La coscienza d’impresa
per una nuova economia civile

Il Quinto Ampliamento
Foto di Alessio Avetta, tratta da ilquintoampliamento.it

Rivelatosi inadeguato il modello economico neo-liberista, incentrato sul principio meramente utilitaristico di profitto, per uscire dalle secche di una crisi che è finanziaria, produttiva occupazionale e ambientale, è non solo necessario, ma addirittura urgente, ripensare il paradigma economico di riferimento. L’associazione “Il Quinto Ampliamento”, fondata nel 2017, in dichiarata continuità col pensiero di Adriano Olivetti – il quinto ampliamento si riferisce infatti a una edificazione di carattere ideale dell’impresa –, si impegna nel promuovere un umanesimo del mercato, attingendo alla specificità della tradizione culturale italiana.
I principi dell’Economia civile, per la prima volta definita da Antonio Genovesi nelle sue Lezioni di economia del 1754, fondandosi sulla non separazione dell’economia dall’etica, possono prefigurare un nuovo scenario economico e culturale, in cui l’impresa esercita con responsabilità e consapevolezza il proprio ruolo di soggetto attivo nella comunità in cui opera.
(Claudia Ceccarelli)

Di seguito pubblichiamo l’introduzione di Stefano Zamagni, Presidente de “Il Quinto Ampliamento”, al Libro Bianco dell’associazione.
Stefano Zamagni è Professore ordinario di Economia politica all’Università di Bologna, Facoltà di Economia, Adjunct Professor of International political economy alla Johns Hopkins University, Bologna Center. Nel 2013 viene nominato membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze sociali.

 

di Stefano Zamagni

Il libro Bianco che l’associazione “Il Quinto Ampliamento” offre ora al giudizio del lettore persegue un obiettivo ben preciso: quello di portare nella sfera pubblica, facendone oggetto di ampio dibattito, il tema della responsabilità d’impresa in una stagione, come l’attuale, contraddistinta com’è dalla quarta rivoluzione industriale. È questo un fenomeno di portata epocale di cui già sappiamo molto, ma non ancora abbastanza se il fine che si vuole raggiungere è quello di porre le cosiddette tecnologie convergenti del gruppo NBIC al servizio dell’espansione della sfera di libertà della persona umana e del progresso morale della società.

Il tema dell’innovazione responsabile è l’ultimo anello di quella lunga catena che è la responsabilità sociale dell’impresa (RSI), una catena iniziata nel 1953, quando nel saggio Social responsability of businessmen, Howard B. Bowen scrisse che

“la responsabilità sociale degli uomini d’affari consiste nell’obbligo di perseguire quelle politiche e di adottare quelle linee di azione che sono desiderabili rispetto agli obiettivi e ai valori della nostra società” (p.6).

La novità che gli sviluppi più recenti della RSI hanno prodotto – consiste nella richiesta che anche l’attività innovativa dell’impresa vada assoggettata al giudizio morale. La novità non è di poco conto, solo che si pensi che la valutazione  dell’innovazione è qualcosa di prospettico, un’iniziativa  cioè che si adopera di congetturare quali conseguenze potranno derivare alla società di riferimento in seguito allo svolgimento dell’attività di innovazione.

Come è agevole comprendere, si tratta di un passo in avanti rilevante sul sentiero della responsabilità d’impresa. Infatti, non ci si limita a chiedere all’impresa di dare fedelmente conto di quel che fa, oltre che di tenere conto degli interessi legittimi di tutti i suoi stakeholders. Ciò che in più si chiede all’impresa, sempre che voglia dirsi responsabile, è che nel momento stesso in cui si adopera di dare inizio ad un  qualche processo innovativo si sforzi di prevedere le ricadute potenziali dell’innovazione sulla comunità di cui è parte, e non solamente sulla propria performance aziendale.

