Tecnologie e restauro.
Un’eccellenza italiana

Estratto dal rapporto Io sono Cultura 2018, realizzato in collaborazione con Fondazione Symbola, Paola De Nuntiis e Alessandro Sardella. Qui il rapporto integrale: http://www.symbola.net/html/article/iosonocultura2018

Tecnologie e restauro[1]

Parlando di patrimonio e guardando all’Italia, è impossibile non pensare all’eccellenza che il nostro Paese ha sviluppato in tema di restauro e tecnologie, soprattutto per quanto riguarda il monitoraggio ambientale e lo sviluppo di innovativi sistemi di pulitura, grazie alla sperimentazione di bio e nanotecnologie, orientate verso soluzioni più sostenibili per l’opera d’arte, la salute degli operatori e l’ambiente. Tuttavia, I numerosi spin-off nati in quest’ambito, sia per la diagnostica che per il restauro, nonostante offrano servizi e prodotti d’eccellenza, faticano ad entrare e rimanere nel mercato in assenza di un cluster del settore che superi il frazionamento. In questa direzione vanno alcune iniziative regionali, nazionali ed europee, che cercano di stimolare e incentivare il networking tra i numerosissimi attori pubblici e privati del settore.

L’Italia vanta un primato sia in termini di patrimonio posseduto che di vulnerabilità del territorio ai fenomeni naturali o di origine antropica quali terremoti, frane, eruzioni vulcaniche, alluvioni etc. che spesso si presentano in concomitanza e che ne vincolano fortemente la conservazione e la salvaguardia. Il patrimonio naturale e culturale, tangibile ed intangibile, diffuso sul territorio nazionale costituisce un elemento centrale dell’identità nazionale e la tutela di questo settore risulta strategica per la crescita culturale, sociale ed economica, sia in ambito nazionale che locale. Considerando inoltre la tradizione e la competenza nel campo del restauro, la conoscenza e la conservazione del patrimonio rappresentano una sfida per la società, attraverso l’operato di Università, Enti di ricerca, enti no profit, spin off, PMI, lavoratori autonomi e liberi professionisti che costituiscono nell’insieme un sistema complesso più che una filiera lineare.

Viviamo in una società sempre più tecnologica e digitale, orientata verso una visione smart, e tutto il settore del Patrimonio Culturale ne è coinvolto. Le nuove tecnologie sono state percepite inizialmente, e soprattutto in ambito museale, con riserva e sfiducia, per i costi elevati dei dispositivi e per il timore di mettere a rischio le proprie collezioni. Negli anni ’90 si è assistito, a partire dai musei d’arte contemporanea, ad una integrazione della cultura digitale a supporto di quella classica, come strumento di contenuti e di conoscenza, permettendo da una parte di attirare i più giovani, dall’altra di arricchire l’esperienza dei visitatori tradizionali, con un coinvolgimento nuovo e con il potere universale delle immagini. L’avvento di questi nuovi strumenti non ha riguardato però solo il settore della comunicazione e della valorizzazione, ma ha coinvolto fortemente anche quello conservativo e gestionale. Oggi è possibile infatti realizzare il monitoraggio ambientale, in un qualsiasi museo, sito archeologico, complesso monumentale, ipogeo etc. attraverso una rete wireless di sensori per la misura integrata dei parametri microclimatici (temperatura e umidità relativa), particolato, illuminamento, bioaerosol e gas, fortemente personalizzata sulla base della tipologia di patrimonio conservato, del numero di visitatori, della gestione degli impianti di riscaldamento e/o condizionamento, dei protocolli di pulizia ecc. La gestione remota e l’archiviazione con accesso dedicato a mezzo portale web permette di visualizzare in qualsiasi luogo ed in tempo utile i dati sul proprio dispositivo e di ricevere eventuali segnali di allerta o allarme. L’idea iniziale finanziata da IBC (Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali) e sviluppata da CNRISAC (progetto MUSA) è stata implementata con la collaborazione di OperaPro “sezione artistica” di Pegasoft (BO). Su questo modello la rete di monitoraggio ambientale per la conservazione preventiva voluta dall’OPAOpera Primaziale Pisana, e realizzata da CNR-ISAC e Pegasoft ha permesso, attraverso il monitoraggio continuo e la realizzazione di un sistema previsionale dei fenomeni di condensa, di ricollocare nelle pareti del Camposanto monumentale di Pisa il ciclo pittorico di Buonamico Buffalmacco recentemente restaurato. E’ stato appositamente progettato e sperimentato un impianto di retro riscaldamento dell’affresco che si attiva in automatico quando il sistema previsionale sopramenzionato segnala il sopraggiungere di condizioni di rischio di formazione rugiada[2]. L’esiguo innalzamento della temperatura impedisce la formazione di condensa sulla superficie affrescata e l’attivazione dei processi di degrado ad essa correlati. Si tratta di un sistema anticondensa unico al mondo e rappresenta l’eccellenza italiana in quanto utilizza sensoristica di precisione LSI LASTEM (MI) e tessuti tecnologici, realizzati con fibra di carbonio, sviluppati da Studio Progetti Battiston (PD) e mai utilizzati nel settore dei beni culturali.

