni ovattati, frasi smozzicate, le fessure dei tuoi occhi si dilatavano al ritmo delle tue parole. Avevi una calma molto pericolosa. Stavi a cavalcioni sul letto, il tuo peso mi costringeva tra le coperte, cominciavo ad avere di nuovo fastidio nella respirazione.

 

Mi mancava di nuovo l’aria. Ma tu parlavi, parlavi, ti vedevo ingrossare le vene del collo, la testa si muoveva come stessi gesticolando col collo, mi giungevano solo i suoni delle tue parole, senza tonalità, un discorso piatto, determinato, come una gelida comunicazione di servizio.

 

(con freddezza) Sto per morire, sto per morire. Una voce interiore mi avvertiva che stavi per ammazzarmi. È allora che hai smesso di parlare, come se avessi sentito quello che mi dicevo tra me e me.

 

Hai sempre capito quello che pensavo, come se tu fossi capace di parlare col mio inconscio. Hai spalancato gli occhi, come sorpreso dalle parole che mi dicevo, tra me e me, in pieno panico.

 

(con rabbia) Hai ghignato. Ho sentito il tuo corpo a cavalcioni su di me spostarsi lievemente verso la mia sinistra, come se tu avessi dovuto caricare la forza con la spalla destra e con la coda dell’occhio ho visto spuntare nel mio campo visivo prima il braccio, poi qualcosa che luccicava nella mano chiusa a pugno.

 

Ti sei fermato. Hai digrignato i denti. E mi hai scagliato contro quel luccichio: quando le due lame della forbice che avevi in mano mi hanno trafitto la carotide per attraversare la trachea, ho avuto quella sensazione di soffocamento che si ha quando inavvertitamente si beve acqua salata in mare.

 

Ma era il mio sangue che riempiva la gola. Subito il dolore mi è esploso in testa, mentre un fiotto di sangue bollente m’ha colpito la faccia, entrandomi nell’occhio destro. Ho tentato di muovermi. Ho sentito che si strappavano dalla testa i capelli che mi tenevi in pugno. E poi di nuovo il terribile, lancinante e profondo dolore del secondo fendente.

 

Hai lasciato dentro le forbici. Ho avuto la sensazione che ti guardassi le mani sporche di sangue con ribrezzo: il mio sangue ti faceva impressione. Il dolore mi aveva coperto di lacrime l’occhio sinistro, che non era stato schizzato di sangue. Non ti ho più visto. Te ne sei andato. M’hai lasciato lì, sul nostro letto inondato di sangue, con un paio di forbici conficcate in gola. A morire lentamente, neanche il coraggio di darmi il colpo di grazia.

 

Vigliacco. Sono stati momenti terribili, ore interminabili, ho assistito al lento spegnermi, alla mia vita che se ne andava via, trascinata dai fiotti di sangue di cui si sono intrise le lenzuola, le coperte, il materasso.

 

(con voce lamentosa) Era pure nuovo il materasso, e lo avevano appena consegnato: bello, anatomico, organolettico – no, aspetta, no quello è il vino- come si dice, mannaggia a te e alle parole difficili che ho dovuto imparare che se no mi guardavi come una mentecatta, ah sì, ergonomico, ecco sì ergonomico, un moderno, salubre, costosissimo materasso in lattice. Di lattice ed ergonomico, di quelli che fanno bene alla schiena. Promettevano sonni tranquilli e riposanti. Io invece ho sperimentato il sonno eterno.

 

Che invece si è trasformato in un incubo perenne. Sono mesi che ti cerco, che entro nei sonni di uomini, che giro di casa in casa, di notte, sperando di trovarti addormentato e fartela pagare. Ah, se ti trovo! Ma mi dovevi ammazzare proprio così?

 

(Dal letto matrimoniale, la sagoma si muove. Si accende una luce sul comodino. Lui versa dell’acqua in un bicchiere. Beve. Apre le coperte. L’uomo in pigiama si mette seduto, con le gambe fuori dal letto. Cerca coi i piedi e trova le pantofole. Si alza. Si infila una vestaglia.