Ragguardevole è la mole di iniziative attuate a livello internazionale volte a promuovere la cultura e le pratiche di RSI. E parecchi sono ormai gli standard di “Corporate social responsability” finora proposti. Si pensi a quelli promossi dall’ISO (International Standard Organization) 26000 e a quelli prodotti negli ultimi anni in ambito europeo: il progetto “Q-Res” italiano; il “Values Management System” tedesco; i progetti SIGMA e AA1000 inglesi, e altri ancora. Ciò deve essere certamente  riconosciuto, ma

si deve del pari riconoscere che la svolta radicale consiste nella transizione dalla responsabilità sociale dell’impresa alla responsabilità civile dell’impresa.

Ritengo infatti che non sia più sufficiente che le imprese si impegnino nei confronti dei loro stakeholder – interni ed esterni- cercando di perfezionare e  di applicare sempre più estesamente gli standard che hanno deciso di adottare. Infatti, essendo esse stesse una classe di stakeholder, peraltro assai potente, le imprese devono trovare i modi di dialogo argomentativo con i governi e la società civile organizzata secondo quel canone di governance noto come sussidiarietà circolare. La deliberazione approvata il 22 gennaio 2014 dal Consiglio d’Europa in merito alla “Responsabilità Sociale Condivisa” (Shared Social Responsability) si muove esattamente in questa direzione.

Generalizzando un istante è possibile interpretare la tendenza in atto a proposito del valore condiviso e della cittadinanza d’impresa come espressione particolare, eppure significativa,  delle non poche novità che contraddistinguono gli studi recenti di organizzazione e gestione aziendale. Tra queste, non si può non accennare allo spostamento di attenzione dalla organizzazione come fenomeno circoscritto, analizzato principalmente in termini della sua dinamica interna, alle relazioni tra forme organizzative diverse (e quindi modelli di gestione diversi) e il contesto socio-istituzionale di riferimento. Gli aspetti culturali, politici, sociali dell’ambiente in cui l’impresa opera non sono più considerati come qualcosa di irrilevante o di secondaria importanza dalla scienza contemporanea del management, anche se è vero che ancora troppo poco di questa novità importante è entrato nella pratica manageriale. Una pratica ancor’oggi dominata da mode manageriali che riflettono un mondo che ormai non c’è più: il mondo della società taylorista.

In tale mondo, la nozione stessa di responsabilità sociale dell’impresa era priva di senso e la competenza manageriale si riduceva basicamente al possesso di metodi e strumenti per risolvere razionalmente i problemi tipici della ordinaria gestione aziendale. La governabilità in senso stretto dell’azienda era tutto quel che si richiedeva ai suoi gestori di assicurare. Questa concezione, che separa i fatti dai valori, la sfera del politico da quella dell’economico, gli interessi legittimi dai sentimenti morali di coloro che operano dentro l’azienda, le motivazioni estrinseche da quelle intrinseche, ha finito col diventare negli ultimi decenni, una sorta di pensiero unico, diffusosi ovunque a macchia d’olio nei luoghi sia accademici sia di lavoro. Concepire l’impresa esclusivamente come una merce (the firm as a commodity) che può essere comprata e venduta a seconda della convenienza del momento e non invece come associazione  (the firm as association) nella quale interagiscono, in modi  talvolta conflittuali, diverse classi di stakeholders, significa dimenticare che le imprese in quanto organizzazioni formali, alle quali la società assegna il compito di trasferire valori e di generare aspettative di progresso, sempre più caratterizzano il nostro panorama sociale , rimpiazzando o contaminando obsolete forme comunitarie di aggregazione. E significa anche dimenticare che circa due terzi del tempo di vita di una persona adulta in età lavorativa è oggi speso in una qualche organizzazione. Quanto a dire che l’impresa, è, in questa epoca, uno dei principali luoghi di formazione del carattere umano; un’idea questa che già Alfred Marshall alla fine dell’Ottocento aveva efficacemente elaborato dall’alto della sua cattedra di economia a Cambrige (UK).

Non tenere in considerazione una tale verità significa ignorare l’enorme potere che chi guida l’impresa ha nel forgiare la qualità di vita di un numero immenso di persone e nel determinare le condizioni per la felicità pubblica.