Gli affreschi del Camposanto sono stati oggetto di ulteriore sperimentazione nell’impiego di biotecnologie microbiche, messe a punto dall’Università del Molise, che usano cellule batteriche vitali come bio-pulitori per eliminare la colla animale e la caseina utilizzata nei restauri precedenti, senza danneggiare il colore originale degli affreschi[3]. La ricerca sulla biopulitura ha utilizzato, in diversi contesti, microrganismi e suoi prodotti quali funghi e batteri (Università del Molise, Università di Milano), alghe (Università di Tor Vergata) ed enzimi proteolitici derivanti da organismi marini (Università di Palermo). Processi biotecnologici sono stati inoltre brevettati dall’ENEA, per la rimozione da oggetti d’arte o pitture murali dei depositi coerenti organici e inorganici, utilizzando ceppi batterici originali, selezionati dalla collezione ENEA-Lilith, immobilizzati in un gel inerte. Le applicazioni sono state sperimentate, su diverse matrici, a Roma sulle statue di marmo della Galleria di Arte Moderna, nei dipinti della Casina Farnese, sugli affreschi della Cappella Sistina e sulle fontane dei Giardini del Vaticano. In quest’ultimo sito, i professionisti dei Musei Vaticani hanno sperimentato, inoltre, l’uso degli oli essenziali nel restauro del materiale lapideo. Tutti i sistemi green menzionati possono fungere, al momento, da supporto ai metodi tradizionali di restauro, soprattutto quando questi ultimi risultano pericolosi per l’opera d’arte, per la salute degli operatori e per l’ambiente.

Dalle biotecnologie alle nanotecnologie il passo è breve: anche in questo ambito l’eccellenza messa in campo dal nostro Paese è tale da aver permesso ad istituzioni di prestigio mondiale come la Tate di Londra di restituire la colorazione originale delle opere di Roy Lichtenstein, uno dei padri della Pop Art, grazie ad un idrogel chimico che non lascia residui sulle superfici trattate, sviluppato dal Consorzio Interuniversitario italiano CSGI Florence.

I numerosi spin-off nati in quest’ambito, sia per la diagnostica che per il restauro, come AlgaRes (Università di Tor Vergata) che fornisce servizi di valutazione del danno da biodeterioramento per contrastare la crescita di microorganismi fototrofi su monumenti collocati all’esterno e Micro4u (Università di Milano) che aveva brevettato un prodotto a base di batteri solfato-riduttori in grado di rimuovere dalle superfici lapidee di edifici e statue le croste nere di origine solfatica che deteriorano i monumenti collocati all’aperto, offrono servizi e prodotti d’eccellenza che faticano però, senza il sostegno accademico, a rimanere nel mercato (vedi Micro4u), in assenza di una rete che superi il frazionamento.

