ROSALIA MONTMASSON.
UNA DONNA (tra i mille)
DA RICORDARE

C’era anche una donna tra i Mille che partirono da Quarto la notte tra il 5 e 6 maggio 1860. Lo racconta Marco Ferrari nel suo ultimo libro “Rosalia Montmasson. L’angelo dei Mille”, edito da Mondadori. Un volume dedicato all’incredibile vicenda di Rosalia Montmasson (Saint-Jorioz, 12 gennaio 1823 – Roma, 10 novembre 1904), unica donna che fece parte della Spedizione dei Mille distinguendosi per coraggio e dedizione verso i feriti, tanto da essere definita “l’Angelo dei Mille”. Rosalia Montmasson, nata nell’Alta Savoia da una famiglia di umili origini – con il nome di Rose, italianizzato in Rosalia, in onore della spedizione in Sicilia –, incontrò Francesco Crispi a Marsiglia nel 1849, e da qui lo seguì nell’esilio a Torino, Parigi, Londra, sposandolo in una frettolosa cerimonia religiosa a Malta con un prete girovago. Per volere di Mazzini, divenne un elemento essenziale della cospirazione: non esitò a mettere a repentaglio la propria vita per salvarne altre, rischiò l’arresto e la prigione passando frontiere e posti di blocco, portò in giro bombe e messaggi, sorrisi e rassicurazioni, tanto che Garibaldi ne lodò il coraggio e la dedizione alla causa nazionale.  Ma, dopo 25 anni di vita insieme, lotte e fughe, guerre e successi politici, la Montmasson venne ripudiata dallo statista, che si sposò con una nobildonna leccese, Lina Barbagallo. Forse l’acceso sentimento repubblicano della donna mal si accordava con la svolta monarchica di Francesco Crispi.

Accusato di bigamia, il siciliano si difese e vinse la causa di annullamento del matrimonio con Rosalia. Lei, costretta al silenzio, esiliata nella solitudine di una Roma che non la riconosceva come un’eroina della patria, morì in povertà, assistita dal nipote. Fu seppellita al Verano in una modesta tomba messa a disposizione dal Comune. Il libro di Ferrari contribuisce a spezzare finalmente l’oblio a cui la storiografia ufficiale ha consegnato questa figura e ne ricostruisce la vicenda con l’accuratezza dello storico e il passo narrativo del romanziere.

A MEMO Marco Ferrari racconta la storia dell’unica statua che raffigura questa coraggiosa eroina risorgimentale. “Il povero Angelo dei Mille – scrive l’autore nel suo libro – senza ali è di nuovo a terra, ferita, davanti a una vetrata, quasi coperta dalla scheda che qualche gentile dipendente comunale ha redatto per raccontarci la storia pisana di questo cimelio risorgimentale: Busto di Rosalia Montmasson dello scultore Salvatore Grita”.

 

di Marco Ferrari

Non ci sono piazze o vie intitolate a Rosalia Montmasson, solo qualche targa a ricordare il suo fugace passaggio, come a Firenze in Via della Scala, in cui visse negli anni della Capitale d’Italia. Eppure di lei restano delle tracce, soprattutto in Toscana. L’unica statua a lei dedicata si trova stranamente adagiata a terra nell’ufficio elettorale e leva militare del Comune di Pisa. Una vicenda misteriosa che sono riuscito a ricostruire.

Fu proprio Crispi a commissionare al suo conterraneo Salvatore Grita (Caltagirone 1828 – Roma 1912), che aveva un atelier in quella Firenze di artisti e scrittori, il suo mezzobusto e quello della moglie savoiarda, con la speranza che finissero in qualche parco di rimembranze risorgimentali. Ma poi Crispi ripudiò Rosalia, decise che il matrimonio contratto nell’esilio di Malta era fasullo, e si risposò con la nobildonna Lina Barbagallo. Accusato di bigamia dai giornali – in particolare da ”Il Piccolo” di Napoli – , riuscì a vincere la causa, anche se la nuova consorte non gli rese la vita facile, come si desume dallo scandalo della Banca Romana scoppiato nel 1894 che portò alla luce la relazione tra la Barbagallo e il suo maggiordomo, peraltro trovato morto.

