L’archeologia
fatta dagli archeologi

Nessuna disciplina come l’archeologia è adatta a raccontare storie. Provate a passeggiare per le teche di un museo, oppure tra la carne viva di uno scavo mentre un gruppo di archeologi spennella con delicatezza un paio di orecchini di una signora etrusca. Chi era quella donna? Come le sono caduti gli orecchini? E se invece li avesse seppelliti lei, perché nessuno potesse trovarli? Storie. Piccoli e grandi problemi di persone comuni, di re, perfino di animali.

Luigi Malnati, Soprintendente Archeologo dell’Emilia-Romagna si è occupato nella sua carriera di centinaia di scavi in tutta Italia, contribuendo con passione e competenza instancabili ad alcuni dei ritrovamenti più importanti dell’epoca contemporanea. Già autore di quasi centocinquanta pubblicazioni, il 20 dicembre 2018 è stato il primo firmatario di un appello accorato che noi di MEMO abbiamo deciso di sostenere con tutte le nostre energie. Perché anche noi siamo convinti che solo gli archeologi possano narrare certe storie, in luogo di “presunti manager tuttologi” privi di specializzazione. Storie che non possono, né devono, smettere di venire raccontate.

Abbiamo chiesto a Malnati di raccontarci il perché di questo appello. A seguire il testo integrale che vi invitiamo a sostenere. Per aderire inviate una mail con il vostro nome e qualifica all’indirizzo: appelloarcheologia@gmail.com

 

L’ARCHEOLOGIA FATTA DAGLI ARCHEOLOGI

di Luigi Malnati

L’appello che gli ultimi tre Direttori Generali all’archeologia hanno sottoscritto il 20 dicembre scorso, insieme ad altri dieci ex soprintendenti, tra cui spiccano personalità come Adriano La Regina, già Soprintendente di Roma e Piero Guzzo, già Soprintendente di Pompei, intende richiamare l’attenzione degli archeologi sulla grave situazione venutasi a creare in Italia a seguito della riforma organizzativa realizzata nel Ministero per i Beni Culturali dal Ministro Franceschini tra il 2014 e il 2016.

L’appello, in meno di venti giorni, ha ricevuto l’adesione di oltre mille archeologi italiani e stranieri. Fra questi (per non citarne che alcuni) Bruno D’Agostino, Salvatore Settis, Paolo Sommella, Eugenio La Rocca, Fausto Zevi (ma anche personalità poliedriche come Vittorio Sgarbi, Valerio Massimo Manfredi, Umberto Broccoli), e soprattutto centinaia di archeologi che prestano servizio attivo come funzionari nelle Soprintendenze e nei Musei civici archeologici o come archeologi professionisti nelle attività di archeologia preventiva (circa il 90% degli scavi che si svolgono in Italia). Praticamente un plebiscito.

Quali le motivazioni dell’appello? Alla base di tutto c’è la mancanza di un ruolo istituzionale per l’archeologia. Le Soprintendenze specialistiche, in particolare quelle ai Musei di antichità e agli scavi esistevano dal 1904, create dai governi liberali della Destra Storica. Col tempo, in oltre un secolo si erano consolidate, divenendo centri di ricerca a livello per lo più regionale, costituendo e concentrando depositi per i materiali, laboratori di restauro, biblioteche specializzate, documentazioni d’archivio relative a scavi e segnalazioni. Proprio il legame tra Soprintendenze che scavano e Musei che devono esporre i reperti era stato individuato per l’archeologia come indispensabile. Con la riforma Franceschini questo legame tra tutela, scavi e valorizzazione dei reperti è stato spezzato.

Il Museo archeologico vive dei continui aggiornamenti determinati dalla ricerca sul territorio, tanto che anche le collezioni dei numerosi Musei civici sono costituite dai materiali provenienti dagli scavi che le soprintendenze hanno concesso in deposito. Se questo collegamento viene a mancare le collezioni dei Musei archeologici rischiano il “congelamento”.

La stessa riforma Franceschini ha dovuto contraddirsi assegnando compiti specifici di tutela (ad esempio per la valutazione dei prestiti di beni archeologici per esposizioni o per la manutenzione delle aree archeologiche) ai Direttori dei Musei e dei Parchi archeologici. Cosa sono infatti i Parchi archeologici di Pompei o di Ostia se non le vecchie Soprintendenze Archeologiche di Pompei e Ostia, dal momento che assumono compiti di tutela, ricerca e valorizzazione?

Lo smembramento delle Soprintendenze Archeologiche nelle Soprintendenze Uniche, di solito di estensione inferiore, ha privato molti uffici degli strumenti indispensabili per svolgere i compiti relativi all’archeologia (rimasti in sedi centrali ridotte a uffici distaccati o addirittura assorbite da altre realtà amministrative) e le ha sciolte del collegamento con i Musei Nazionali, ora divenuti autonomi o passati agli eterogenei Poli museali regionali, così come le aree archeologiche “strutturate” (cioè dotate di custodi e bigliettazione).