Supporto in questa direzione può essere fornito da iniziative come quelle messe in campo dalla Regione Emilia Romagna, attraverso ASTER, unico acceleratore dell’innovazione a livello nazionale, e la Rete Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna, che mette a disposizione Laboratori di Ricerca industriale e Centri per l’Innovazione, localizzati nei Tecnopoli per fornire alle imprese competenze, strumentazioni e risorse per lo sviluppo. Il TekneHub (FE) è un esempio di tecnopolo specifico per il patrimonio culturale e ambientale che offre servizi di conservazione, diagnostica e restauro dell’opera d’arte e della struttura architettonica. Altra modalità per supportare le imprese è la realizzazione dei Clust-ER, associazioni di centri di ricerca, imprese, enti di formazione e di trasferimento tecnologico che favoriscono la progettualità condivisa e promuovono la partecipazione a bandi e programmi di finanziamento nazionali ed internazionali nei 7 settori più rilevanti per l’economia regionale, individuati dalla S3 (Smart Specialization Strategy) della Regione Emilia Romagna. Le imprese emiliano romagnole, attive nel comparto della tecnologia e restauro del settore patrimonio culturale, possono, ad esempio, trovare interesse, a vario titolo, in 3 delle 7 associazioni/Clust-ER: BUILDEdilizia e Costruzione, CREATEIndustrie culturali e creative e INNOVATEInnovazione dei servizi.

In ambito nazionale TICHE Technological Innovation in Cultural Heritage è il Cluster tecnologico corrispondente all’area di specializzazione delle tecnologie per il patrimonio culturale (PNR 2015-2020 e SNSI). L’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa ne è il capofila e vi partecipano tutti i grandi player nazionali: CNR, ENEA, INGV, Università IBM, Telecom e Mediaset.

Nel contesto delle opportunità disponibili, merita di essere menzionata, la creazione dell’unica infrastruttura di ricerca europea sulla Scienza del Patrimonio, finanziata dalla Commissione Europea, costituita da laboratori e strumentazioni, fisse o mobili, all’avanguardia e di servizi di training distribuiti in tutta Europa e che permettono, alle imprese e ai ricercatori, di accedere a strumenti tecnologici, metodologie innovative e dati. L’infrastruttura E-RIHS – European Research Infrastructure for Heritage Science, guidata dal CNR, vede il coinvolgimento di: MISE, MIUR, MiBACT, INFN, ENEA, OPD, INSTM e molte Università italiane. Proprio nel contesto della Scienza del Patrimonio, il CNR si candida ad assumere un ruolo centrale per la ricerca, non solo in campo nazionale, con la costituzione del nuovo ISPaCIstituto di Scienza per il Patrimonio Culturale a seguito della riorganizzazione degli istituti che si occupano specificatamente di questo settore (IBAM, ICVBC, ITABC, ISMA).

L’esigenza di una stretta collaborazione pubblico-privato in piccola scala e su proposte progettuali concrete, nel settore dei Beni Culturali, è stata al centro della call europea JPI-JHEP del 2013, che in ambito italiano richiedeva anche la presenza di PMI nel partenariato. Nel progetto EMERISDA, ad esempio, la valutazione dell’efficacia dei metodi testati contro l’umidità di risalita capillare negli edifici è stata realizzata anche grazie alle informazioni relative alle diverse fasi del processo di intervento delle PMI coinvolte, DIASEN (AN) e Restauri Speciali (FM): sviluppo dei metodi, sopralluogo e indagine sugli edifici, dispositivi e modalità di applicazione, esecuzione reale dell’intervento.

Eventi pubblici come le fiere e workshop tematici sono un’ulteriore occasione di incontro. In questo contesto l’evento fieristico istituzionale annuale di riferimento è il Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali realizzato in collaborazione con il MiBACT. TECHNOLOGY for ALL è l’iniziativa fieristica maggiormente dedicata alla diffusione di tecnologie per il territorio, i beni culturali e le smart city. L’edizione del 2018 punta alle tecnologie innovative ed in particolar modo all’HBIMHeritage Building Information Modeling, finalizzato alla manutenzione programmata, con l’impiego di tecnologie di scansione (laser scanner e fotogrammetria) e monitoraggio delle strutture per la messa in sicurezza del patrimonio culturale danneggiato dai terremoti. L’interferometria satellitare utilizzata nel progetto europeo JPICH PROTHEGO – PROTection of European Cultural HEritage from GeO – hazards, permette ad esempio di monitorare, con grande precisione, l’instabilità dovuta a rischi geologici (frane, terremoti, erosione, etc) e a deformazioni strutturali dei 400 Siti Unesco europei, naturali e culturali. Il progetto è stato coordinato da ISPRA ed ha visto la partecipazione dell’Università di Milano Bicocca. In Italia la validazione della metodologia è stata condotta a Pompei e nel centro storico di Roma. PROTHEGO, terminato nel 2018, permetterà di identificare, valutare e monitorare i rischi geologici con l’obiettivo finale di pianificare gli interventi di manutenzione e recupero sulle strutture, ma soprattutto di rafforzare la fase di preparazione agli eventi catastrofici. Per concludere la panoramica degli eventi volti a incentivare il networking vanno menzionati, infine, i numerosi corsi, congressi e workshop, promossi, oltre che da associazioni ed enti già noti nel settore, anche da nuovi attori che coinvolgono le figure professionali e gli operatori del settore: YoCoCu – Youth in Conservation of Cultural Heritage, la rete di giovani professionisti sostenuta dall’esperienza dei senior, GRU – Gruppo Restauratori Uniti e ANEDbc – Associazione Nazionale degli Esperti di Diagnostica e di Scienze e Tecnologie Applicate ai beni culturali.

