L’Europa è una casa comune.
Nonostante tutto

Europa nonostante tutto

Il dibattito sull’Europa è all’ordine del giorno nel nostro Paese. Mancanze, imposizioni, silenzi, disarmonie: sono molte le critiche rivolte a questa Unione Europea. Mentre i nazionalismi si stanno esasperando, il pensiero europeista fatica a sciogliere l’apparentemente inestricabile nodo che stringe insieme necessità politica, legittime aspirazioni e indubbie potenzialità con disillusione, disaffezione e presa di coscienza dei tanti e gravi errori commessi. Gli interrogativi sono urgenti, così come acute sono le difficoltà nell’aderire con convinzione alla realtà sovranazionale che governa da alcuni anni il nostro essere comunità politica, economica, sociale e culturale. Eppure, Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli e Vicepresidente di Assolombarda; Maurizio Ferrera, professore ordinario di Scienza politica presso l’Università degli studi di Milano ed editorialista del “Corriere della Sera”; Piergaetano Marchetti, professore emerito di Diritto commerciale presso l’Università Bocconi e presidente della Fondazione Corriere della Sera; Alberto Martinelli, professore emerito di Sociologia e Scienza politica presso l’Università degli Studi di Milano e presidente della Fondazione AEM-Gruppo a2a; e Antonio Padoa-Schioppa, professore emerito di Storia del diritto medievale e moderno presso l’Università degli Studi di Milano, hanno deciso di scrivere insieme il saggio “Europa nonostante tutto”, pubblicato da La Nave di Teseo. Da diversi punti di vista, ma con un’unica prospettiva, ci invitano a rintracciare le ragioni per credere ancora in un’Europa unita.
Andando magari a riscoprire le intenzioni fondative del suo atto di nascita simbolico, quando tre intellettuali italiani, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati a Ventotene dal regime fascista, con il loro manifesto pensarono e sognarono un’Europa politica, liberata dalle guerre, un continente di pace, armonia e sviluppo. Aspettative tradite? Forse. Ma di sicuro tornare indietro non si può. Andare avanti meglio, invece, sembra essere l’unica possibilità che ci viene data oggi.

Per gentile concessione de La Nave di Teseo, pubblichiamo un estratto dall’intervento di Antonio Calabrò, che ci racconta come un cambiamento radicale del paradigma economico europeo possa diventare un potente motore di crescita per tutti.

Buona lettura.

 

Alle imprese serve un’Europa dinamica più giusta e integrata
di Antonio Calabrò

Perché l’Europa è in crisi di produttività e l’Italia in recessione

L’Europa cresce poco, rispetto alle altre grandi aree economiche del mondo. Nel decennio 2008-2018, dall’inizio della grande crisi all’avvio d’una fragile ripresa, il pil dell’area euro è cresciuto dell’8% appena, contro il 19,2% degli usa e addirittura il 114,5% della Cina, con una media mondiale del 40,1% (dati del Fondo monetario internazionale, fmi ). E su quell’8% europeo pesa la debolissima condizione dell’Italia, la terza economia dell’area euro dopo Germania e Francia, l’ottava economia del mondo ( pil nominale in dollari, secondo il FMI ), segnata da una lunga serie di negatività, con un buon 1,6% del 2017 ma uno 0,9% del 2018, aggravato dagli ultimi due trimestri di recessione, con un andamento negativo che si trascina anche nel 2019, previsto tendenzialmente a crescita zero o poco più (0,2%, stima preoccupata la Commissione europea). Le previsioni della Commissione per il 2019 parlano di una crescita europea dell’1,3%, con un taglio di 0,6 punti rispetto alle previsioni precedenti: effetto delle turbolenze commerciali internazionali (tra USA e Cina soprattutto) ma anche delle tensioni politiche interne all’Europa e nei singoli Paesi. Fattori congiunturali negativi, che si sommano a un quadro di crisi strutturale, con cui l’Europa deve imparare a fare meglio i conti.

Perché dunque, al netto delle incertezze dei tempi più recenti, una crescita così bassa da parte di un continente comunque ricco, industrializzato, forte di 500 milioni di abitanti abituati a un alto e sofisticato livello di consumi (29 mila euro di pil pro capite), caratterizzato da una robusta e diffusa “cultura politecnica” (sintesi originale di saperi umanistici e competenze scientifiche) e da un qualificato sistema di welfare, sia pubblico sia aziendale, che smussa e ammorbidisce le asperità della competizione economica?
Una spiegazione sta in quello che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) chiama il “paradosso dell’era digitale” e cioè quel fenomeno per cui siamo sempre più tecnologici, ma anche meno produttivi. Viviamo coinvolti da continue innovazioni che investono sistemi di produzione e servizi della new economy e che stanno radicalmente cambiando i nostri modi di lavorare, vivere, consumare, comunicare. Eppure la produttività (e cioè, in sintesi, quanto produciamo per ogni ora lavorata) rallenta. E la crescita delle aree più industrializzate del mondo è sempre meno impetuosa. Recenti dati OCSE, appunto, dicono che fra il 1970 e la fine del Novecento la produttività aumentava tra l’1,5 e il 2,5% all’anno: innovazioni, nuove macchine, il boom dell’informatica. Poi, proprio in contemporanea con la diffusione dell’economia digitale, ecco una frenata della crescita. Adesso dati aggiornati stimano, nella media 2007-2017, un rallentamento, proprio negli USA, patria dell’innovazione hi-tech, all’1%, per la prima volta in trent’anni. In Germania, la locomotiva industriale europea, dalla crescita della produttività dell’1,9% negli anni ottanta si è passati allo 0,8% della media del decennio 2007-2017. Tendenza analoga anche in Corea, dal 6,6 al 3,18%, sempre nei periodi considerati.