Presso i Musei erano spesso concentrati depositi e strutture indispensabili alla gestione dei materiali archeologici e in alcuni casi (Villa Giulia, Taranto, Reggio Calabria, Napoli, Firenze) le Soprintendenze Archeologiche avevano la loro sede nel Museo stesso. Inoltre, su un territorio ridotto, i compiti di tutela relativi all’archeologia risultano fortemente minoritari rispetto a quelli di carattere architettonico e paesaggistico, nei quali il Soprintendente Unico è prevalentemente impegnato (non a caso le Soprintendenze Archeologiche avevano carattere regionale rispetto alle altre). Non dimentichiamo però che alle cosiddette Soprintendenze Uniche fanno oggi necessariamente capo tutti quei monumenti e aree archeologiche lasciati visibili fuori terra dopo gli scavi (e quindi per legge proprietà dello Stato), ma non “strutturati”, che, in mancanza di finanziamenti dedicati, rischiano l’abbandono, salvo che non siano stati affidati (il che non avviene spesso) agli enti locali.

Gli archeologi sottolineano inoltre problemi di fondo: anche in una Soprintendenza Unica le istruttorie sono separate e hanno tempistiche diverse. Le valutazioni relative alle procedure di archeologia preventiva, ad esempio, devono essere svolte in sede di progetti di fattibilità, quelle di carattere paesaggistico o architettonico in fase di progettazione definitiva. In realtà, attualmente nelle Soprintendenze Uniche le procedure non si unificano, ma si svolgono separatamente, creando confusione e rallentamenti, anziché, come si sarebbe voluto, semplificando le procedure.

L’appello tocca anche il problema delle nomine “politiche” dei Direttori dei Musei e dei Parchi autonomi, non selezionati tramite concorsi pubblici, ma, come ha riconosciuto pochi giorni fa la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un partecipante a una selezione per la Direzione dei Musei di Napoli, Taranto e Reggio Calabria, nominati “per scelta fiduciaria” del Ministro o del Direttore Generale dallo stesso nominato. Il che, in teoria, potrebbe significare che, per correttezza, col cambio di Ministro i prescelti dovrebbero offrire le proprie dimissioni.

Cosa vogliono i firmatari?

Rendendosi conto dell’impossibilità di un ritorno all’organizzazione precedente al Ministero Franceschini, si chiede, nel prendere atto del fallimento della riforma per quanto riguarda l’archeologia, il ripristino delle Soprintendenze o comunque di Uffici specifici diretti da dirigenti archeologi, in grado di valutare le diverse opzioni relativamente alla possibilità di privilegiare lo scavo rispetto alla conservazione dei contesti; alle Soprintendenze all’archeologia devono necessariamente fare riferimento Musei e aree archeologiche, attualmente inseriti nei cosiddetti Poli Museali, uffici del tutto eterogenei, cui fanno anche capo pinacoteche, monumenti di vario tipo, castelli, talvolta biblioteche, forse l’invenzione più controversa della riforma. Nel caso dell’archeologia la valorizzazione è indissolubilmente legata all’attività sul campo: si può eventualmente studiare il metodo più efficace per separare le funzioni all’interno degli uffici.

Personalmente non so se questo sia possibile: quello che è certo è che la situazione dell’archeologia è quella denunciata. È quindi opportuno innanzitutto fermare lo smembramento degli uffici archeologici e ripensare la riforma, cercando di recuperare le finalità positive (maggiore autonomia dei Musei, stretta collaborazione tra le diverse professionalità), ma calandole nella realtà concreta del territorio, basando l’organizzazione degli uffici su una conoscenza approfondita delle necessità funzionali e delle diverse situazioni. Una riforma così radicale non può avvenire (e in realtà non è stata) “a costo zero”.

È indispensabile, a mio avviso, ripristinare la divisione delle Direzioni Generali separate sulla base delle competenze, in grado di fornire alle Soprintendenze linee guida e strategie nazionali coerenti. Quanto a Musei autonomi e Parchi archeologici, credo sia necessario che il sistema di selezione dei direttori “fiduciari” sia sostituito da veri e propri concorsi pubblici. Come disse subito dopo la sua nomina il Ministro Bonisoli, non è importante che i Direttori siano italiani o stranieri, l’importante è che siano bravi. E quindi devono essere scelti, da persone competenti, per la loro competenza.

 

APPELLO AGLI ARCHEOLOGI

“A più di due anni dalla attuazione della “seconda fase” della riforma organizzativa attuata da Franceschini sul Ministero per i Beni Culturali si può affermare senza reticenze e dubbi che, almeno per quanto riguarda l’archeologia, essa è fallita e sta producendo risultati devastanti.

È possibile che lo stesso risultato negativo riguardi anche altri settori del Ministero, ma in quanto archeologi ci vogliamo occupare della nostra disciplina, a grave rischio di delegittimazione.