Per quel che riguarda le politiche sul cambiamento climatico (IPCC 2014), il patrimonio culturale viene semplicemente menzionato, anche se la sua salvaguardia dai disastri naturali e antropogenici riveste grandissima importanza. Nel contesto internazionale emerge la Strategia Italiana di Adattamento ai Cambiamenti Climatici[4], sulla base della quale è attualmente in fase di sviluppo il Piano Nazionale di adattamento (PNACC). La strategia fornisce una prospettiva strategica sulle misure di adattamento, identifica i principali processi di degrado dei materiali del Patrimonio Culturale outdoor e propone l’adozione del monitoraggio ambientale come strumento fondamentale per la conservazione preventiva. In accordo con la Priorità 4 del Quadro Sendai, accordo internazionale adottato nella 3° Conferenza internazionale delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio da disastri (2015-2030), l’uso dei dati e delle informazioni satellitari del programma Europeo di osservazione della terra Copernicus (COSMO-SkyMed) dovrebbe essere promosso per monitorare e valutare il potenziale impatto dei disastri sul patrimonio culturale[5]. Si presenta quindi uno scenario ricco di possibilità per le figure professionali che forniscono servizi di diagnostica, manutenzione e monitoraggio in tutte le sue declinazioni, gestione ed elaborazioni Big ed Open Data e per realtà aziendali che, come LibraRisk (BS) fornisce avvisi e servizi di allerta per la comunicazione del rischio attraverso applicativi tecnologici, e 3D Research (CS, spin off Università della Calabria), che sviluppa sistemi tecnologici, come immersione virtuale e esplorazione subacquea aumentata, per la conservazione di siti archeologici sommersi.

L’anno europeo della cultura (EYCH2018), nato su iniziativa italiana, è anche l’occasione per richiamare l’attenzione sulle opportunità future legate al patrimonio culturale, alle sfide che si vogliono affrontare per tutelare e valorizzare il patrimonio culturale, nella sua eccezione più ampia, compreso il paesaggio.

