La mia idea di architettura?
È solo una questione di felicità

Oltre un secolo fa, Walt Withman scriveva di sé: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Parlare con Gianluca Peluffo, che con lo studio adesso sciolto dei 5+1AA insieme ad Alfonso Femia ha disegnato e costruito edifici in tutto il mondo, significa incontrare una autentica e originale poetica della progettazione, un architetto in costante contatto con la materia, la tradizione, la creatività, il paesaggio e il territorio come fonte continua di ispirazione e realizzazione. Vive ad Albissola, dove ha aperto il suo nuovo studio, e la sua appartenenza al mare si sente. È ligure: un ligure vero, di terra e basilico, fisicità e spiritualità, materia e poesia. Usa il termine “genealogia” come narrazione del costruire, contaminazione tra architettura, arte e artigianato. Per capire bene la sua idea di mondo basta guardare come presenta i suoi progetti: legandosi alla tradizione di produzione artistica tipica della sua terra, realizza dei modellini in ceramica e li inserisce nel paesaggio tra studio, terra e mare. Li vede così. Li vuole vedere così. MEMO lo ha incontrato.

Peluffo, proviamo a definire il rapporto fra l’essere architetto, la materia e la sua idea di progettazione?

Nella nostra cultura si parla molto di “diritto alla materia”, del poter esprimere le proprie idee e il proprio spirito tramite la corporeità. Un po’ come nel Rinascimento. Masaccio era un maestro nel saper tenere insieme spirito e anima attraverso il corpo. L’architettura sono idee che si toccano, si vivono. La materia è qualcosa di sentimentale, sensibile, condivisibile.

Lei è ligure e la Liguria è un luogo dove il rapporto fra materia e genius loci è molto evidente.

È una specificità italiana e mediterranea. Più che di genius loci, preferisco parlare di “luogo genealogico”. Luoghi, cioè, che hanno la potenzialità di rinnovarsi nel tempo ed esprimersi sempre in modo nuovo. Luoghi che, altrimenti, non potrebbero esistere e resistere. Luoghi destinati a morire, se non venissero agiti. Per questo bisogna saper lavorare, plasmare e trattare la materia viva di quel luogo.

Perché la materia non è cerebrale o pura astrazione, la materia è fatta di fisicità, saper fare, visione, tradizione, sapienza.

I luoghi, quindi, come teatro di una eterna ricostruzione. Impossibile non citare la famosa definizione di Marc Augé di nonluogo come rifiuto della tradizione e della sua appartenenza al corpo di chi lo abita.

I nonluoghi non creano identità, non mettono in relazione le persone, escludono tutto ciò che è corporeità e matericità, sono solo spazio, idea astratta. Rappresentano in sintesi tutto ciò che io cerco di evitare. Quando si pensa a un intervento c’è necessità invece di radicarsi, dove per radicamento non si intende solo rispetto per il passato, ma l’unica possibilità di avere un’idea di futuro. Il radicamento è sinonimo di innovazione, vitalità e rilettura contemporanea del luogo dove sei chiamato a intervenire. Se non lo fai, quel luogo si spegne e inesorabilmente muore. Per questo i luoghi vanno continuamente creati e ricreati. L’abbandono dell’azione dell’uomo sul paesaggio ha delle conseguenze drammatiche. Una volta che hai agito sulla natura devi prendertene cura, non puoi smettere. Se lo fai, la natura si riprenderà con gli interessi tutto ciò che tu hai abbandonato.

Potremmo definire il suo lavoro un dialogo costante tra creatività e territorio. Una sorta di “poetica del costruire” profondamente radicata nel paesaggio.

Trovo straordinario il fatto che una persona possa inserirsi con un’idea progettuale in un percorso genealogico che non gli appartiene “naturalmente”, dall’arte a tutto quello che è stato scritto, dalle azioni compiute dall’uomo a ogni forma possibile di dialogo con la natura. Gli aspetti poetici sono essenziali alla progettazione perché rappresentano un linguaggio comune che tutte le persone capiscono e “sentono” meglio rispetto ad altri linguaggi.

Il paesaggio quindi è il risultato di una continua e costante ricostruzione.

C’è una domanda interessante che poneva Eugenio Turri: il paesaggio esiste perché noi lo stiamo guardando o esiste a prescindere dalla nostra presenza? Credo che, in una realtà come la nostra, in cui non ci sono più condizioni di natura non antropizzata, il paesaggio esista solo quando si agisce. Non a caso, sempre Turri parlava di teatro del paesaggio, quindi di pura rappresentazione. Per quanto riguarda l’architetto come professione, vorrei dire che essere architetti è, prima di tutto, un atteggiamento di non passività verso tutto ciò che ci circonda, significa proiettare in avanti la capacità di azione e visione di futuro. Bisogna progettare per non essere progettati. Per questo ci sono moltissimi architetti di nome, ma sono davvero pochi quelli che lo sono davvero.