 

Elena si avvicina, gli va incontro, lo guarda, lui non la può vedere, ma sembra accorgersi di qualcosa. Si ferma, si gira. Lei gli va sotto per guardarlo meglio. Lei scuote la testa. Le gira le spalle, viene in proscenio, mentre lui esce di scena. Sentiamo il suono di uno sciacquone e dell’acqua che scorre].

 

Elena, sconsolata:

Neanche questo è lui. Non lo trovo. Come al solito, quando ho bisogno di te, non ci sei mai. Vergognati, maledetto assassino. Mi hai lasciato in uno stato che quando mi hanno trovato, un poliziotto è svenuto e un infermiere è corso a vomitare. Facevo spavento. Piena di sangue, con un paio di forbici in gola, coi capelli strappati in cima alla fronte.

 

(con foga) Quando mi hanno portato all’obitorio, l’anatomopatologo –contento, hai visto che me lo ricordo il termine scientifico esatto, brutto stronzo!- insomma, quello che fa le autopsie ai morti ammazzati scuoteva la testa. Anche lui era disgustato dallo stato in cui mi avevi lasciato. Ha dettato tutto al registratore: si è accorto del tentativo si soffocamento, ha descritto il tipo di ferite al collo, la lacerazione dell’arteria carotidea dalla quale è sgorgato tutto quel sangue.

 

(con voce rotta dall’emozione) Poi mi ha aperta come un pollo: che impressione, tutte le mie budella al vento, il contenuto dello stomaco frugato come fosse il secchio dell’umido. Fortuna che avevo mangiato poco, quella sera, se no sai che schifo tutta quella roba, tirata fuori dallo stomaco come le interiora dei polli? Lo sai, razza di carogna, che avevo una lacerazione ai tessuti del cuore? Gli ho sentito dire al medico: a questa poveretta stava per scoppiare il cuore. Ecco, sarai contento della tua malvagità.

 

M’hai spezzato il cuore nel vero senso della parola. Non è per niente bello, sai, stare lì nuda come un verme con uno che ti guarda dappertutto, sia dentro che fuori. S’è pure accorto dell’irritazione che la pipì mi ha provocato alla vagina. Che vergogna! Quando mi hanno messo su una specie di vassoio, rivestita alla bene e meglio e messa dentro quella ghiacciaia ho quasi avuto voglia di piangere. Ma il mio corpo non aveva praticamente più liquidi.

 

(con rabbia) Quando ti trovo, perché lo sai che prima o poi ti trovo, io ho tutto il tempo che voglio, ormai, tu, invece hai le ore contate, mi dovrai dare conto della brutalità del mio omicidio.

 

A un certo punto, prima che mi mettessero in frigo, come dicevano scherzando sul mio corpo, è entrato uno, si sono messi a raccontargli cosa mi era successo. Credo fosse un giudice, perché gli ho sentito dire che aveva emesso un ordine di cattura contro di te, che eri irreperibile e ti stavano cercando.

 

(con voce quasi allegra) Poi hanno cominciato a parlare d’altro. Quello che mi è sembrato un giudice ha raccontato al medico una storia strana. Pare ci sia un posto, un pub o roba simile, in cui servono diversi tipi di ghiaccio nei cocktail. Non ho capito bene, ma ho sentito parlare di ghiaccio prezioso perché viene dallo scioglimento dei ghiacciai perenni, che perenni ormai non sono più, addirittura di ghiaccio che viene da Marte. Il medico ha detto che loro, lì all’obitorio, usano solo e soltanto ghiaccio della casa. Loro ridevano, ma io ho avuto come la sensazione di brividi di freddo.