Di seguito elenchiamo lo stato dei fatti, oggettivi, che non crediamo possano essere smentiti.

1 – Le Soprintendenze uniche hanno un’estensione territoriale super provincilliuale, mentre le Soprintendenze archeologiche soppresse avevano quasi sempre estensione regionale; gli uffici sono quindi stati smembrati sia a livello del personale che delle strutture organizzative e scientifiche, con la conseguenza che molte Soprintendenze mancano degli strumenti adeguati (biblioteche, laboratori, archivi, depositi di materiali) per svolgere il lavoro di tutela a livello almeno accettabile; in altri casi questi strumenti sono stati atrofizzati e limitati a appendici di altri uffici.

2 – Il patrimonio archeologico non è costituito solo dai monumenti visibili e dai reperti conservati nei musei, ma dai contesti conservati nel sottosuolo di tutte le città e in molti insediamenti del territorio. La tutela di questo patrimonio inestimabile, ma non inesauribile, dipende nei casi di scavi estensivi realizzati per opere pubbliche e private (parcheggi, fognature, gallerie, cave…) da scelte di conservazione o di scavo che dipendono da valutazioni scientifiche la cui responsabilità non può ricadere che su un dirigente archeologo (e non su altre professionalità o su presunti manager tuttologi). La sottovalutazione delle competenze specifiche in materia archeologica ha già provocato la diminuzione statistica degli scavi di archeologia preventiva[1] con il rischio duplice e opposto della perdita irreversibile di contesti archeologici e di rallentamenti e fermi di lavori programmati per rinvenimenti archeologici imprevisti o non sufficientemente valutati.

3 – Lo scollamento delle Soprintendenze dai musei e dai principali parchi archeologici, oltre a privare la tutela archeologica dei suoi maggiori strumenti di ricerca e promozione riducendola ad un puro esercizio burocratico finalizzato al mero rilascio di pareri secondo la prevalente prassi del settore architettonico-paesaggistico, ha provocato molteplici problemi operativi, a cominciare dalla destinazione dei reperti provenienti dai nuovi scavi, spesso collocati in depositi di fortuna, per la mancanza da parte di molte Soprintendenze di magazzini (rimasti nella sede centrale) e per la perdita dei depositi dei Musei Nazionali e delle aree archeologiche, ora appartenenti ai Poli o a Istituzioni Autonome, dipendenti da una Direzione diversa da quella delle Soprintendenze; per non dire della confusione di ruoli portata dalla riforma all’interno del Mibac, nei confronti dei Musei Civici e della cittadinanza, al di là della buona volontà dei singoli. Si ricorda, per chi non ne fosse consapevole, che i Musei Archeologici vivono grazie al continuo rapporto col territorio e con i nuovi apporti degli scavi, se no si “congelano”, come sta avvenendo (molto spesso anche grazie a Direttori che archeologi non sono).

Non ci si dilunga sui molti altri aspetti negativi della Riforma per l’archeologia, che sono ben chiari a tutti gli addetti ai lavori in buona fede, al di là del clamore, enfatizzato ad arte, di alcune scoperte casuali o meno, che non compensano in ogni caso la rinuncia ad una politica di tutela attiva e programmata. Si rileva che l’annullamento delle competenze specifiche lungi da un’opportuna semplificazione delle procedure, in realtà provoca rallentamenti nelle decisioni, da parte di responsabili che non possiedono tutte le conoscenze necessarie e da organi collegiali spesso incompleti dal punto di vista delle diverse professionalità.

Crediamo sia assolutamente necessario, prima che la situazione degeneri ulteriormente:

1 – procedere al ripristino di Uffici di Soprintendenza autonomi esplicitamente dedicati alla archeologia, che esercitino insieme funzioni di tutela, ricerca e valorizzazione, ripristinando le sedi originarie

2 – ripristinare la Direzione Generale Archeologia che garantisca coordinamento e omogeneità di azione a livello nazionale per quanto riguarda la tutela e aspetti specifici di rilievo nazionale come l’archeologia subacquea e la numismatica

3 – riaccorpare alle Soprintendenze archeologiche i Musei Archeologici e le aree archeologiche non autonome

4 – per la direzione dei più importanti musei e parchi archeologici si chiedono concorsi pubblici con commissioni di esperti in archeologia e non generiche selezioni svolte da un’unica commissione eterogenea, che demanda la decisione finale al Ministro o a un Direttore Generale dal Ministro nominato.

5 – garantire con regolamenti specifici la qualità, la dignità, i diritti scientifici e le responsabilità degli archeologi professionisti e degli archeologi che operano all’interno delle amministrazioni pubbliche,   attraverso il possesso dei necessari requisiti universitari.

 

[1] Dai dati preliminari raccolti dall’associazione Archeoimprese, e non definitivi (verranno presentati ufficialmente a febbraio) risulta dall’inizio della riforma, in modo differenziato a seconda delle soprintendenze un calo delle pratiche di archeologia compreso tra il 45 e il 55%”

 

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