Qual è, quindi, la sua personale definizione di architettura?

Posso solo dire a cosa serve: a rendere felici le persone. Non potrei definirla diversamente.

Non si tratta solo di costruire edifici o spazi, ma di avere un progetto, un linguaggio e una visione finalizzati solo ed esclusivamente alla felicità delle persone, al loro vivere, al loro incontrarsi e al loro essere comunità.

All’interno di questa sua visione possiamo definire uno specifico dell’architettura italiana?

L’architettura italiana dovrebbe rispettare sempre la sintesi e la lezione del Rinascimento, l’unica in grado di saper tenere insieme e unite cose solo apparentemente incompatibili come la materia fisica, il corpo, l’anima e lo spirito. Oggi questo specifico della nostra cultura non è molto visibile, ma io sono convinto che presto tornerà a esserlo. Del resto, il nostro è un territorio poroso, permeabile, non respingente, culturalmente compatibile con l’esercizio della creatività. Il mio tentativo personale di essere e fare architettura è un viaggio di ricerca e conoscenza costante per trovare, capire e interpretare le radici genealogiche più profonde e vere della nostra identità.

Parliamo adesso di sostenibilità ed economia circolare, due temi che sembrano definire il futuro anche della sua professione.

Premesso che l’ecologia è un approccio di umiltà nei confronti della natura, in un progetto l’aspetto della sostenibilità equivale a considerare in modo globale tutte le energie utilizzate, sia umane che naturali. Non è una qualità estrinseca o visibile dell’architettura, ma intrinseca, interiore. Confesso una cosa: se si analizzano quante energie consuma costruire in cemento armato, in acciaio o in legno, ci si accorge che il metodo più economico è il cemento. Il che è assurdo, se si pensa al suo immaginario, eppure si tratta di un materiale che si trova più facilmente e comporta una minor mole di lavoro. Quello della sostenibilità è, insomma, un tema complesso. Implica svariati aspetti, che vanno dal rispetto per il lavoro delle persone alla manutenzione dell’edificio, alla sua durata, al suo riuso.

E poi, è più sostenibile costruire per l’eternità, costruire per un periodo transitorio o per un tempo molto lungo?

L’economia circolare una risposta tenta di darla. Non dovremmo più costruire, ma solo ricostruire.

Il nostro è principalmente un territorio di ricostruzione, sia dal punto di vista degli spazi che degli edifici. E noi siamo maestri in questo, sia dal punto di vista tecnologico che da quello progettuale, per non parlare della capacità di produrre materiali sempre più nuovi e funzionali. Anche in altri luoghi, come la Cina, in cui si è costruito tantissimo, il tema del recupero inizia a essere centrale, non solo per il risparmio di energie o di suolo ma anche e soprattutto per una questione di bellezza. Dobbiamo anche guardare al tema molto costoso delle demolizioni e della bonifica dei territori. Sappiamo che lo dobbiamo fare, ma bisogna capire come farlo e con quali risorse.

Una provocazione: fra quelli progettati da altri, qual è l’edificio che più si avvicina alla sua idea di architettura?

Sicuramente la chiesa sull’Autostrada di Giovanni Michelucci. Nella contemporaneità, invece, devo dire che in Italia non ricordo cose che avrei voluto costruire o che mi abbiano colpito in modo straordinario. All’estero sicuramente “invidio” alcune opere di Jean Nouvel, che hanno tentato coraggiosamente di affrontare un tema di mio grande interesse: quello della perdita di peso, della smaterizzazione, del rapporto tra storia, mito e contemporaneità. Nouvel è una figura molto interessante. È cresciuto con Paul Virilio, un grande filosofo con cui ha condiviso la critica del presente, fatto di velocità e perdita di senso, e il desiderio assoluto di interpretarlo comunque. Una contraddizione geniale.

Parlava di felicità anche Le Corbusier. Cosa ne pensa di quella meravigliosa utopia popolare della Cité radieuse a Marsiglia?

Posso essere onesto? Penso che Le Corbusier fosse un architetto di stupefacente talento ma di idee terribili e molto discutibili rispetto al rapporto tra l’uomo e la città. Quell’edificio ti colpisce perché è straordinario, ma è anche l’inizio di un crimine, l’idea che il rifiuto della città sia cioè la soluzione di tutti problemi. Ed è particolarmente terribile perché è stato fatto all’interno del periodo della ricostruzione, una sorta di gesto simbolico che ha avuto gravi conseguenze nell’abbandono delle periferie in tutta Europa. Quella è stata l’impressione che mi ha fatto la prima volta che ho visto la Cité Radieuse. Non è un caso che all’interno ci siano parecchi studi di architetti. Cioè, notoriamente, degli psicopatici.