 

(con rancore) Non ho capito perché lo hai fatto e soprattutto perché tu l’abbia fatto in questo modo così barbaro. Avevamo litigato. Ma non era la prima volta. Non mi ricordo di averti detto cose particolarmente tremende. Era la solita storia. Ti facevo notare che non avevi per me le stesse attenzioni di un tempo, che ti eri fatto prendere dalla routine, che non riuscivi più a sorprendermi, che era come se la tua passione si fosse affievolita, fosse evaporata. Non ero più così importante per te come sapevo di esserlo stata. Che quella passione, quella cura, erano state la spinta al mio innamoramento, le cause vere della nostra storia d’amore. Era come se me la fossi semplicemente immaginata io, io sola, la nostra storia d’amore.

(con voce sognante) Mi ricordo ancora quella volta che guardandoti mi dissi: questa volta con questo ci lascio le penne! Vallo a immaginare che sarebbe diventato non un modo di dire, ma una modo di morire.

 

Tu eri più colto, più a tuo agio cogli altri, avevi più successo sul lavoro di me. Ma la mia passione amorosa t’ha sempre spaventato. Ti chiudevi. Diventavi caustico. Cambiavi discorso. Più ti dimostravo stima, affetto e passione, più sembrava ti mancasse l’aria.  Sentivi il peso della mia disapprovazione. Era come se ogni gesto d’amore verso di te fosse la prova della tua inadeguatezza affettiva.

 

(con foga) Ma io non ti accusavo. Non essere capaci d’amare non è una colpa. Come tutte le cose importanti della vita, quelle che davvero vuoi, per le quali saresti disposto a tutto, ad amare non si insegna. Si può solo imparare. Ti ho amato anche se eri un allievo somarello, scansafatiche. Facevi finta di sapere come si fa, ma eri sempre impreparato. Credere che essere uomo sia semplice, basta saper usare il pipino è una superstizione da cesso dei maschi.

 

Tu sentivi il peso dei sentimenti. Per te la passione se era professionale, sportiva, politica era un’attività nobile e piena di valori. Quella amorosa era una passione di serie B, più vicina alla sessualità che alla sensibilità.

 

(con amarezza) Hai sempre pensato che avessi un piano preordinato, quello di tenerti accanto a me a ogni costo. Mentre io avrei voluto tu fossi felice con me quanto io spesso, non sempre, ma spesso lo sono stata con te. E il mio affrontare questi discorsi con te non erano esercizi di potere, ma desiderio di condividere anche solo piccoli momenti di vera intimità.

Una passione forte quando doveva essere urgente, e tranquilla quando avevamo voglia di momenti di quiete.

 

(con convinzione) Quei momenti di quiete. Quelli sono stati la causa scatenante della tua follia omicida. Lo stare insieme in silenzio, parlarci col metalinguaggio del corpo, senza bisogno di aprire bocca ti metteva quasi subito in ansia, entravi in una sorda, inconsulta, incontrollata agitazione. Ecco, andavi in panico.

 

Invece che ascoltare i tuoi pensieri, che magari erano forse in quel momento gli stessi miei, scivolavi nella paranoia, temevi che il mio fosse il silenzio della disapprovazione. E allora assumevi atteggiamenti difesivi, rancorosi, aggressivi. Chi non sa stare in ascolto di se stesso, non riesce a mettersi in ascolto degli altri.

 

Ed ecco la tua assenza emotiva. Un tentativo goffo di supremazia nei miei confronti. Un esercizio di potere, tanto automatico quanto grottesco.

 

[Entra in scena un uomo, non ancora visto da Elena. È Cosimo, l’assassino di Elena. È sporco e lacero. Ha al collo un cappio, con la corda tagliata di netto che pencola sul petto, gli manca una scarpa. Si avvicina cautamente a Elena. Si ferma alle sue spalle per ascoltare quello che lei sta dicendo]

 

Elena, con tono accusatorio, non ha ancora visto il nuovo arrivato:

 

E hai agito come un animale feroce. Hai pensato che fossi io la causa dei tuoi problemi e che distruggere la causa del problema fosse eliminare il problema. Hai ammazzato me credendo che uccidermi ti avrebbe liberato delle tue inadeguatezze passionali. Come un ominide, un brutale cacciatore preistorico che credeva che uccidere una belva fosse il modo di acquisirne la potenza. O un violento troglodita che uccideva per pura paura di essere inferiore.

