MAAT.
Vivere l’arte attraverso la realtà aumentata

L’intervista è parte del report “Museum of the Future” realizzato da Symbola, in collaborazione con Melting Pro, per il progetto europeo Mu.SA.

 

MAAT Museum of Art, Architecture and Technology

 

“Questa è una delle sfide più grandi dell’arte contemporanea: fino ad ora, i mezzi tradizionali utilizzati, come i testi sintetici dei pannelli esplicativi, hanno cercato di spiegare agli utenti il lavoro dell’artista, la sua personale idea di arte, le idee cui l’artista ha voluto dare forma con la sua opera. Riuscire a trasferire queste informazioni con mezzi più intuitivi e tangibili è la vera sfida, che lo sviluppo delle tecnologie digitali rinnova. La realtà aumentata può avere un ruolo rivoluzionario in questo, riuscendo a far “vivere” le opere d’arte in maniera del tutto nuova e unica”.

Pedro Gadanho

Director of MAAT, Previously was a curator of contemporary architecture at the Museum of Modern Art, New York

 

  1. Dove sta andando il museo del futuro?

Il passaggio al digitale apre nuove opportunità e nuove criticità, che riguardano sia il mondo della produzione artistica, che quello della fruizione. In riferimento alla produzione, la mia pregressa esperienza al Dipartimento di Architettura e di Design presso il MOMA di New York è illuminante. In quegli anni, io e la mia squadra di lavoro ci siamo lungamente interrogati su una questione che a mio avviso sarà sempre più stringente nel prossimo futuro, per molti musei nel mondo: come assicurare la conservazione dei dati riguardo i progetti digitali? L’architettura, infatti, forse più di altri settori creativi, ha vissuto una rapida transizione dalla carta al digitale, per quanto riguarda le modalità di lavoro. Per questo, ci siamo ritrovati ad affrontare questa necessità, prima di altri. E quello che è emerso con evidenza è che poche istituzioni culturali sono oggi in grado di rapportarsi a questo tipo di problematiche. Guardando a quelle poche che si sono mosse per tempo, come il Canadian Centre for Architecture, è evidente che le difficoltà riguardano non solo la predisposizione di nuove modalità di raccolta e conservazione dei dati, ma anche il continuo aggiornamento dei software necessari, evitando di perdere dati nel trasferimento continuo delle informazioni. Se oggi vuoi produrre un marmo in 3D e inserirlo nella collezione digitale, è necessario garantire il trasferimento e l’archiviazione dei dati, ma anche i mezzi necessari per la sua presentazione al pubblico nel lungo termine, ossia quando il curatore che lo ha voluto, non ci sarà più. Trovo davvero interessanti e sfidanti queste questioni che in futuro diverranno sempre più centrali. Forse non nell’immediato nell’arte contemporanea o nelle arti tradizionali, dove gli artisti lavorano perlopiù ancora con mezzi “tradizionali”: dalla carta alla scultura, dalla fotografia al video, ossia media con cui si ha a che fare da diverso tempo. Man mano che il numero degli artisti che utilizzano i mezzi digitali per la realizzazione delle proprie opere crescerà, allora queste problematiche diverranno sempre più importanti. Per quanto invece riguarda la fruizione, sono un po’ critico per quel riguarda il trend che sta prendendo piede in alcuni progetti, tra cui quello portato avanti da Google, per esempio: mi trovano al Google Cultural Lab a Parigi, quando sono cominciati i lavori per cercare di riprodurre l’esperienza di visita in un museo, per chi non ha la possibilità di farlo fisicamente. Non credo sia possibile sostituire la sensazione che si prova nel girovagare dentro un museo, mettendo in relazione le opere esposte, attraverso un’interfaccia virtuale. Stessa cosa vale per tutte quelle piattaforme virtuali che, a mio avviso, vanno viste come un mezzo interessante per rafforzare e arricchire l’esperienza avuta all’interno del museo, ma che non credo potranno mai sostituirsi interamente ad essa. Il fatto che queste questioni siano oggi al centro del dibattito e che molte istituzioni investono energie e risorse nella realizzazione di esperienze di questo tipo, dimostra che oggi questo è il trend. Ma in futuro, credo si arriverà ad un altro livello di discorso e ci si concentrerà maggiormente sul tipo di esperienza generata dal modo di lavorare dell’artista e sulle possibilità che il digitale offre per trasferire queste informazioni al pubblico.