Parlando di restauri, impossibile non rilevare la tendenza di questi anni: un numero crescente di aziende italiane sta utilizzando gli sgravi concessi dall’Art Bonus per finanziare opere di restauro del patrimonio storico artistico che rende l’Italia un paese unico al mondo, vista l’ampiezza e diffusione nel suo territorio. Secondo i dati ministeriali diffusi ad inizio anno, hanno beneficiato di questa misura 1.100 enti, per 1.300 interventi e oltre 200 milioni di euro sono stati raccolti da 6.000 mecenati. Anche i dati di Io sono Cultura 2018 confermano che più di un terzo della spesa turistica italiana è attivato dal Sistema Produttivo Culturale e Creativo. Ma l’arte non è solo uno dei traini principali del turismo e dell’economia di diversi territori italiani, ma anche leva per la felicità, riuscendo a stimolare un forte senso di identità e coesione sociale. Tema non marginale, se anche l’Economist britannico ha affermato che la filosofia per il 2018 è quella che riconosce la necessità di esperienze capaci di darci benessere e non solo denaro per renderci felici. Per questo motivo, numerose sono le storie di mecenatismo aziendale: da noni del lusso a quello di grandi gruppi come Bulgari, Ferragamo, Cucinelli, Assicurazioni Generali e Unicredit, a nomi di aziende di dimensioni più ridotte. Particolarmente sensibile e partecipe è il mondo del vino italiano. Tra gli interventi più recenti c’è, ad esempio, il restauro dei Grandi francescani di Benozzo Gozzoli, del Museo San Francesco di Montefalco, finanziato da Le cantine Caprai. Con il progetto Caprai4love, la maison del Sagrantino dimostra grande attenzione per il proprio territorio, attraverso il recupero delle bellezze artistiche. Marco Caprai, ispiratore di queste scelte, lascia intravedere anche un possibile intervento ulteriore per il futuro, magari insieme ad altri mecenati, visto il rilevante impegno economico e la consapevolezza che quella della bellezza è la strada per rilanciare l’Umbria, il suo straordinario patrimonio di bellezze artistiche e l’economia regionale. Dall’Umbria alla Toscana, dove Gnudi Angelini, titolare delle aziende Caparzio e Altesino a Montalcino, collabora da 12 anni con l’associazione Civita attraverso il progetto Vino Civitas: un’etichetta dedicata e una serie limitata di vini delle sue aziende in difesa del patrimonio artistico italiano. Le bottiglie sono cedute sottocosto all’associazione che, grazie alla differenza col prezzo finale praticato ai soci, riesce ogni anno a finanziare un intervento di restauro. Gli oltre 150mila euro raccolti dal Vino Civitas hanno finanziato 12 progetti di restauro scelti con l’associazione, che hanno riguardato, fra gli altri, la Madonna delle Grazie del Perugino, la Madonna col Bambino di Gentile da Fabriano, il San Girolamo penitente del Romanino e 23 urne funerarie etrusche. E rivolto al mondo delle piccole e medie imprese e del micro-mecenatismo sono le interessanti iniziative del Parco Archeologico di Paestum: il Circolo Anthena e Adotta un blocco di mura. Tra le aziende che hanno aderito al primo progetto, che ha l’obiettivo di raccogliere fondi per il restauro della facciata occidentale del tempio di Athena, due piccole medie imprese locali: la famiglia Pagano, che gestisce tre hotel nelle vicinanze del parco archeologico e un’azienda agricola (la San Salvatore 1988); l’altra è la famiglia Barlotti proprietaria di un noto caseificio a Paestum. Mosso dalla convinzione che i grandi mecenati sono più propensi ad intervenire se c’è una comunità locale che ci crede, con il progetto Adotta un blocco, chiunque può devolvere 50 euro l’anno per finanziare il restauro di un pezzo dei 5 chilometri di mura antiche, il cui restauro conservativo è al momento una delle prime voci del budget del Parco Archeologico di Paestum. Si fa strada quindi la convinzione anche in Italia che il mecenatismo sia un’occasione di intrecciare e consolidare il rapporto con il proprio territorio.

[1] Realizzato in collaborazione con Paola De Nuntiis – Ricercatrice CNR-ISAC e Alessandro Sardella Collaboratore CNR-ISAC (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, Gruppo di Ricerca “Rischi naturali, ambientali e antropici del patrimonio culturale”).

[2] Mandrioli P., Fernandez D., De Nuntiis P., Branzanti L. (2013): Il monitoraggio assistito per la conservazione preventiva dei beni culturali: dal progetto all’applicazione. In: Prima, durante … invece del restauro. Ed. Il Prato, Padova. Pgs. 77-85. ISBN 978-88-6336-206-0.

[3]Ranalli G., Zanardini E., Andreotti A., Colombini M.P., Corti C., Bosch-Roig, P., De Nuntiis P., Lustrato G., Mandrioli P., Rampazzi L., Giantomassi C. & Zari D. (2018): Hi-tech restoration by two steps biocleaning process of Triumph of Death fresco at the Camposanto Monumental Cemetery (Pisa, Italy). Journal of Applied Microbiology, DOI: 10.1111/jam.13913.

[4] Castellari S., et al. (2014) Elementi per una Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Roma, 239 p. ISBN 9788887728071.

[5] Bonazza A., Maxwell I., Drdácký M., Vintzileou E., Hanus C., Ciantelli C., De Nuntiis P., Oikonomopoulou E., Nikolopoulou V., Pospíšil S., Sabbioni C., Strasser P. (2018) Safeguarding Cultural Heritage from Natural and Man-Made Disasters A comparative analysis of risk management in the EU. ISBN 978-92-79-73945-3 DOI:10.2766/224310 (catalogue) NC-05-17-059-EN-N. 207 pp.