 

Cosimo, con cautela:

-Elena, Elena, perdonami.

 

Elena, trasalendo:

-Ah, sei qua! Ma che.. che ci fai qui? E che hai fatto? Cos’è quella corda?

 

Cosimo, contrito:

-Oh, Elena, ho fatto un casino. T’ho fatto male, ho sbagliato. Ti giuro, non volevo. Io ti amavo. Dopo averti colpito, dopo essermi trovato il tuo sangue nelle mani, sono fuggito, sconvolto, ho vagato in preda al panico, e una rabbia crescente contro quello che avevo fatto, ti avevo fatto. Non ce l’ho fatta. Mi sono impiccato.

 

Elena, acida:

-E perché non c’hai pensato prima?

 

Cosimo, supplichevole:

-Lo so, lo so, non avrei dovuto farti del male. Mi sono talmente pentito che ho deciso di farla finita.

 

Elena, sempre più glaciale:

-Non mi hai risposto: perché non ci hai pensato prima?

 

Cosimo, perplesso:

-A cosa?

 

 

Elena, con cattiveria:

-A suicidarti. Mi avresti risparmiato la morte tremenda che m’hai costretto a subire. Adesso che siamo morti tutt’ e due, che cosa credi di aver ottenuto? Quello che non hai capito in vita, non lo capirai mai. Per l’eternità.

 

[Stacco musicale. Entra il coro. Una nota musicale ne segna il ritmo.]

 

Gli uomini uccidono

Per paura

 

Gli uomini uccidono

Per l’onore

 

Gli uomini uccidono

Per la vendetta

 

Gli uomini uccidono

Per la patria

 

Gli uomini uccidono

Per la razza

 

Gli uomini uccidono

Per la vittoria

 

Gli uomini uccidono

Per la forza

 

Gli uomini uccidono

Per il piacere

 

Gli uomini uccidono

Per il potere

 

Gli uomini uccidono

Per vigliaccheria

 

Gli uomini uccidono

Per il crimine

 

Gli uomini uccidono

Per l’ideale

 

Gli uomini uccidono

Per l’odio

 

Gli uomini uccidono

Per mestiere

 

Gli uomini uccidono

Per la guerra

Gli uomini non uccidono

Per amore

 

Gli uomini uccidono

Le donne

 

Gli uomini uccidono le donne

Per paura di sé stessi.

 

 

[Esce il coro, portando via la barella. Scopriamo che Elena e Cosimo sono a letto. Suona la sveglia. I due si muovono sotto le coperte, poi  Lei si mette seduta, poggiando la schiena sul cuscino. Si stiracchia. Lui si mette seduto con la gambe fuori dal letto.]

 

Cosimo, sbadigliando:

-Dormito bene? sei stata agitata tutta la notte.

 

Elena incrocia le braccia e non risponde.

 

Cosimo, conciliante:

-Magari era colpa del cuscino, hai preso il mio che è più alto del tuo e hai avuto un brutto incubo.

 

Elena, girandosi di scatto verso di lui:

-Non parlarmi del tuo cuscino.

 

Cosimo, premuroso:

-Hai ancora mal di gola?

 

Elena, si gira di scatto le lo fulmina con lo sguardo.

 

Cosimo, deluso:

-Ma sei ancora arrabbiata con me? Maddai, ti prego. Te l’ho già promesso. Non lo faccio più. (tentando di avvicinarsi a lei). Facciamo la pace? La sai quella del menù del ghiaccio? Te la racconto, magari sbollentisci il tuo rancore?

 

Elena, inviperita:

-Manco morta!

 

Cosimo, rassegnato, aprendo il cassetto del comodino:

-Come vuoi. Vorrei spuntarmi i baffi. Hai mica visto le forbici, per caso?

Elena, furiosa:

-Impiccati!

 

[Sipario]

Fine.