 

  1. In che termini il digitale sta cambiando questa istituzione culturale?

Il lavoro in generale è stato ampiamente modificato dall’era del digitale, al punto che nemmeno ci ricordiamo com’era prima del suo avvento, 10-15 anni fa. Solo immaginare di aspettare una lettera per l’approvazione di un documento per 6 mesi, o di organizzare un meeting contattando le persone solo tramite telefono fisso e fax sembra incredibile! Il digitale ha decisamente accelerato la velocità nei nostri luoghi di lavoro: questo è un aspetto della trasformazione digitale che trascuriamo perché questa nuova velocità è oramai parte della nostra vita.

Se invece parliamo di ambiti che non hanno ancora avuto un impatto diretto dalle tecnologie digitali – mi riferisco ad aspetti molto pragmatici del lavoro di un museo,  come l’organizzazione di una mostra, che avviene ancora secondo modalità tradizionali, a meno che non si tratti di una mostra sui nuovi media – allora è necessario rivolgersi a professionalità tecniche specifiche, aggiornate sui cambiamenti incessanti che il mondo dell’immagine e del suono vivono ogni giorno. Questa è un’altra sfida del mondo odierno, perché oggi le cose diventano obsolete in modo molto rapido.

Poi c’è l’aspetto della comunicazione che ha a che vedere con il sito internet e su come il sito possa sostituire o completare l’esperienza del museo. E naturalmente ha a che vedere con i social media, che sempre più hanno un ruolo fondamentale nella percezione del museo e delle sue attività. Nonostante rimanga ancora sbalordito di come la continua ricerca delle luci della ribalta e dell’attenzione del pubblico online, su Facebook o Instagram, a volte non aiutino a comunicare e far apprezzare il lavoro svolto dal museo. L’impatto della cultura digitale, in termini di attività sui social media, può essere molto fuorviante perché permette di distorcere il modo in cui un’opera è apprezzata in un museo, in termini strategici e finanziari. L’impatto immediato sul web a volte è in grado di distorcere il valore effettivo generato da un’opera o da un’attività artistica nel mondo non virtuale. Da questo punto di vista i musei stanno diventando sempre più “populisti”, alla ricerca dell’approvazione del grande pubblico, così come accade nel mondo della politica europea e mondiale degli ultimi anni.

Per quel che riguarda gli sviluppi futuri delle tecnologie digitali nel settore museale, voglio tornare indietro a quello che prima ho solo accennato, ossia al fatto che la realtà aumentata rappresenti uno degli aspetti più interessanti di questa trasformazione in atto. Grazie a questa tecnologia, al posto di leggere le poche frasi esplicative accanto ad un’opera d’arte, oggi è possibile ricevere molte più informazioni sull’opera, attraverso modalità più coinvolgenti, per una lettura più immediata dell’oggetto esposto. I Google Glass ne sono un esempio. I mezzi utilizzati fino ad oggi per avvicinare al mondo dell’arte non permettono alle persone meno addentro a questo mondo di sentirsi davvero coinvolti e di cogliere appieno l’opera e i suoi significati. Questa è una delle sfide più grandi dell’arte contemporanea: fino ad ora, i mezzi tradizionali utilizzati, come i testi sintetici dei pannelli esplicativi, hanno cercato di spiegare agli utenti il lavoro dell’artista, la sua personale idea di arte, le idee cui l’artista ha voluto dare forma con la sua opera. Riuscire a trasferire queste informazioni con mezzi più intuitivi e tangibili è la vera sfida, che lo sviluppo delle tecnologie digitali rinnova. La realtà aumentata può avere un ruolo rivoluzionario in questo, riuscendo a far “vivere” le opere d’arte in maniera del tutto nuova e unica.