L’impresa socialmente responsabile ha certamente conseguito traguardi importanti sul fronte della civilizzazione del mercato. Ma questi non bastano. Già oggi, e sempre più nel prossimo futuro, all’impresa si chiederà non solo di produrre ricchezza in modo socialmente accettabile, ma anche di concorrere, assieme allo Stato e alla società civile organizzata, a ridisegnare l’assetto economico-istituzionale ereditato dal passato. Non si tratta più, infatti, di accontentarsi del rispetto da parte dell’impresa di regole del gioco già “date” da altri – le istituzioni economiche altro non sono nella sostanza che le regole del gioco economico. Si pensi alle regole del mercato del lavoro, del sistema bancario, alla struttura del sistema fiscale, alle caratteristiche del modello di welfare, e così via. Quel che in più si richiede è che l’impresa, proprio in quanto giocatore, e membro influente del club del mercato, accetti di contribuire a riscrivere tutte quelle regole che fossero diventate obsolete oppure non capaci di assicurare la sostenibilità dello sviluppo umano integrale. Questa fu la grande intuizione di Adriano Olivetti.

Nel loro saggio, Acemoglu e Robinson (2012) opportunamente distinguono tra istituzioni economiche estrattive e inclusive. Le prime sono quelle regole del gioco che favoriscono la trasformazione del valore aggiunto creato dall’attività produttiva in rendita parassitaria oppure che spingono l’allocazione delle risorse verso le molteplici forme della speculazione finanziaria. Le seconde, al contrario, sono quelle istituzioni che tendono a facilitare l’inclusione nel processo produttivo di tutte le risorse, soprattutto di lavoro, assicurando il rispetto dei diritti umani fondamentali e la riduzione delle disuguaglianze sociali. Sulla scorta di un robusto apparato sia teorico sia storico-empirico, i due autori mostrano come il declino – fino al collasso – di una nazione inizia nel momento in cui le istituzioni estrattive prevalgono, fino a soffocarle, sulle istituzioni inclusive.

Ebbene, l’impresa civilmente responsabile è quella che si adopera, con gli strumenti a sua disposizione,  per accelerare il passaggio da un assetto istituzionale estrattivo ad uno di tipo inclusivo. Ciò significa che non è più sufficiente, come invece è il caso con la nozione di responsabilità sociale, che l’impresa sia disposta a vincolare il raggiungimento del  suo obiettivo al soddisfacimento di certe condizioni – prima fra tutte la condizione che impone di tener conto delle esigenze e della identità di tutte le classi di stakeholder. Quel che la nozione di responsabilità civile in più chiede è che il fine stesso dell’agire economico muti nel senso di tendere alla democratizzazione del mercato. Laddove l’impresa socialmente responsabile è quella che mira ad attuare la democratizzazione della propria governance – ad attuare cioè il c.d. democratic stakeholding – l’impresa civilmente responsabile si assegna in aggiunta l’obiettivo di concorrere a rendere democratico l’ordine di mercato.

La sfida che “Il Quinto Ampliamento” oggi cerca di raccogliere è quella di mirare alla democratizzazione del mercato.

Fenomeni di portata epocale come globalizzazione e rivoluzione delle nuove tecnologie tendono a generare crescenti asimmetrie di potere, mettendo così a repentaglio l’orizzontalità dei rapporti intersoggettivi. Ora, in una stagione come l’attuale, in cui il contratto è diventato il principale strumento di innovazione giuridica, una nuova fonte di diritto e non più una mera applicazione del diritto, l’impresa civilmente responsabile è quella che comprende che il mero rispetto di regole contrattuali che non discendano da un’autentica poliarchia, cioè a dire che non siano il risultato di un processo negoziale tra tipologie diverse di impresa, non è sufficiente ad assicurare la sostenibilità sociale ed etica del sistema  di mercato. È agevole darsene conto solo che si pensi che da oltre un quarto di secolo, il luogo principe del potere è nel mercato e dunque assai difficilmente la politica, da sola, può riuscire oggi  a controllare e a dare una direzione al processo economico. Le vicende che hanno accompagnato la crisi economico-finanziaria del 2007-08 sono la più eloquente conferma di questa autentica novità. Si pensi, per fare un solo esempio, al fenomeno del “too big to fail”: vi sono banche e imprese talmente grandi che non possono fallire. Come a dire che vi sono oggi soggetti economici grandi e potenti abbastanza da essere in grado di esercitare un vero e proprio ricatto nei confronti dei governi nazionali perseverando nell’azzardo morale (moral hazard). Ecco perché non è prudente, né saggio, continuare a credere alla “vecchia” idea di un mercato come spazio di amoralità e di una politica democratica come forza capace di tenerlo sotto controllo e di imprimergli un orientamento. Se non è il mercato stesso a democratizzarsi sarà difficile garantire in futuro un ordine sociale dove la libertà non è solo libertà di scelta, ma soprattutto libertà di poter scegliere (cioè capacità di scelta).