Quando la Montmasson emise l’ultimo respiro nella sua casa romana, il nipote Giuseppe, allora questore di Pisa, portò le sue cose nella bella villetta di via San Francesco, non lontano da Borgo Stretto, dove facevano bella mostra nell’ingresso i due mezzibusti che raccontavano una storia di lasciti e memorie. Giuseppe se ne andò per sempre nel 1927, sua moglie Nazzarena nel ’29. Il figlio Francesco si sentì solo in quel grande appartamento pieno di cimeli dove viveva con la moglie Maria Marchiò, originaria di Castelnuovo Garfagnana, classe 1891, più giovane di quattro anni di lui.

Con la scomparsa di Giuseppe, il figlio Francesco si trasferì a Livorno dove lavorava alle dogane e non se la sentì di far traslocare le due statue di marmo e quindi le donò al Museo Civico di Pisa nel 1927. La statua di Crispi è scomparsa, forse distrutta dalla guerra, occultata in qualche magazzino comunale o sottratta, quella di Rosalia Montmasson fu esposta nella Biblioteca Civica per volere dell’ex direttore di Vincenzo Lupo Berghini che, anche recentemente, ha messo in guardia sul valore di quella scultura, ora finita a terra.

Ma una volta trasferita la Biblioteca Civica alle Piagge che fine ha fatto la statua della Montmasson? Per un po’ è stata in una sala di lettura, poi è finita all’ufficio elettorale, senza più piedistallo e con i capelli un po’ danneggiati.

Il figlio di Francesco, Aldo, classe 1923, entrato all’Accademia navale, poi nei ranghi ufficiali della Marina Militare con il grado di tenente di vascello, passato da Livorno alla Spezia, venne catturato dai britannici nella seconda guerra mondiale, imprigionato in Africa e infine rientrato in Italia a conflitto concluso. Stanco di battaglie e campi di prigionia, è stato assunto quale procuratore del Credito Italiano a Lucca. Durante il servizio militare, di base alla Spezia, si sposò con Anna Montino, una verace spezzina del quartiere di Rebocco. E Aldo si era trascinato con sé i cimeli della Montmasson che, alla sua morte, sono passati al figlio Francesco, ultimo erede dell’eroina del risorgimento. Francesco ora vive alla periferia di Lucca. Ed è lì che lo ho scovato.

Francesco, depositario delle memorie di Rosalia, non è mai stato invitato a una occasione di ricordo o celebrazione. «Quello che più mi fa soffrire – dice – è che in nessuna città importante dove lei ha vissuto, da Roma a Torino, da Firenze a Palermo ci sia una strada o una piazza a lei dedicata. Per fortuna qualche lapide, come a Firenze, ricorda dove lei ha vissuto. Ma mi pare poco per un personaggio così importante e unico nella storia d’Italia!».

Eppure Francesco ha un invidiabile patrimonio di memorie che salvano dall’oblio la Montmasson: la famosa consolle in legno marchiata “Crispi” con lo specchio dorato dove Rosalia esponeva le medaglie, la ciocca di capelli di Garibaldi e altre testimonianze della sua avventura garibaldina; le medaglie della famiglia Montmasson, Rosalia, Giuseppe, Francesco e Aldo, ben tredici onorificenze di una famiglia di origine savoiarda che ha servito l’Italia; una fotografia scattata al tempo di Firenze capitale, in cui lei espone sul petto le sue onorificenze; la copia originale del 1863 del corposo volume “I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie” di Giacomo Oddo, donato a Rosalia.

Le pagine in cui si parla diffusamente di Rosalia sono seguite da un’altra pagina in cui la stessa Montmasson ha incollato una sua fotografia, quasi a ribadire la corrispondenza tra le cose dette da Oddo e la sua identità. Si può solo immaginare l’ostinazione della savoiarda a incarnare se stessa in quelle gesta dal tratto omerico che Oddo descrive con accuratezza. “Rosalia Montmasson, il tuo nome non morrà” sembra invocare quella fotografia incollata sul volume e tuttora attaccata tenacemente e inviolabilmente alle pagine della Spedizione dei Mille.

Marco Ferrari, Rosalia Montmasson. L’angelo dei Mille (Mondadori)