Festival delle Geografie 2019.
Carlo Degli Abbati
e l’utopia di un’Europa migliore

Carlo Degli Abbati

Dall’11 al 14 aprile, a Levanto, in provincia della Spezia, avrà luogo la terza edizione del Festival delle Geografie, evento a tema geografico ideato e organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale Officine del Levante in collaborazione con TAM TAM – Tutta un’altra musica, e di cui MEMO è media partner.
Il tema di quest’anno è l’utopia, per questo abbiamo chiesto a relatori e artisti che partecipano alla rassegna di declinare la propria utopia in proposito. Ne sono uscite risposte molto varie, a dimostrazione dell’ampio respiro che ormai caratterizza l’evento, capace di affrontare tematiche apparentemente molto distanti fra loro, ma legate dal filo conduttore della geografia.
Per Paolo Corti, l’utopia è la riscoperta e la valorizzazione di territori piccoli e medi attraverso le attività ludico culturali; per Valentina Fiore, l’utopia è quella di rendere produttivo il patrimonio culturale senza svenderlo; per Luca Mercalli, l’utopia è la resilienza ai cambiamenti climatici, ovvero un mondo più sostenibile, in cui l’uomo viva in armonia con il pianeta; per Sergio Giudici, l’orizzonte non deve costituire mai un limite, ma deve essere sempre sfida e motore dell’utopia. Per Ferruccio Giromini, l’utopia sono gli imperi immaginari, questi immensi territori i cui confini, la cui geografia e il cui assetto politico dipendono soltanto dalla fantasia dei loro autori; per Eugenio Bordoni, l’utopia è un nuovo rapporto tra turismo, agricoltura e paesaggio, concretizzata in una Fondazione di Comunità che faccia da trait d’union tra interessi turistici (generali o quasi), recupero del paesaggio terrazzato e mondo agricolo; per Stefano Massini, le utopie sono due: The Lehman Trilogy, la rappresentazione teatrale newyorkese tratta dal suo libro, che suona come un’utopia cosmopolita, e il Dizionario inesistente, racconti per inventare parole nuove per ogni situazione. E poi ancora, per Pierluigi Potenza, l’utopia è la resilienza urbana, un concetto legato a quello di una nuova idea di città; per Christian Nicoletta, l’utopia è la realizzazione di un film documentario come racconto dell’evoluzione del rapporto tra uomo e natura ai confini del mondo; per Fabrizio Barca, con il Forum Disuguaglianze Diversità, di cui è coordinatore, una grande utopia, ovvero un mondo più uguale e più equo, si sta concretizzando in proposte realizzabili; per Philippe Daverio, l’utopia sono i turismi lenti, grazie ai quali si può godere in pieno delle bellezze di un territorio. L’utopia dei Liguriani è la ricerca della felicità, che porta a comportamenti così estremi che agli occhi dei più appaiono privi di ogni razionalità; quella del Conservatorio Niccolò Paganini di Genova è la ricerca di nuovi linguaggi musicali; quella di Fausto Cosentino, rappresentata nell’adattamento teatrale di Moby Dick, è l’errare, il vagabondare, il vagare di chi galleggia su acque sconosciute delle quali diffida, ma alle quali pure si affida.
Per il professor Carlo Degli Abbati, che sarà presente al Festival sabato 13 aprile alle ore 18.00 con un intervento sul tema “Geopolitica. Un’Europa migliore”, l’utopia è quella di una comunità europea unita dai principi, da una visione comune volta alla solidarietà sociale, e non dal perseguimento di interessi economici dei paesi più ricchi a discapito dei più poveri. MEMO pubblica la sua introduzione al tema.

 

L’utopia di un’Europa migliore

di Carlo Degli Abbati

Quasi settant’anni dopo la creazione della prima fondamentale comunità europea, quella del carbone e dell’acciaio, è importante fare un bilancio a poche settimane dalle elezioni europee delle realizzazioni e delle prospettive dell’Unione Europea. L’ideologia dei padri fondatori, ispirata negli anni ’50 a solidi principi cristiano-sociali e imperante per trent’anni, comportava la creazione costante di compromessi durevoli nel mondo del lavoro secondo un approccio complessivamente social-democratico. A partire dagli anni ’80, questa visione ha ceduto progressivamente il passo al social-liberismo, finendo per confinare il significato della integrazione europea nella povertà di un approccio che definiva il mercato autoregolantesi e la diffusione capillare dei principi della concorrenza come sufficienti in sé a definire un progetto politico.

Da tale periodo, per effetto delle scelte economiche imposte, a partire dal mondo anglosassone, all’intero quadro mondiale e della rapidissima rivoluzione tecnologica, si è assistito progressivamente all’affermazione in Europa di una contrapposizione sempre più evidente fra il centro e la periferia del sistema, fra attività e territori che cavalcavano agevolmente i vantaggi della globalizzazione e gruppi sociali e territori che invece ne erano progressivamente esclusi. Questa situazione si è spesso poi convertita, in molti stati membri, nella contrapposizione fra classi dirigenti europeiste e classi popolari tentate da un ripiegamento nazionalistico a scopo di difesa dei propri indeboliti interessi.

L’introduzione, nel 2002, di una moneta europea come moneta unica e non comune, assistita da una banca centrale priva della prerogativa di essere anche tesoriere del sistema monetario europeo come prestatrice di ultima istanza, ha finito poi per aggravare la contrapposizione centro-periferia, provocando dopo la crisi mondiale del 2007/08 un ineguale frazionamento dei mercati monetari nazionali della zona EURO, distinti dalla speculazione finanziaria internazionale fra paesi a rischio e non.

Oggi è proprio la mancanza di ambizione politica, di cui sono resi soprattutto responsabili i paesi più grandi del contesto europeo, esclusivamente ripiegati sui propri interessi nazionali, a sollecitare un rilancio, al fine di offrire all’integrazione europea una nuova base, politica, sociale e ambientale, pena il blocco totale del processo integrativo. Il passaggio dalla regressione sociale insita nel modello ultra-liberista all’attuale regressione sovranista potrebbe infatti bloccare definitivamente il processo integrativo europeo, a meno che l’Europa non identifichi, per il proprio rilancio, dei fini universali chiaramente riconoscibili, dalla giustizia sociale all’ecologia, a un effettivo, autonomo contributo agli equilibri mondiali.