GLI STRACCI DI PRATO
TRA ECONOMIA CIRCOLARE E SISTEMA INDUSTRIALE
PER UNA CRESCITA FELICE

Recò

Metti l’economia circolare in un Festival. Un nuovo modo di pensare l’economia, una nuova maniera di immaginare prodotti e processi di produzione virtuosi, poco impattanti, equi e ad alto valore sociale e territoriale.  Questa è la sfida partita da Prato con la prima edizione di Recò, l’unico festival in Toscana dedicato all’economia circolare declinato intorno a quattro aree d’interesse: moda, cibo, turismo e architettura.

La città di Prato vanta molti primati, tra cui una tradizione di lunga data nella rigenerazione dei tessuti e una cultura imprenditoriale adatta a incubare i nuovi modelli proposti dall’economia circolare. A Prato l’economia circolare si fa con GIDA dagli anni 90, il primo impianto di depurazione industriale delle acque reflue, e anche grazie alle politiche di riuso e trasformazione del patrimonio edilizio esistente, in particolare quello industriale delle aree urbane, nella logica di delineare uno scenario di sviluppo sostenibile della città a “volume zero”. Da dicembre 2016 Prato è diventata la referente italiana al tavolo europeo dell’Agenda Urbana sulla Circular Economy, dove attraverso la cooperazione tra Stati Membri, Autorità Urbane, Commissione Europea ed altri stakeholder si sta lavorando per influenzare la nuova programmazione e le politiche europee sul tema. Questo è uno scenario perfetto per candidare Prato come città protagonista sui temi della sostenibilità e dell’economia circolare.

Terminato domenica, il Festival è stato un vero successo. Tra i numerosi ospiti intervenuti, il filosofo Aldo Colonetti: “In un momento in cui il desiderio di originalità è fortissimo, bisogna guardarsi intorno e ricercare nella tradizione e nella storia le radici del domani. In Italia è un obbligo. Rigenerare ha questo significato, che può essere declinato nel design, nell’architettura e nella moda”.  Visto così il futuro dell’economia, anche la Cina non fa più paura: “Prato deve fare un piccolo passo al di là della Cina per darsi un’identità e narrarla. Ha bisogno di essere sempre più parte di un sistema globale nella moda e nel tessile”. MEMO pubblica  un estratto del suo intervento dedicato alla crescita felice dell’economia circolare

 

CRESCITA FELICE  SIGNIFICA CONSUMARE MEGLIO E  NON BUTTARE VIA NULLA

di Aldo Colonetti

Quando nel 1966 Kenneth Boulding mise le basi teoriche sulla cosiddetta economia circolare, che anticipa di qualche anno il famoso rapporto del Club di Roma, dedicato ai “I limiti della crescita” (1972), certamente l’orizzonte economico era molto diverso, rispetto a quello attuale, tanto è vero che alcune delle prospettive, soprattutto contenute nel documento di Roma, furono ritenute inattendibili e fuorvianti rispetto alle condizioni materiali della produzione.

Recò

Oggi la prospettiva è in parte cambiata, a patto che si affronti il tema dello sviluppo sostenibile, all’interno del processo produttivo industriale, capace, pur nelle sue contraddizioni, di intercettare le tensioni, i desideri e soprattutto le domande di un futuro prossimo, concreto, capace di diffondere benessere senza creare ulteriori differenze e conflitti, all’interno di una visione riformistica della società e del mercato.

Consumare non è un delitto, a patto che i rapporti tra gli individui siano fondati sul rispetto reciproco delle condizioni, materiali ed identitarie, delle persone. La crescita è sempre felice, se si opera con uno sguardo che tiene conto di tutte le variabili che concorrano alla progettazione, produzione e distribuzione.

A Prato “non si butta via niente”, perché da sempre progettare e produrre significa non perdere di vista la filiera produttiva tessile, una delle piattaforme industriali più importanti del Made in Italy, nella quale ridurre gli sprechi, recuperare i materiali di scarto, riciclare là dove è possibile, ridurre lo smaltimento e ottenere così un minore impatto ambientale, sostituire materia “prima” con materia “prima seconda”, non hanno mai significato un atteggiamento chiuso a nuove possibilità imprenditoriali e, soprattutto, al dialogo fattivo e quotidiano con la creatività.

Hanno sempre rappresentato, anche nei momenti di crisi, i fattori determinati dai cui ripartire, mettendo al centro le qualità  visionarie di tutti coloro i quali partecipano da attori veri, non in quanto ideologi e intrepreti esterni, ai processi  di trasformazione, ai cominciare dagli industriali, gli artigiani e, in modo particolare, dalle domande, qualche volta impossibili e provocatorie, dei progettisti, dai designer; ovvero da coloro che, questo sì, sono in grado di leggere, prima degli altri, i desideri e le tendenze del mercato e della società.

Recò

Un mercato è circolare se circolano idee che sempre più vengono da lontano, da discipline inconsuete rispetto a quelle tradizionali: un pensiero aperto che mette in dubbio anche le regole fino allora dominanti, a patto che non ci sia frattura tra progettazione, produzione e mercato.

L’industria non è un incidente di percorso: è l’unica condizione possibile del nostro sviluppo, soprattutto quello circolare dove “tutto tiene”, dove il particolare è importante quanto la dimensione generale, dove ciascuno è protagonista, a condizione che le regole siano rispettate da tutti.

“È dal particolare che si vede un giocatore”: dobbiamo giocare tutti insieme, senza pensare di essere al centro e gli altri in periferia. Siamo tutti, contemporaneamente, centro e periferia: conoscere la mappa, cambiare e migliorare i percorsi, sapendo comunque che siamo noi gli abitanti.