st.a.rt e l’arte sulle mura delle città.
l’origine delle domande.
la bellezza delle risposte

Partecipazione, rigenerazione, trasformazioni di città e quartieri.  ST.AR.T – Street art, Comunità, Territorio l’iniziativa che si è svolta  a Foqus – Fondazione Quartieri Spagnoli  è stata definita un “non convegno” che per la prima volta ha descritto, studiato e immaginato soluzioni, idee, proposte e soprattutto risposte alle tante domande sulla natura, la funzione e gli obiettivi dell’arte pubblica in Italia. Domande buone per pensare a una vera e propria rivoluzione rigenerativa all’insegna della bellezza e della creatività. ST.AR.T è stata promossa da Mecenate90 e Fondazione Foqus, con il patrocinio del Comune di Napoli e Fondazione con il Sud, l’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con 999ContemporaryEcomuseo CasilinoINWARD Osservatorio sulla creatività urbana, Tavolo per la creatività urbana del Comune di Napoli, Fondazione Giangiacomo FeltrinelliAccademia di Belle Arti di Napoli, Associazione Hermes, TeatrInGestAzione. A Ledo Prato, Segretario HGenerale di Mecenate90 il compito di descriverla per MEMO.

 

di Ledo Prato

Nel 1754 l’esteta Horace Walpole scrisse al suo amico Horace Mann che aveva creato una nuova parola: “serendipità”. Il termine, di origine persiana, significava “incidente favorevole”. Walpole spiega all’amico che con questo termine si riferiva alle circostanze in cui gli uomini facevano scoperte per caso, grazie alla loro sagacia, da cose che non stavano affatto cercando. La sua è una versione positiva del tempo indeterminato e aperto, la speranza di trovare ciò che non ci si aspetta. Una straordinaria fiducia nel carattere imprevedibile della vita, degli accadimenti, delle relazioni.

 

 

LA SERENDIPITÀ, L’ARTE E IL CAMBIAMENTO.

La serendipità è quello può capitare arrivando per mille ragioni in un quartiere, in una piazza e scoprire che è cambiata, magari è diventata più bella, più colorata perché gli artisti hanno realizzato piccoli o grandi murali. È successo anche ad alcuni di noi. Ci occupiamo da anni dei processi culturali, dell’inclusione sociale, della formazione dei giovani, della valorizzazione del patrimonio culturale, di innovazione sociale. Ed ecco che ci capita “l’incidente favorevole”. Incrociamo l’arte urbana. Ed è subito stato stupore, meraviglia. Abbiamo cominciato a porci mille domande e a scoprire che molte di esse erano condivise e soprattutto che non tutte avevano trovato una risposta plausibile. L’abbiamo scritto mille volte: START è un non evento, un non convegno, è una “agorà”, una piazza dove le persone si incontrano, si parlano guardandosi negli occhi, si confrontano e mettono a disposizione la loro esperienza, la loro storia umana, artistica e professionale per ritrovarsi in alcune domande e cercare risposte da condividere.

Un intervento artistico genera comunque e sempre un cambiamento. è un segno di rottura con il presente, nel senso che gli dà una forma diversa che interpella l’artista così come i cittadini. Ma questo atto, che spesso popola di bellezza i luoghi dimenticati o degradati o solamente scartati, ha bisogno di trovare senso, di dare senso oppure no? Rispetto a chi, a che cosa? L’arte, nelle sue diverse espressioni, nel corso dei secoli è stata strumento di propaganda nelle mani di governanti e potenti, in altre è stata elemento di denuncia, di rottura fino a dare voce e speranza ai cittadini, alle Nazioni che aspiravano alla libertà, alla democrazia, al riscatto sociale.

Oggi la città globale, la “città aumentata”, come la definisce Maurizio Carta, è popolata di solitudini e le comunità si sfaldano, si sgretolano.

 

 

L’ETÀ DELLA RABBIA

Nei gangli della società circola rabbia, la rabbia di tanti “io”, che genera rancore e vittimismo. Pankaj Mishra parla de L’Età della Rabbia. E l’identità di una comunità, di un Paese, si chiude all’alterità, come se fosse una nave  che ha rinunciato alla bellezza del navigare per restare in un porto sicuro, chiuso, dove prendere dimora. Ma le navi, come le città, come le Nazioni, non sono fatte per rimanere ancorate nei porti. Sono state costruite per viaggiare, esplorare, cambiare, cercare nuove rotte. Ha detto Joseph Conrad:

“Una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”.