Si tratta dunque di ripensare, in chiave generativa, il ruolo dell’imprenditore nel nuovo contesto economico che si è venuto a configurare al seguito dei fenomeni della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia.

È ormai acquisito che l’azione economica, oggi, non può essere riduttivamente concepita nei termini di tutto ciò che vale ad aumentare il prodotto sperando che ciò possa bastare ad assicurare la convivenza sociale; piuttosto, essa deve mirare alla vita in comune. Come Aristotele aveva ben compreso, la vita in comune è cosa ben diversa dalla mera comunanza, la quale riguarda anche gli animali al pascolo. In questo, infatti, ciascun animale mangia per proprio conto e cerca, se gli riesce, di sottrarre cibo gli altri. Nella società degli umani, invece, il bene di ciascuno può essere raggiunto solo con l’opera di tutti. E soprattutto, il bene di ciascuno non può essere fruito se non lo è anche dagli altri.

Il senso, cioè la direzione verso la quale occorre andare è quello di rinverdire la tradizione di pensiero dell’economia civile, una tradizione italiana che affonda le sue radici nell’Umanesimo civile del XV secolo e che riceve la sua piena sistematizzazione concettuale nel XVIII secolo all’epoca della scuola napoletana (A. Genovesi, F. Galiani, G. Dragonetti e altri) e milanese (P. Verri, C. Beccaria, G. Romagnosi, e altri) dell’Illuminismo italiano. Idea centrale di tale linea di pensiero – che verrà poi scalzata da quella dell’economia politica anglosassone – è quella di fondare l’architettura della società non su due ma su tre pilastri: pubblico (Stato e Enti Pubblici); privato (mondo delle imprese); civile (organizzazioni della società civile, cioè i corpi sociali intermedi). Ciascuno di questi ha suoi propri principi regolativi ed è connotato da modi specifici di azione, ma tutti e tre  devono interagire tra loro in maniera organica (cioè non sporadica) secondo i canoni del metodo deliberativo. L’ordine sociale, dunque, non è più basato sulla dicotomia pubblico-privato (ovvero su Stato e mercato) ma sulla tricotomia pubblico, privato, civile.

L’impresa è oggi diventata, per la prima volta, un soggetto politico e non solo economico. Ecco perché è un agente di cambiamento. Va da sé che tale consapevolezza non è ancora diffusa tra le imprese italiane, perché continuano a soffrire di un grave complesso di inferiorità dovuto sia ad un certo retaggio culturale (“l’imprenditore è uno sfruttatore”) sia ad una scarsa preparazione culturale. Ad esempio, una grave confusione di pensiero è quella che mette assieme sviluppo e crescita. In biologia, sviluppo è sinonimo di crescita di un organismo. Nella realtà socio-economica, invece, sviluppo – che letteralmente significa liberarsi dai viluppi – indica il passaggio da una condizione a un’altra. In tal senso, il concetto di sviluppo è associabile a quello di progresso. Si badi che il progresso non è un mero cambiamento, ma è un cambiamento verso il meglio e quindi esso postula un incremento di valore. Dunque, il giudizio di progresso dipende dal valore che si decide di prendere in considerazione. Per l’economia civile, questo valore è, prima di tutto, la libertà positiva. Infatti, ama lo sviluppo chi ama la libertà. È questo il faro che orienta l’agire di “Il Quinto Ampliamento”.

 

Il Quinto Ampliamento

I Quaderni del Quinto Ampliamento, vol. 1

L’attività dell’associazione può essere seguita sul sito ilquintoampliamento.it.