Per quanto riguarda la collezione, il MAAT ha appena iniziato il processo di digitalizzazione del suo patrimonio e si approccia da poco a capire come meglio procedere e meglio restituirlo al suo pubblico. L’esperienza al MOMA mi insegna che non si tratta di un processo breve. Al contrario, la sfida è interessante e aperta, perché molti musei stanno digitalizzando le loro collezioni limitandosi ad archiviare un’immagine e la descrizione relativa alle opere del proprio patrimonio. Ma ci sono molte altre informazioni interessanti collegate alle opere da trasmettere al pubblico. Credo che sia un importante aspetto che merita una maggiore attenzione.

Lavoriamo molto dal punto di vista della comunicazione, affinché il MAAT possa contare su un’immagine semplice, aggiornata ai tempi e con una identità riconoscibile dal punto di vista della grafica. Facebook è uno degli strumenti più importanti che stiamo utilizzando, al pari di Instagram, con cui siamo riusciti a valorizzare la bellezza architettonica dell’edificio che ci ospita.

 

  1. Cosa può aiutare i musei ad affrontare la sfida digitale?

Relazionarsi con i partner tecnologici adeguati, perché in possesso del know how e delle competenze specifiche, coinvolgendoli in un dialogo continuo per avvicinarli alle reali esigenze del settore museale, che non ha niente a che vedere con il mondo dell’intrattenimento o delle fiere tecnologiche, dove le persone sono alla ricerca di un altro tipo di esperienza. La tecnologia di cui il museo ha bisogno è quella che riesce a restituire in modo diretto e coinvolgente le informazioni aggiuntive che si accompagnano all’opera d’arte. In parallelo, un numero crescente di artisti sta rivolgendo la propria attenzione all’impatto della tecnologia digitale. Cosa che ci rende molto felici, perché come museo, noi del MAAT siamo molto interessati nel cercare di testimoniare cosa sta cambiando nel mondo della tecnologia e del digitale. Spesso ci capita di esporre nuove tecnologie utilizzate dagli artisti nelle loro opere, ma capita anche di dare spazio a quegli artisti che mettono in luce gli aspetti critici connessi al mondo della tecnologia digitale e al suo utilizzo.

 

  1. Quali sono le figure professionali emergenti legate al mondo digitale di cui i musei hanno oggi bisogno?

Credo che l’interaction designer sia una figura strategica in grado non solo di avere uno sguardo rivolto a tutti i possibili i contenuti generati da un’opera, ma anche di riuscire a declinarli con i mezzi più adeguati, a seconda dell’obbiettivo da raggiungere: dal video a contenuti brevi per Facebook, fino a contenuti più lunghi ed approfonditi per la pagina web. Si tratta di una figura che ha a che fare con il mondo della comunicazione a tutto tondo, operativa soprattutto per quanto riguarda la produzione di contenuti, ma che si trovi anche a suo agio con le competenze tecniche necessarie per dialogare con i diversi media, inclusi i media digitali.

 

  1. Qual è il vostro candidato ideale?

Attualmente affidiamo molti progetti in outsourcing. Ogni opera d’arte affronta diverse questioni e necessita di competenze specifiche, per questo non possiamo permetterci di avere una figura interna completamente dedicata allo sviluppo dei contenuti digitali, oltre a quelle che lavorano sul nostro sito e i nostri social media. Spesso quindi ci rivolgiamo ad un consulente o un producer, con differenti livelli di specializzazione, per rispondere alle problematiche specifiche poste dall’artista. Solo musei della dimensione del MoMa possono permettersi di avere un Direttore della strategia digitale con una squadra dedicata, per la produzione dei contenuti digitali del museo, la scelta dei supporti adatti alla loro conservazione, la selezione del materiale da cui sviluppare la comunicazione sui social e via dicendo.