E l’Italia? Sul versante della produttività, il Paese racconta una storia particolare, negativa. Perché, pur in un quadro generale di rallentamento e di crisi, da noi va peggio che altrove. Guardando gli indici della produttività del lavoro dal 1990 a oggi (facendo base 100 del valore aggiunto per ora lavorata nel 2000), si scopre che l’Italia ha conosciuto una crescita, appunto al 2000, per poi rimanere, in quindici anni, sempre a quota 100 (con una punta negativa di 98, nel 2009, nel cuore della grande crisi) mentre gli USA sono saliti a quota 127, la Germania a 120, la Spagna a 117, la Francia a 115. Tutti molto più produttivi di noi.

Paghiamo, è vero, le conseguenze negative dell’improduttività della pubblica amministrazione, le carenze della giustizia e del fisco, la bassa qualità delle infrastrutture, i limiti degli investimenti pubblici in ricerca, formazione e innovazione. Ma se andiamo a guardare l’andamento della produttività del lavoro per settori scopriamo (elaborazioni Assolombarda 2018 su dati OCSE) che nella manifattura (un’eccellenza italiana), facendo sempre base 100 nel 2000, in Italia si cresce a 121, dunque molto più della media nazionale, ma meno della Francia (157), della Spagna (148) e della Germania (143). E anche negli altri settori industriali, come l’ICT (Information and Communication Technology), al 139 dell’Italia corrisponde il 166 della Germania e della Francia e il 140 della Spagna. Pure nell’industria, insomma, la produttività dei concorrenti è migliore della nostra. Peggiore (e sotto la media nazionale) la produttività dei servizi professionali: 70, rispetto al 93 francese e all’81 tedesco. Con tutti gli effetti negativi sulla produttività dell’industria e sulla sua competitività generale, al di là di singoli casi d’eccellenza di imprese o settori di nicchia.

Il “paradosso dell’era digitale” e il cambio di paradigma per l’economia giusta

Cosa sta succedendo, in generale? Due le possibili spiegazioni. O le nuove tecnologie non hanno ancora fatto sentire tutti i loro effetti (nell’industria, ma anche nel mondo della finanza, delle assicurazioni, dei servizi). O, dentro quel “paradosso dell’era digitale”, stiamo cominciando a vivere una nuova stagione di bassa crescita (“una grande stagnazione”, azzardano con pessimismo alcuni economisti). È una questione complessa, su cui si arrovellano persone di governo e dell’economia, studiosi, imprenditori e banchieri. Probabilmente, siamo alla fine di un lungo ciclo economico di sviluppo, quello dell’innovazione sostenuta dalle particolari condizioni economiche e culturali dell’Europa e degli altri Paesi occidentali.

E proprio adesso, nei Paesi OCSE, quelli tradizionalmente più forti e industrializzati, ci si deve cominciare ad abituare a produttività più ridotte e a crescite minori, con le tecnologie digitali innovative che incidono non sulla quantità ma sulla qualità dello sviluppo, sulla sostenibilità dell’economia, su migliori condizioni di vita. Un cambio di paradigma. Una metamorfosi che coinvolge imprese e società. Il dibattito è aperto.
È proprio questo uno dei terreni fondamentali della grande sfida che riguarda l’Europa e le sue imprese. In un così radicale cambio di paradigma che investe tutte le economie mondiali, vengono in primo piano due elementi: la necessità di forti investimenti in quella che sinteticamente si chiama artificial intelligence (AI) e in cui si fronteggiano adesso USA e Cina; e l’importanza di modificare profondamente produzioni, prodotti, consumi nel segno della sostenibilità ambientale e sociale.

Le due tendenze si intrecciano lungo direzioni che guardano da una parte all’“economia giusta” (la definizione è di papa Francesco, nella sua enciclica Laudato si’ del 2015, ma anche di parte della più qualificata letteratura economica: Stiglitz, Krugman, Fitoussi, Crouch ecc.), cioè indirizzata a ridurre squilibri e disuguaglianze; e dall’altra a un’economia smart, tecnologica, intelligente, basata su criteri della sharing economy, comportamenti virtuosi di nuove comunità responsabili, tecnologiche e sensibili (gli smart citizens).

È una sfida di lungo periodo, che riguarda le istituzioni e le strutture dell’Unione, in direzione di un’Europa riformata e rilanciata, migliore, diversa. E in cui proprio le imprese possono avere un ruolo maggiore che nel passato.

Europa nonostante tutto

Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli, Antonio Padoa-Schioppa, Europa nonostante tutto (La Nave di Teseo, 2019)