In contesti chiusi, dove è più facile nascondersi, l’estremismo prende piede, costruisce muri e cerca bersagli contro cui accanirsi. Come si può definire altrimenti  l’assassinio del Sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, simbolo di una idea di città aperta, inclusiva, plurale. Non possiamo considerare questa come una fase contingente e che tutto, primo o poi, finirà. E’ la scommessa del “presentismo” quella di allontanare ogni pensiero, ogni idea, ogni progetto che vada oltre la cronaca. Si può fare muro nel breve periodo, ma alla lunga non resisterà alla corrente. Il vero lavoro che ci aspetta quindi è sul lungo periodo ed interpella tutti o tutti coloro che sono consapevoli della deriva di fronte alla quale ci troviamo. Su questo siamo troppo restii a interrogarci. A volte perché ne siamo spaventati o perché ci sentiamo soli o impotenti o perché pensiamo che l’onda è troppo alta per fermarla. Eppure è decisivo invertire la rotta. Non possiamo cavarcela con la ricorrente battuta che i cuochi hanno preso possesso del ponte di comando e ai viaggiatori non si indica più la rotta ma solo il menù del giorno. Nel lungo periodo l’arte, la cultura possono essere strumenti straordinari, se condivisi, per arginare lo spaesamento dei cittadini in una società complessa. Ho detto, se condivisi. Se cioè si mettono al servizio della costruzione di reti, di aggregazioni, di relazioni comunitarie in grado di affrontare le solitudini, ridurre le paure e il rancore, dare un senso alle relazioni umane, riscoprire il significato di “possibilità” come un modo di affrontare la quotidiana realtà.

 

 

LA CITTÀ COMUNITÀ

Un’arte, una cultura, generative di nuove conoscenze, di emozioni, sentimenti in grado di accompagnare le comunità a riscoprire il valore dell’altro. Allontanando da noi l’analisi amara di Luigi Zoja che parla di “morte del prossimo”. Per questo è necessario fermare il rallentamento delle capacità generative e propulsive delle città, affrontando le nuove forme dei conflitti sociali, culturali, etnici, ecologici, economici che trovano la loro genesi proprio nelle città. Ciò che ci attende è un lungo e difficile cammino che faccia rinascere una dimensione di città-comunità, a partire dai quartieri, dalle periferie, laddove prevale la rabbia e la paura. Lasciandoci interpellare ancora da domande come: la partecipazione alle attività culturali influenza quella alle attività democratiche? La partecipazione culturale c’entra con la fiducia interpersonale? Esiste una relazione tra partecipazione democratica e culturale con il benessere? Noi parliamo da qui, davanti a tanti che rappresentano artisti, associazioni, istituzioni.

Questa sfida riguarda ciascuno di noi. Gli artisti muralisti che lavorano in solitudine potranno domandarsi se nei processi creativi dovranno riscoprire il valore della co-creazione con le comunità dei residenti. Le istituzioni che hanno la responsabilità di preservare, consolidare e sviluppare la dimensione comunitaria delle città, i valori della cittadinanza attiva e della partecipazione democratica potranno domandarsi se il linguaggio non debba conoscere un nuovo vocabolario, se la partecipazione attiva dei cittadini non debba essere la cifra con cui valutare ogni scelta politica, se l’attenzione posta a quella che i francesi chiamano la ville non debba essere coniugata con un impegno generoso per la crescita della cité. E infine le associazioni, le fondazioni, i professionisti, i mondi vitali che lavorano nell’ambito culturale, potranno domandarsi se non sia il tempo di mischiarsi di più con le comunità in cui operano e lavorano, se non si debba fare un investimento a lungo termine più generoso per rinnovare i corpi sociali, se lo sviluppo del “Noi” può andare oltre i confini della propria associazione, della propria professione per investire in reti e aggregazioni che aiutino a passare dalla competizione alla collaborazione, alla co-progettazione. Sapendo che i populismi non hanno simpatia per i corpi intermedi, per il volontariato sociale, per il terzo settore. I valori a cui facciamo riferimento dovranno essere abitati prima di essere proclamati. Se non si lavora sul tessuto umano, sul tessuto sociale, disgregati dai cambiamenti che andiamo attraversando, allora gli smottamenti potrebbero essere tali da travolgere una civiltà fondata sui principi della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Uomo. C’è quindi bisogno di esercitare l’arte dell'”adattamento”. Non di un adattamento passivo (di chi cioè si adegua ad un contesto fisico o sociale modificando i propri schemi, i propri comportamenti) ma di un adattamento attivo (di chi si adopera per rendere le cose possibili, trasformare l’ambiente fisico e sociale in funzione dei propri valori, dei principi di libertà e giustizia). E’ richiesta responsabilità, disponibilità, per non trasformare l’adattamento in fatalismo rinunciatario. La ricerca intelligente di adattamento non è debolezza, piuttosto è la condizione per trovare la propria strada e percorrerla con coraggio. Insieme. In questi due giorni dovremo esercitarci con l’adattamento attivo, mettendoci in gioco.

Nel messaggio alla Nazione di fine anno, il Presidente Mattarella ha richiamato due temi chiave: sentirsi comunità e pensarsi dentro un futuro comune. Un invito rivolto a tutti, anche a noi, a ciascuno di noi, per quel poco che rappresentiamo.